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Diritto di cronaca (ma solo per mezzo secolo fa)

the-post-tom-hanks-meryl-streep-imageSembra incredibile che della libertà di stampa, con tutto quello che essa implica di vitale per la democrazia, si sia tornati a parlare solo in un’occasione mondana e affaristica come la presentazione dell’ultimo film, The Post, di un gran sacerdote dell’industria hollywoodiana, ossia Steven Spielberg. Adesso che cani e porci hanno affabulato al truogolo delle tv e incassato i loro assegni di presenza, vale la pena parlarne un po’ seriamente di questo “Post” e interrogarsi sul significato di riportare in vita una storia di quasi mezzo secolo fa per inneggiare al ruolo della libera informazione.

Trattandosi di Spielberg non ho alcun dubbio sul fatto che il film sarà un prodotto di alto artigianato, così come non alcun dubbio sul fatto che a distanza di una ventina di guerre e di infinte stragi, rese di fatto possibili dal ruolo di un’informazione sempre più vicina al potere, ma mano che gli editori diventavano i miliardari di riferimento, andare a rispolverare la vicenda dei Pentagon Papers e la rivelazione dei retroscena della guerra del Vietnam, non è affatto un’operazione retrò, ma sa immediatamente di depistaggio. Tonnellate di film, alcuni rimasti mitici come Good morning Vietnam  hanno raccontato il difficile rapporto tra informazione, militari e amministrazione durante quella guerra e rispolverare il conflitto tra una stampa ancora cane da guardia del cittadino in una situazione completamente differente, è come voler far credere che siamo ancora a quei tempi, che la stampa sia al servizio dei governati e non dei governanti come dice la frase centrale del film.

E’ pur vero che la decsrizione dei tentativi di Nixon di non fa trapelare le segrete cose, peraltro create da una lunga serie di presidenti a cominciare da Truman, può in qualche modo far pensare a Trump e al Russiagate, il che inserirebbe il film nelle trincee del conflitto tra frazioni dell’amministrazione di Washington, con la sola differenza che la guerra del Vietnam ci fu davvero e provocò milioni di morti, mentre il Russiagate è una cazzata da apprendisti stregoni a tavolino. Ma visto che il film è stato pensato e girato prima del colpaccio trumpiano di Gerusalemme, questo elemento, pur essendo stato certamente una delle molle della produzione, è stato come dire marginalizzato nelle infinite presentazioni viaggianti del film, mettendo in primo piano invece lo scopo principale del componimento per cinepresa : quello di riverginare in qualche modo il ruolo dell’informazione maistream mettendole una medaglia al petto, nonostante un trentennio di evidente ruolo embedded al servizio delle oligarchie che del resto ne detengono la proprietà. Dunque di fatto sostenendone anche il ruolo di paradossale e grottesco braccio secolare contro le cosiddette fake news e la libertà di espressione.

Si tratta in fondo di un ennesimo esempio di come funziona Hollywood, oltre che il complesso della comunicazione di marca Usa: si versano lacrime di coccodrillo sul passato per dimostrare le buone intenzioni, ancorché il presente sia uguale o ancora peggiore, come appunto dimostra tutta l’epica sul Vietnam. Un modo per suggerire che il sistema abbia degli anticorpi funzionanti e che alla fine, magari dopo qualche milione di morti altrui, arriva il ravvedimento. In questo particolare caso la logica è in un certo senso invertita: si loda il passato per investire con la polverina magica un presente che ha ben poco a che vedere la realtà del 1971. Anzi ci fa a pugni come dimostra la copertura senza se e senza ma alle balle sulle armi di distruzione di massa di Saddam (anche su questo si è poi fatto autodafé), oppure quella sul conflitto siriano dove si è arrivati a dare credito a un singolo personaggio operante da Coventry o ancora quella conferita alle mille manovre che vanno dalle primavere arabe (come si vede dalla Tunisia le ribellioni vere vengono soffocate dagli occidentali) all’Ucraina, per non parlare delle intricatissime vicende libiche. Ecco fare un film su questo sarebbe valsa la pena, ma qui ovviamente subentra la differenza fra lo Spielberg di Duel e il cineasta più ricco dell’industria del grande e piccolo schermo: si è passati dal narrare le storie dalla parte dell’automobilista inseguito dall’autocisterna impazzita, alla prospettiva della cisterna stessa, ovvero del leviatano che ci incalza.

