Il mito del buon selvaggio ha dominato il Settecento, in parte grazie alle relazioni sulle popolazioni delle isole del Pacifico di Bouganville e Cook, ma soprattutto per la sua tematizzazione da parte di Rousseau il quale diffuse l’idea che nello stato di natura l’uomo fosse intrinsecamente buono e che fosse l’avvento della civiltà e soprattutto della proprietà. Ciò ovviamente non toglie che i “selvaggi” buoni o cattivi che fossero venissero conquistati e schiavizzati, ma in ogni caso la definizione di stessa di selvaggio si è in qualche modo fissata nelle menti occidentali che hanno cominciato a considerare tali chiunque avesse costumi, religioni, istituzioni diverse, cosa che ovviamente faceva comodo per giustificare il dominio. Non a caso ancora oggi i russi sono “selvaggi” per gli europei degeneri che vivono nel nostro continente e lo sono gli iraniani o chiunque non sia occidentalizzato, Anche i cinesi sarebbero selvaggi, ma siccome sono comunisti, basta questa definizione per condannarli alla geenna.
Trai molti servaggi di questo mondo ci sono anche gli yemeniti che confinano con i civilizzati e moderni sauditi o emiratini o comunque gli abitanti di monarchie assolute che però investono tanto da noi, partecipano alle nostre guerre e quindi sono civili per definizione. Tuttavia c’è un problema: come fanno i selvaggi Houti che si trovano a combattere contro la casa Saud che spende somme enormi in armamenti, oltre 83 miliardi di dollari l’anno e che ha i favori del santissimo Occidente a prenderle di santa ragione dal Paese più povero del mondo?
Forse perché il principe ereditario che tanto ci piace è un tiranno stupido e crudele che per evitare colpi di stato militari ha diviso l’esercito in molte unità regionali e vi ha messo a capo i suoi amici, creando per giunta rivalità fra loro? La storia di Mohammed bin Salman, il nostro amico per il quale così fermamente condanniamo gli yemeniti, la dice lunga sul nostro stesso stadio di civiltà. Bene il figlio di Re Salman, novantenne e rimbambito, non per l’età, ma proprio di suo, cominciò a29 anni la sua carriera di despota. La sua prima impresa fu di togliersi dalle scatole un cugino, il principe ereditario Muhammad bin Nayef molto stimato come uomo di stato: inscenò una specie di golpe di palazzo, fece arrestare e torturare il rivale e parecchi dei suoi sostenitori, dopo di che li fece condannare alla prigione a vita. Pochi mesi dopo bin Salman invitò l’élite della società saudita a un evento presso l’esclusivo hotel Ritz-Carlton di Riad, fece arrestare tutti e li tenne prigionieri per giorni, pretendendo che consegnassero una parte consistente del loro patrimonio personale e torturando molti di coloro che si opposero. Tra le sue vittime non figuravano solo i miliardari sauditi più ricchi, ma anche tutti i suoi cugini principeschi degli altri rami della famiglia reale, compresi i figli adulti dei precedenti re sauditi. Come risultato della sua operazione, spezzò il loro potere e si affermò di fatto come dittatore in quello che fino ad allora era stato un sistema oligarchico.
Le stime dei fondi che ha sottratto a quelle vittime si aggirano generalmente su diverse centinaia di miliardi di dollari. Ancor peggiore della perdita di denaro è stata la terribile umiliazione subita da quei principi reali, alcuni dei quali sarebbero stati appesi a testa in giù mentre venivano costretti a cedere i propri beni personali. È facile immaginare che avrebbero cercato vendetta con ardore se se ne fosse presentata l’occasione. Pressappoco nello stesso periodo, rapì il primo ministro libanese in visita , lo fece picchiare brutalmente e lo costrinse ad annunciare le sue dimissioni politiche in una trasmissione televisiva, decisione che ritrattò una volta rilasciato e autorizzato a tornare nel suo paese. Per non parlare dell’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, che godeva di ottime conoscenze e che si autoesiliò. Visse come residente permanente negli Stati Uniti, diventando editorialista del Washington Post e criticando frequentemente il nuovo regime saudita. L’anno successivo, tuttavia, Khashoggi fu attirato con l’inganno nel consolato saudita di Istanbul, dove venne ucciso e smembrato da uno squadrone della morte personale inviato da Mohammed bin Salman. Si presume che una registrazione video delle sue agonie sia stata inviata in Arabia Saudita per il piacere del principe ereditario. Poco dopo bin Salman orchestrò le esecuzioni di massa di decine di persone che avevano partecipato a proteste pubbliche contro il suo governo, e la maggior parte di loro è stata torturata per estorcere confessioni di atti di terrorismo. La sua storia agghiacciante è stata in parte raccontata dal New York tomes
Adesso questo personaggio passa di palazzo in palazzo, di bunker in bunker terrorizzato non solo dagli Houti, ma soprattutto dal timore delle vendette che possono arrivare dalle sue vittime e anche dai capi tribù che si sono sentiti spodetati. Forse non sono gli Houti ad essere selvaggi, ma i nostri protetti che certamente sono cattivi selvaggi. Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò che sei.


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