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Colao di cemento

plis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sono incontrati per caso in un localino dove si favoleggia che Allen vada a suonare il clarinetto, hanno bighellonato un po’, ma piove a dirotto così si sono baciati sotto il tendone dell’Hotel Algonquin davanti al portiere gallonato e hanno capito che non possono lasciarsi più. È quello il momento in cui lui pronuncia la fatidica frase di ogni copione d’amore: da te o da me?

E a questo punto del film ve li immaginate mentre corrono per mano diretti nell’attico di Manhattan degli avvocati di Suits, oppure in uno quei loft dei creativi di Bushwick, o nel duplex di qualche emula delle eroine di Sex and the city, pieno di libri, souvenir etnici e scarpe di Manolo Blahink in mostra come quelle di Tristan Tzara.

Macchè. La crisi abitativa nella Grande Mela dominata dalla finanza che ha assunto le proporzioni di una emergenza umanitaria per milioni di sfrattati convertiti in senzatetto (a due anni dalla crisi del 2008 erano oltre 9 milioni), ma ha colpito anche il ceto medio, i professionisti, i Gekko’s boys.

Chiamano studio le stanze diventate case in palazzoni frazionati e fatiscenti, con i magazzini convertiti in dimore grazie allo stile gritty, si lavano i panni in lavanderie e gettone non per fare incontri, ma perché non c’è lo spazio per gli elettrodomestici, e tutti sono costretti a una vita di relazioni coatta dentro casa e all’esterno, dividendo l’appartamento con altri, frequentando bar, locali, spazi pubblici fuori dalle abitazioni anguste e consegnandosi allo sfruttamento delle piattaforma, quello di Airbnb con il suo turismo di transito che ha contribuito largamente alla trasformazione della città in merce.

L’animale metropolitano che aveva scelto di andare  nei quartieri residenziali immersi nel verde dei suburbs, sono tornati per il costo della benzina, gli orari di lavoro schiavistici per raccogliere al sfida della competitività, l’impossibilità di far fronte ai mutui delle villette acquistate durante le bolle immobiliari. E la speculazione sceglie il modello caduto in disuso nel Terzo Mondo esterno, proponendo grattacieli – proprio come a Milano:  nel solo 2019 sei mega-torri si sono aggiunte alle quattro che avevano cambiato lo skyline della città. E si deve al premio Nobel per la pace l’uso del piccone demolitore che ha abbattuto enormi edifici popolari degradati sostituiti da costruzioni nuove nelle quali ha trovato alloggio meno del 10% dei precedenti inquilini.

Il sogno americano si è infranto nelle città, e dire che la proprietà della casa era uno dei pilastri della “cittadinanza”  e lo sapeva bene Roosevelt che quattro anni dopo quella che continuiamo a chiamare ostinatamente la Grande crisi, anche quella cominciata con l’esplosione della bolla immobiliare, ebbe la determinazione di avviare  un programma  grazie a tre leggi,   per lo stanziamento di fondi per l’edilizia e aiuti per l’acquisto della casa pari a quasi 1000 miliardi di oggi, più meno quello che nell’altra Grande Crisi del 2008  è servito per il salvataggio della maggiori banche.

Il fatto è che come ha detto qualcuno lo stile di vita americano è una peste che contagia e colonizza anche l’immaginario, che le  sue bolle immobiliari sono arrivate prima del virus, che il sogno ha rivelato il carattere di un incubo: negli Usa sono oltre 40 milioni gli indigenti, con il tasso di povertà più alto tra i Paesi Ocse, adesso staremo a vedere come il modello di “sviluppo” del nostro irrinunciabile alleato in ogni guerra, combinato con il Covid 19 inciderà su quel diritto inalienabile che è il “tetto”, l’abitare in sicurezza e con dignità.

