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Renzi inciampa sulle macerie di Pompei

pompeiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Faccio autocritica: non è vero che gli unici tagli del governo riguardino lo stato sociale, il lavoro, i trasporti pubblici, la manutenzione del territorio, e, indirettamente, la democrazia, sempre più ristretta, esangue, risicata, anzi da ieri, definitivamente morta. Macché, Renzi dà anche altre sforbiciate energiche e volitive. Sono quelle grazie alle quali risparmia sui suoi stessi annunci, sui grandi progetti, sui formidabili investimenti, sulle munifiche risorse che circolano abbondantemente e generosamente sì, ma solo nella narrazione, nel racconto mediatico e virtuale, nell’opulenta dovizia di promesse, rassicurazioni, impegni elettorali.

Ve lo ricordate a Natale a Pompei, dove tornava dopo la prima visita della sua vita compiuta nella più vasta e importante area archeologica del mondo nell’aprile scorso – non c’era stato in gita scolastica, nemmeno in luna di miele e la prole avrà preferito portarla a Eurodisney – inaugurare i restauri di sei case con lo slogan: “Restauri non più crolli”? ve lo ricordate mentre si vantava che finalmente Pompei tornava all’onore delle cronache non per le frane rovinose, ma per l’instancabile opera di “valorizzazione” compiuta del suo governo, attraverso  quel “Grande progetto Pompei che termina ufficialmente il 31 dicembre, ma che proseguirà “a scavalco” sulla programmazione Fesr 2014-2020 per consentire il completamento della spesa dei 105 milioni di euro e la chiusura delle opere di messa in sicurezza del sito”?

Chissà che infiltrazione disfattista, che  smottamento codardo ha prodotto l’ultimo crollo in ordine di tempo, quello di oggi che ha prodotto il distacco di una porzione in pietra lavica di parte di una colonna pertinente al portichetto di ingresso di una casa nei pressi di Porta Marina.

Se era stato proprio Renzi a voler attribuire a Pompei un valore simbolico, quella del luogo dal quale si dispiegava quella ripresa che proprio lui, con la sua determinazione, il suo dinamismo volitivo, la sua geometrica potenza aveva saputo riavviare, adesso c’è da sospettare che il reuccio sia entrato dell’era della sua distopia, che quegli scricchiolii di Pompei ne echeggino altri, che l’allegoria del fortunello cominci a raccontare di insuccessi e capitomboli.

Difficile gioirne, ruzzolando trascina giù beni comuni, speranze, aspettative. Come è naturale avvenga quando un uomo politico tratta patrimonio pubblico, risorse, bilancio statale, come fossero roba sua, gestendoli come nemmeno un amministratore di condominio farebbe, incurante di non mantenere i patti stipulati con fornitori, cittadini, esattori del racket europeo, famigli che esigono prebende, sostenitori intermittenti ed esigenti, assecondando richieste padronali, apertamente contraddittorie con i messaggi che distribuisce ossessivamente e che parlano di cultura, istruzione, bellezza, lavoro, che pare sia proprio sistema di governo comunicare e decidere su quello che non conoscono, che non amano, che gli è estraneo.

105 milioni per Pompei non sono soltanto pochi, ma possono essere addirittura, paradossalmente nefasti se vengono impegnati secondo quei criteri di apparenza, secondo le maligne esigenze della “fuffa” che fanno parte del bagaglio ideologico e del gergo di questo ceto politico: quello della valorizzazione al posto della manutenzione, della “ricostruzione” invece che della conservazione, quello dei “cantieri” al posto della quotidiana attività di tutela, quello che ispira la progettualità del Ministro dei Beni Culturali con edificazione  di arena e spalti nel Colosseo, per adibirlo a location di spettacoli di cassetta su cui lucrare i diritti televisivi, son et lumière, comparse come in Scipione l’Africano per magnificare la munifica grandezza dello sponsor. E infatti prima di Massimo Bray, al quale va onestamente riconosciuto di aver avviato tra ostacoli e derisione la prima fase di restauri, poca cosa della quale il guitto di Palazzo Chigi si vanta come si una personale affermazione, se , sono le parole di un ex commissario, «gli interventi finora sono stati 14, quelli in corso 28. Se nel 2017 si arrivasse anche a farne 70, sarebbe solo meno del 5% del totale delle domus», di quattrini a Pompei ne sono arrivati e tanti. Affidati, Berlusconi regnante, a un commissario straordinario di sua fiducia, oggetto di una inchiesta giudiziaria, in parte sequestrati in seguito a un’ingiunzione della Corte dei Conti e dei quali sembra si sia persa traccia, in parte impiegati per iniziative di “valorizzazione” in puro stile Las Vegas:  quella del Teatro Grande, realizzata grazie a una bella colata di cemento necessaria, a detta appunto del commissario Fiori,  per la “messa in sicurezza dell’area”,  con tanto di ricostruzione della struttura portante del palcoscenico, del  piano di calpestio di quest’ultimo, delle torri-luce con relativo impianto e dei camerini, per l’ammontare di 5.966.000 euro.

Tanti, programmati, spesi o solo annunciati  nell’eterna e artificiosa confusione semantica e non solo tra misure ordinarie e straordinarie,   tra effimero e duraturo, tra realtà e spettacolo, che si accompagna alla retorica corrente della procedura di emergenza come strumento per il governo dell’ordinario. E infatti il Grande Progetto Pompei ha trascurato ancora oggi  la priorità di effettuare una ricognizione   esaustiva dell’intera area scavata per procedere ad una messa in sicurezza, anche provvisoria, delle situazioni a maggiore rischio per poi affrontare e rimuovere le cause di degrado principali, a partire dal rischio idrogeologico, dedicandosi invece al restauro integrale di poche domus. Per di più, a causa di incapacità gestionali oltre che di obiettive difficoltà di contesto, queste operazioni sono state caratterizzate da lentezze e criticità, quali ad esempio gli eccessivi ribassi (oltre il 50%) delle gare d’appalto, con il prevedibile risultato che le cause endemiche di degrado hanno continuato ad agire, provocando danni diffusi in tutta l’area del sito.

Ma sono altri gli investimenti che interessano Renzi, Tanto è vero che si viene a sapere che  il Ministero della Difesa avrebbe  deciso uno stanziamento  per la progettazione di opere e sistemi relativi allo stoccaggio di armi nucleari custoditi nei depositi corazzati della base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia, a conferma  che in Italia l’atomica c’è, affidata alle nostre cure dal solito signore della guerra che ce le mette a disposizione perché le sganciamo coi nostri aerei, a conferma di fedeltà e ubbidienza.

È che come un Miles Gloriosus, lo spaccone al governo preferisce quelle rovine a quelle di Pompei.

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