1.  Anna Lombroso per il Simplicissimus
  2. 1. Le cateratte sono aperte. Le sbarre abbassate. Le porte sono incustodite. La diga è stata spazzata via. La fogna è sturata […]. La feccia dell’immigrazione si sta riversando sulle nostre coste.
  3. 2. Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
  4. Abbiamo aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non abbiamo saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali
  5. Non sono come noi. La differenza sta nel fatto che hanno un odore diverso, un aspetto diverso, un comportamento diverso. Naturalmente il guaio è che non se ne trova uno solo che sia onesto.

Non state leggendo un florilegio di frasi scelte dai comizi di Salvini, dalle esternazioni di Calderoli afflitto dalla scabbia, da pensose e preoccupate dichiarazioni di sindaci che si danno pensiero per l’import di machete più che per l’export di armi (tra gli Stati Ue, dal 2005 al 2012 l’Italia è stata seconda solo alla Francia tra chi ha venduto armi alla Libia, che ora, in quello che è diventato uno scenario somalo, sono finite in mano a tutte le diverse fazioni che si stanno combattendo),  o per i costi attribuibili ai nuovi arrivati   più che per i nodi scorsoi del pareggio di bilancio, o per i possibili contagi di malattie esotiche più che per i tagli all’assistenza, o per i rischi per la sicurezza minacciata dagli “altri” più che per il malaffare, la corruzione, l’impoverimento economico e morale.

No,  la prima frase altro non è che lo stralcio dall’editoriale di un quotidiano di New York che nei primi anni del secolo scorso saluta così l’arrivo dei migranti italiani in quella che speravano fosse la loro terra promessa.

La seconda e la terza sono tratte dalla “Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani, ottobre 1919”, nella quale si poteva leggere anche questa raccomandazione: “ propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. E vi invito perciò a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più”.

L’ultima invece è una dichiarazione di Richard Nixon, sempre a proposito dei nostri connazionali,  e possiamo  consolarci  pensando che si deve a due italiani la sua cacciata della Casa Bianca :  il giudice John Sirica e il deputato Peter Rodino.

È perfino banale dire che il male del secolo, che il flagello nazionale e non solo e non ascrivibile a una propagazione aliena, sia la predisposizione all’oblio, alla rimozione di antiche povertà che temiamo si rinnovino, alla dimenticanza di umiliazioni che superiamo infliggendole ad altri, in modo da riconfermare una superiorità sempre di più messa in discussione, alla smemoratezza della vergogna di aver subito mortificazioni, offese, sottomissioni, dalle quali vorremmo affrancarci restituendole ad innocenti.  Mentre l’unico riscatto cui possiamo aspirare deriva dal non tollerarne in patria di nuove e destinate a riportarci a una condizione di perdita di beni e  diritti e di soggezione  della quale bisogna incolpare gli stessi domini, gli stessi padroni, gli stessi imperi di sempre.

Il fatto è che invece il Guardian inglese rivela che alcuni paesi europei, tra cui Inghilterra e Italia, starebbero trattando con il regime dell’Eritrea (una delle dittature più spietate del mondo) perché impedisca le partenze  potenziando i controlli alle frontiere, l’Ungheria alza un muro che si aggiunge ai 41 già esistenti in tutto il mondo per proibire l’ingresso di disperazione aggiuntiva e rinchiudere i cittadini nella fortezza immonda della disumanità. L’Europa rinserra la sua galera di finto benessere per vietarla ai tanti sfruttati nei secoli. E così rafforza le convinzioni di tanta brava gente che invece di reagire alle sopraffazioni che subisce dal solito impero del male, lo commina a chi sta peggio, pensando di difendersi da chi chiede negando aiuto, dimettendosi dalla condizione di civiltà e umanità, in modo che gli scampati non abbiano scampo.

Il fatto è che così si attua quel Piano A, B, C, etc. che consiste nel confinarli in qualche lager frutto di quel razzismo amministrativo, dai quali se scappano è meglio, perché a un tempo si rinvia il problema e si rafforza quella percezione dell’emergenza,  quella sensazione di minaccia oscura favorite da vite nude e indifese che soggiornando in giardinetti, stazioni, porticati, gallerie diventano potenzialmente offensive, per una teorica sicurezza, ma non abbastanza per le coscienze.

Il fatto è che come l’opulenta America non voleva sapere quale ridda di emozioni e sentimenti  induca  uomini, donne, vecchi, famiglie a dire addio ai vecchi legami, a solcare le scure acque del mare per approdare in una terra straniera, lo rimuoviamo anche noi, come dimentichiamo quanto profitto abbiamo accumulato a loro spese, quante loro risorse abbiamo sfruttato, di quanti beni li abbiamo espropriati. E allo stesso modo li condanniamo a non avere scelta, perché sono già colpevoli prima di arrivare, rei di irregolarità, di diversità, di clandestinità quindi destinati a una spaventata marginalità per la quale si trema vedendo una divisa, per la quale è ineluttabile essere fuori da regole e leggi e allora tanto vale trasgredire, che tanto la lotteria naturale ha tolto loro fin dall’origine ogni diritto  “alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”, che tanto è decretato che li perderemo anche noi.

Il fatto è che tra i 600 mila abitanti della Little Italy dei primi anni del secolo e che vivevano nei decrepiti edifici di legno, abbandonati da tempo dai precedenti abitanti, ma affollati di topi, che si allungavano a ridosso del ponte di Brooklyn (il commediografo Giuseppe Giacosa, che vi abitò nel 1898, scrisse: “E’ impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l’umidità fetente, l’ingombro, il disordine di quella zona”)  c’erano certamente appartenenti delle varie cupole mafiose,  approdati  in America grazie alla facilità con cui i governi  italiani distribuivano i passaporti per liberarsi di affamati e di “pecore nere”, come li chiamava Giolitti, che avevano trovato l’humus favorevole per trapiantare i loro sistemi criminali. Ma è altrettanto vero che le organizzazioni mafiose – siano italiane, russe, cinesi, siano cupole o coop – sanno che disperazione, esclusione, miseria e umiliazione sono il concime per radicarsi, arricchirsi, suscitare asservimento e fedeltà in chi non può difendersi da solo e cerca protezione. E questo avviene in patria e nei posti dove si cerca di sfuggire a fame, miseria, pace, futuro, sicché come scrisse qualcuno solo i santi possono   resistere alla tentazione di farsi a loro volta gangster o amici dei gangster.

E il fatto è che qui nessuno è santo, a cominciare da noi che gli scampati, li condanniamo ad essere a un tempo colpevoli e  martiri.