Intanto sappiamo già che l’atteso Piano Colao, una sorta di cronoprogramma da qui al 2022 che lo stesso Colao ha avuto modo di costruire lavorando alacremente anche con i tecnici del Mef, di palazzo Chigi e dello Sviluppo Economico, così recitano i quotidiani, ha l’ambizione  di “trasformare i costi della crisi in opportunità e quindi in investimenti per modernizzare il Paese e renderlo più efficiente”.

Sarà per quello che lo sforzo creativo ha da subito eliminato le voci scuola, fisco, sanità, servizi dalla mission della task force,  concentrandosi sugli investimenti in infrastrutture materiali e digitali, ovvero banda larga, con un occhio di riguardo per le donne “penalizzate  dal lockdown” che potranno beneficiare di un prolungamento vantaggioso del precariato da casa, ma anche ponte sullo Stretto, riforma della Pa per renderla più agile, digitalizzazione diffusa che potrà contribuire al consolidamento dello stormworking, motore di licenziamenti, contratti anomali, part time, isolamento e di conseguenza cancellazione preventiva di ogni forma di resistenza collettiva allo sfruttamento.

Se qualcuno ha avuto paura che Pappalardo e Salvini e la Meloni minacciassero la democrazia, vuol proprio dire che sta sottovalutando la potenza golpista di Confindustria, dell’Ance, dell’impotenza e incapacità dei comuni che da anni usano gli oneri di urbanizzazione per coprire i deficit di bilancio invece di dare un tetto, del “costruttivismo” governativo che affida al Piano Choc la rinascita tramite cemento e grandi opere, se qualcuno si è illuso che dopo la catastrofe sociale cominciata prima e poi rivelata dal Virus, si cambiasse il format per la spesa pubblica, adesso dovrà svegliarsi con le trombe dell’apocalisse dei salvati.

Quelli che non hanno lavorato in qualità di eroi al servizio dei resistenti sul sofà, molti di quelli che hanno sopportato il domicilio coatto stipati in case piccole, senza internet e dunque rei di togliere ai figli il diritto all’istruzione, quelli che ancora in attesa della cassa integrazione e che tra poco dovranno far fronte ai fitti rinviati, ai mutui generosamente sospesi, alle bollette di Acea che presto si faranno  minacciose, non avranno il loro new deal.

Ci hanno già fatto capire che se ricostruzione deve essere ricostruzione sarà, in modo da investire in nuove edificazioni, invece di utilizzare i milioni di vani disabitati e fatiscenti prima di essere completati, quelli che ci sono, inutili, dietro le tetre teatrali sulla Cristoforo Colombo, al Giambellino, a Porta Nuova, in modo da appagare la bulimia di mattoni di un mondo di impresa che  sa fare affari solo con l’aiuto dello stato, a spese e contro gli interessi dei suoi cittadini, tirando su palazzoni, ponti, barriere mobili, corsie e viadotti dove nessuno andrà o passera chiuso nella sua personale galera di debiti, umiliazioni, ricatti.

I nuovi apostoli della decrescita dopo il Covid19, in preda a un lirismo arcadico posseduti dal quale ci narrano della bellezza dei piccoli borghi, del ritorno alle radici contadine raccomandiamo un gira di “istruzione” nel cratere del sisma, a chi vuole dimostrarci che è il sistema finanziario e bancario il soggetto ideale per la gestione della spesa pubblica, compresa quella “sociale” ricordiamo che già oggi i comuni sono governati della banche, che esigono, come nella Capitale, di rientrare della loro incauta esposizione: Unicredit deve rifarsi del finanziamento verso il gruppo proponente dello Stadio della Roma (180 milioni) e dell’ex Fiera di Roma (altri 180 milioni), a Milano bisogna rimettere in moto le trasformazioni e le “valorizzazione” a beneficio dei fondi degli emirati.

E finisce che è così che si decidono le priorità da imporre ai cittadini e le politiche urbanistiche “liberalizzate” per appagare gli appetiti viraci della finanzia immobiliare, dei players del commercio e del turismo diventato la principale industria pesante delle città d’arte.

