La Francia è in rivolta e certe immagini che vengono da Parigi e Marsiglia, sembrano quelle che arrivano da Kiev. Si tratta di una insurrezione che coinvolge molti settori della società dopo essere partita dalle scuole, palese allegoria del non futuro che attende questo continente: è in sostanza una protesta contro il sistema ed è proprio per questo che esso non può che replicare non con risposte concrete, ma con una feroce repressione, che tuttavia sembra portare sempre più gente per le strade e sempre più esasperata. I vari fallimenti si saldano: quello della falsa integrazione pagata a peso d’oro,  della demolizione dello stato sociale, dei blocchi salariali falcidiati dall’inflazione, di istituzioni che si trincerano dietro il muro di gomma dei media e  di una democrazia sostanzialmente rubata e sostituita con una copia che non regge a qualsiasi analisi seria, di quelle che appunto non vengono mai fatte. E tutto questo si è realizzato, se così si può dire, senza ricavarne alcun risparmio, ma anzi arrivando a fare debiti che per la Francia superano il 120% del Pil. Dove e a chi sono finiti i soldi? Ai soliti noti. Cosa che di certo non stupisce essendo il presidente un valletto della Banca Rothschild.

Il confronto con ciò che sta avvenendo in alcune regioni del Sud Italia, anche qui trattato solo in sottotraccia dai media, è impietoso: si tratta di proteste corporative volte ad ottenere qualche sconto fiscale, senza nemmeno rendersi conto che è stato l’operato dei governi che si sono susseguiti nel tempo a creare una situazione di crisi endemica. E che se il prezzo del carburante aumenta è perché la banda bassotti occidentale ha pensato bene di evirarsi economicamente pagando i banderisti ucraini invece di pensare alle condizioni di vita dei propri cittadini. O ancora inneggiando all’aggressione all’Iran che ha strozzato una delle arterie del petrolio. Gli scaffali dei supermercati sono vuoti, ma senza che ci sia una consapevolezza delle situazioni  strutturali che hanno portato a questo. Sono vuoti di beni materiali, ma soprattutto di beni ideali e ancor più di prospettive politiche.  Il tempo passa, ma non passa mai in questo Paese dove dal rigattiere al docente emerito, si fa fatica a percepire che stiamo entrando in un nuovo paradigma e così l’atona opposizione denuncia i ritardi del governo nell’ organizzare un incontro con le categorie coinvolte nel caro diesel, dimenticando di essere fermamente decisa a mantenere lo stato di belligeranza che è il reale motivo della carenza e dei prezzi alti. La convinzione interiore che nulla cambierà mai non viene scalfita da nessun evento ed è presente in qualsiasi forza politica nata dal sistema e per il sistema. Domani da noi non è mai un altro giorno.