Pare che non riusciremo nemmeno a realizzare la distopia del Terzo Reich che nel processo di germanizzazione del mondo assegnava all’Italia la funzione di relais diffuso, di parco per i divertimenti culturali dei tedeschi ricchi, tale è la rovina dei luogi e quella morale nella quale ci hanno confinati.

 

 


Giungla “amazzonica”, ovvero lo sciopero del capitale

AmazonNei giorni scorsi ho citato di sfuggita la vittoria della deputata Alexandria Ocasio – Cortez, nell’impedire che la città pagasse ad Amazon 3 miliardi di dollari perché quest’ultima erigesse a New York e in particolare nel Queens il suo nuovo quartier generale, ma la questione è così esemplare della lotta di classe del capitale e della pretesa di questi grandi gruppi e multinazionali di essere padroni assoluti e legislatori supremi che merita di essere approfondita. Amazon infatti non chiedeva solo i soldi e forti esenzioni fiscali  per trasferire lì da tutto il Paese i suoi dirigenti e i suoi quadri, anzi in un certo senso queste cose le spettavano di diritto visto che non hanno bisogno di approvazione e che vengono dati a qualsiasi società crei abbastanza nuovi posti di lavoro in zone della città classificate come “in difficoltà”. No pretendeva anche che la municipalità e il suo complessivo sistema politico e sindacale la garantissero da richieste e scioperi di quel velo di addetti di supporto che sarebbero stati reclutati in loco. La  rinuncia a New York equivale in sostanza a una serrata con la quale si punisce il potere pubblico per non aver acconsentito ai propri desideri. Ora bastava fare un po’ di semplici conti per vedere che il contributo iniziale di 3 miliardi e qualcosa, più gli sgravi fiscali annuali non avrebbero compensato né il lavoro in più di basso livello reperito localmente, né le tasse sui dirigenti e quadri già assunti e solo trasferiti nella mezza mela. In più l’arrivo di molti dirigenti nella sola area dove la piccola borghesia può trovare a case a prezzo abbordabile, avrebbe frantumato il tessuto sociale e si sarebbe risolto in maggiori spese per la comunità. Amazon finirà perciò per andare altrove, magari dove le hanno offerto 15 miliardi e la totale esenzione fiscale in cambio di qualche briciola di lavoro.

La vicenda illustra molto bene come i capitalisti fanno tali “serrate” per costringere i governi a creare un “buon clima per gli investimenti che significa tasse basse sulle loro società e su di essi individualmente, tagli drastici alle regole e inoltre pretendono anche che i governi indeboliscano o bandiscano i sindacati. Anzi un altro esempio riguardante Amazon che in questo campo fa da battistrada dimostra che le multinazionali pretendono l’intero governo della cosa pubblica: l’anno scorso il il Consiglio comunale di Seattle ha approvato all’unanimità una tassa annuale di 275 dollari a dipendente per aziende con più di 20 milioni di dollari di ricavi in modo da finanziare la costruzione di appartamenti e rifugi per la popolazione di senzatetto in costante crescita della città. Una cifra modesta rispetto al giro d’affari – per Amazon ( con ricavi per oltre 200 miliardi l’anno) si sarebbe trattato di 3, 5 milioni –  ma la multinazionale che ha ancora in quella città la sua sede principale e vediamo in quale modo sta cercando un’altra “casa”, ha risposto sospendendo immediatamente la costruzione di un nuovo complesso di uffici in città e ha dichiarato esplicitamente che non avrebbe ripreso gli investimenti a Seattle fino a quando la tassa non fosse stata abrogata. Di fronte allo sciopero del capitale di Amazon, il Consiglio comunale ha rapidamente cancellato il contributo  ed è persino  divertente vedere come il sindaco ha fatto marcia indietro, sostenendo  che Amazon e altre società avrebbero trovato modi non monetari per affrontare il problema dei senzatetto, come per esempio app e analisi dei dati. Ovviamente nessuna app può chiudere il baratro tra le decine di migliaia di senzatetto a Seattle e le unità abitative disponibili.

Insomma i capitalisti sono ormai in grado di dettare le regole politiche e del contratto sociale e i governi di ogni livello non fanno che ubbidire (vedi il calo di braghe di Obama con il sistema bancario) . anche perché con il tempo si è creato un circolo vizioso:  l’enorme  diminuzione delle tasse ai ricchi e alle aziende fa sì che il settore pubblico abbia sempre meno da investire, mentre quello privato sempre di più, per cui le multinazionali possono imporre la legge del taglione. E dove questo processo non è ancora del tutto sviluppato intervengono governance non elettive, come quella della Ue, per vietare di fatto investimenti pubblici con le leggi draconiane sui bilanci. Ci sono molti sistemi per riequilibrare la situazione: tornare a tassare i ricchi come nel trentennio d’oro del dopoguerra, cosa che anche alcuni economisti di rilievo cominciano a pensare, stabilire regole precise e stringenti sul lavoro e/o sulle  retribuzioni, mettere tasse sui grandi patrimoni, rendere difficili le delocalizzazioni. In questo modo, pur dentro la logica capitalista, il pubblico tornerebbe ad essere il maggior investitore e dunque non dovrebbe cedere al ricatto ritornando a cercare di fare gli interessi di tutti e non solo dei ricchi. Ma per fermare la caduta di dignità e democrazia occorrerà prima liberarsi di ceti politici ormai compromessi con il potere economico, sia ideologicamente che “in solido” come dicevano gli antichi ragionieri. 


Sesso x, povertà determinata alla nascita

de blasioI progressisti da salotto hanno salutato nei giorni scorsi un grande balzo in avanti della civiltà che ha il suo epicentro a New York, ovvero la decisione di permettere ai genitori di non attribuire alcun sesso ai neonati in attesa che essi stessi, una volta cresciuti, lo scelgano o vogliano rimanere indeterminati. Certo questa opzione non dipende dalla persona, non è riservata all’età adulta come in Canada ma,  come accade in Germania già da 5 anni,  dai suoi tutori e quel “sessso X” potrebbe portare anche a problemi pesanti, come è stato fatto notare. Ciò non toglie che tutto questo sia stato salutato come una grande conquista quando invece si tratta di simbolismo e di retorica auto promozionale del globalismo, visto che già dal  dal 2014 si era pensato alla sostanza ed era stato cancellato il tormentoso, anzi punitivo iter burocratico e medico per il cambiamento di sesso sui documenti anagrafici, peraltro adottato già prima da stati come la California,  Washington, (quello con Seattle),  dalla città di Washington,  da  Iowa, Oregon, Vermont.

Ci si domanda perché ciò accada ora e per quale motivo, visto che in linea di principio non punta a una pari dignità già teoricamente scontata, ma ad affermare il diritto a non essere qualcosa, mentre i diritti di tutti dovrebbero comunque essere garantiti proprio perché si è qualcosa sia dal punto di vista biologico, sia da quello di genere. Anzi forse sarebbe molto meglio togliere le identità sessuali dai documenti, invece di creare di nuove come in effetti si fa cadendo in contraddizione. Tuttavia probabilmente questa uscita serve probabilmente a qualcosa di radicalmente diverso e cioè a distrarre dal fatto che la città vetrina degli Usa è quella tra i mega agglomerati urbani, ad’eccezione di Detroit, con il maggior tasso di povertà assoluta: il 20,5 % della popolazione (in aumento) vive in questa condizione e dunque una uguale percentuale dei nati, anzi presumibilmente superiore, vivrà ben altri problemi che quelli di essere x e di scegliersi eventualmente un sesso di elezione tre o quattro lustri più avanti nel tempo. Ammesso poi di avere le risorse per rendere effettivo un iter di cambiamento senza rischiare la pelle o vivere in una condizione indeterminata. E non teniamo conto di altre condizioni, per esempio i quasi 50 mila senza tetto e 23 mila bambini senza famiglia chiusi in istituti regolarmente esposti agli assalti di ogni risma di predatori sessuali.  Per tutto questo però non esistono leggi magiche o simboliche e tanto meno segnali di riscatto. Anzi il tipo di progressismo che produce spettacoli simbolici e così apparentemente radicale sembra avere una natura compensativa: è vero crediamo in una società sempre più disuguale, ma vi diamo in cambio il sesso x. così da evitare  ogni discriminazione. A  patto ovviamente che abbiate almeno un milione di dollari.

Infatti i tempi sembrano far propendere per questo contesto visto che appena tre mesi fa gli Usa sono clamorosamente usciti dal Consiglio dei diritti umani Onu per protesta : Washington era stata indispettita dal Rapporto sulla povertà e sui diritti umani nel quale si definivano gli Usa come “una delle società più ineguali tra i Paesi sviluppati”. Nella parte del rapporto riguardante gli Stati Uniti, peraltro coordinata da Philip Alston, docente di diritto internazionale alla Scuola di legge dell’Università di New York, non solo si presentano i dati sullo stato di povertà assoluta che coinvolge in via ufficiale oltre 40 milioni di persone, ma probabilmente un numero altrettanto grande di cittadini che sfuggono alle statistiche per vari motivi, mette sotto accusa l’illusorietà dei numeri riguardanti l’occupazione, la cortina fumogena di riforme sociali fraudolente, la criminalizzazione dei senzatetto. le gravissime carenze riguardo nell’assistenza dei bambini poveri che tra l’altro determina un tasso di mortalità infantile da terzo mondo e al contempo le fortissime pressioni. anche determinate dall’impianto legislativo (che rimane integro) , esercitate sulle donne per negare loro il diritto all’aborto. Anche quando le condizioni economiche e personali sono così precarie che il bambino verrà poi con assoluta certezza sottratto alla madre naturale dai servizi sociali, chiamamoli così. Come si può immaginare tali condizioni hanno il loro diapason nei grandi conglomerati urbani dove le reti famigliari e sociali dei piccoli centri sono assenti e New York – dove maggiormente si addensa l’ideologia della disuguaglianza tanto da diventare parte della retorica cittadina, fa da simbolo a tutto questo.  Ma per fortuna neonati e bambini, per volontà dei loro genitori, potranno evitare di essere trascinati nella banalità di una sessualità fisiologicamente definita e potranno essere X, mentre alle loro vite marginali non c’è scampo.


Pakistani onorari per merito di sharing

downloadForse non tutto è perduto. Forse l’appoggio sostanziale che ha ricevuto l’agitazione dei tassisti contro l’assalto delle multinazionali dello sfruttamento nonostante l’emersione grottesca dei soliti fascio capracottari, significa che qualcosa comincia a cambiare e che inizia timidamente a farsi strada la consapevolezza del futuro di impoverimento selvaggio e perdita di diritti che ci attende, nonostante il terribile panorama sia circonfuso di parole come produttività, concorrenza, vantaggio per i consumatori che in realtà sono pure costruzioni intellettuali prive di realtà se non nei loro aspetti negativi. Evito per il momento di alimentare una certa batracomiomachia da commessi viaggiatori e di analizzare – per esempio – il termine concorrenza che è solo un concetto limite irrealizzabile nel mondo concreto , una polpetta avvelenata data in pasto all’immaginario popolare. Intendo invece lamentarmi del fatto che persino gli antagonisti non riescano a sfuggire alla pessima gergalità neo liberista e parlino tutti, in relazione alla vicenda dei tassisti e di Uber di sharing economy o gig economy.

Essi sono trascinati nel gorgo e usano espressioni prive di radice semantica, che è linguisticamente un semplice segnaposto destinato a smorzare l’impatto della realtà e a circoscriverlo alle attività che si servono della rete, dando l’illusione ai più di esserne in qualche modo fuori. Qualcosa di molto diverso da quello dell’economia di sfruttamento che forse non sarebbe cosi coerente in termini marxiani, ma che restituirebbe la realtà delle cose molto meglio. In realtà  Uber o Foodora o Deliveroo non hanno inventato altro che un modo facile e nemmeno troppo fantasioso per lucrare milioni su lavoretti sottopagati e ultra precari, per sfruttare le difficoltà della gente, ma queste situazioni esistono eccome anche al di fuori della rete e si vanno diffondendo a macchia d’olio. Non si tratta in sé di un portato delle nuove tecnologie, bensì di una logica e di una degradazione dell’idea di lavoro che si espande grazie a queste ultime, ma che in realtà è anteriore ad esse e ne ha condizionato lo sviluppo e la regolamentazione o non regolamentazione ai propri fini. In altri contesti storici, quando le aspirazioni a un mondo migliore e le lotte erano ancora vive, la diffusione della prima rete globale, ossia quella telefonica non produsse questi effetti come invece avrebbe potuto benissimo fare.

I tassisti precari e di fatto schiavizzati c’erano anche prima nel Paese che ha dato origine a queste bolle e se è per questo c’era già anche l’idea di Uber che era in campo fin dagli anni ’80 pur non prevedendo rapporti di sfruttamento, cosa che invece ha cominciato a funzionare (ma molto meno che altrove) solo con la crisi economica. I 13 375 taxi di New York, uno ogni 622 abitanti, ossia una densità pari al 50% rispetto a Milano e Roma, tanto per far giustizia della solita immondizia da bar e da telefilm che gira, sono da decenni guidati da immigrati (pakistani soprattutto) che affittano la licenza a giornata, dopo aver superato un esame di 8 ore e senza alcun obbligo di conoscere la lingua. Il guadagno netto dopo 12 ore di lavoro si aggira sui 40 dollari, lordi ovviamente, e solo quando va alla grande perché è facile anche rimetterci. Di fatto si campa di mance. E così possiamo capire meglio taxi driver. Dunque Uber non ha fatto che estendere queste stesse logiche rendendo disponibile lo sfruttamento non solo agli immigrati di fresco, ma a tutti quei cittadini che si vedono costretti a fare i pakistani onorari.

E’ chiaro che chi davvero ci lucra non sono gli utenti che risparmiano appena qualche dollaro (almeno sino a che queste forme non saranno divenute monopolistiche), né gli autisti che guadagnano meno dei tassisti ufficiali pur avendo già il mezzo, ma chi li mette in comunicazione grazie a una app che sarà costata si è no una settimana di lavoro. Non si tratta più di padroni, ma di veri e propri feudatari con tanto di mezzadri e servi della gleba che campano sulla messa in mora di ogni regola e cavando fuori un profitto ulteriore e quasi interamente parassitario dai beni su cui si è già operato uno sfruttamento intensivo al momento della produzione e successivamente della vendita. D’impatto si ha la sensazione che domanda e offerta di servizi e di merci si siano liberati dalle intermediazioni di una volta e invece sta accadendo l’esatto contrario: pochi tycoon dominano tutto, rendendo di fatto ognuno impotente. Certo la tecnologia attuale è centrale  in questa opera di graduale esproprio, tuttavia non fa che rendere più veloce e razionale un processo già in atto concentrando gli utili su sempre meno persone. E questo vale per ogni settore dall’auto, alla casa, alla vendita al dettaglio. Però non chiamiamola sharing economy, ma economia schiavista a cui contribuisce il terziario politico incapace di mettere delle semplici ed elementari regole quanto meno per una più equa distribuzione dei redditi.


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