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C’era una volta l’America: dal Watergate alla Clintonfilia

arthur-lyons-deadline-usaLa storia è come Pollicino, lascia segnali che indicano il cammino, che indicano svolte, progressi o involuzioni e bisogna individuarli su un terreno accidentato e ingannevole per accorgersi dei cambiamenti, compresi quelli che non riguardano direttamente la realtà, ma le costruzioni surrettizie su quest’ultima, mitologie, umori, pensieri, narrazioni e paccottiglia proveniente dal “rumore di fondo” dell’informazione. Così proprio in questi giorni di campagna elettorale fra due candidati a loro modo anomali e testimoni dell’avvenuta riduzione della democrazia, si può misurare la differenza rispetto al passato e la morte completa di una certa idea dell’America il cui rimane solo il fantasma mediatico anche se evocato e mantenuto allo stato ectoplasmatico 24 ore su 24 dai medium di banalità per adolescenti di Hollywood o della televisione.

In effetti l’ultima volta che si è apparsa nella realtà vera quella certa idea dell’America nella quale sono cresciute le generazioni del dopoguerra è stata durante lo scandalo Watergate. Già Nixon, prima ancora che venissero svelate le sue peggio cose aveva sadicamente fatto a pezzi il mitico Mr Smith va a Washington, che pure nella sua natura di edulcorata propaganda bellica, per mostrare la capacità di riscatto del sistema aveva anche dovuto mostrare di che intrighi grondi il potere.  E quando tutto questo sembrava solo una numinosa età dell’oro dopo l’assassinio di Kennedy e i milioni di morti del Vietnam, arrivò lo scandalo Watergate a dimostrare come l’informazione fosse ancora il cane da guardia della democrazia, tanto che un’inchiesta giornalistica poteva abbattere un presidente. Accadeva quasi cinquant’anni fa e quell’inchiesta non solo rafforzò il mito americano, ma ne creò uno parallelo sulla stampa americana, quella che non puoi fermare bellezza come disse Humphrey Bogart in un celebre film. In un certo senso però l’inchiesta giornalistica che inchiodò Nixon era un era non l’inizio di una stagione, ma l’ultimo falò di una mitologia.

In questi giorni vediamo bene dove si è arrivati: smercio di bugie che si sa benissimo essere tali ( vedi Siria: i disperati della menzogna globale ) mentre i redattori dei grandi giornali, New York Times e Washington Post in testa che, nell’ambito dello scandalo mail, concordano le domande da fare a Hillary per nascondere i legami con le lobby, inviano preventivamente le interviste alla medesima perché le corregga prima della pubblicazione, accettano e fanno propri articoli che provengono dallo staff di Hillary o addirittura si prodigano per  massimizzare la presenza mediatica della Clinton al fine di fottere Sanders. Un editorialista del Nyt  oltre che noto presentatore televisivo arriva al punto di rivelare a un collega che sta scrivendo un pezzo “come vuole Hillary”. Casualmente è lo stesso personaggio che ha moderato un dibattito durante le primarie quale giornalista indipendente e definendo Trump una caricatura. Questo per non parlare dei contatti privati degli uomini  della candidata con i giornalisti della maggiori testate o della Cnn che ha passato le domande alla Clinton le domande del pubblico in anticipo. Il sistema vuole un presidente affidabile secondo i propri criteri e non fa alcuna distinzione politica.

Del resto questa situazione, non è dovuta a situazioni contingenti ed emendabili,  è nelle cose, nello spirito e nella pratica del tempo, nei presupposti del pensiero unico: il 90 per cento dell’informazione e anche dell’intrattenimento americani, giornali, tv, industria cinematografica  sono in mano a sole 6 aziende, General Electric,  News corp, Viacom, Disney, Cbs e The Warner al posto delle 50 che operavano vent’anni fa e questo crea di fatto un cartello con  un controllo strutturale e capillare sui media, qualcosa che a che vedere non solo col flusso delle notizie o sulla loro manipolazione, ma sulla formazione complessiva delle persone.  Qualche anno fa Carl Bernstein che assieme a Woodward fecero esplodere il, Watergate affermò, senza alcuna smentita che almeno quattrocento fra i giornalisti più in vista erano segretamente collegati alla Cia, insomma una vera foresta di “betulle”. Al posto della libera stampa si è sostituito un intreccio fra proprietà, notizie, interessi, servizi segreti, governo, lobby con esiti inquietanti. Uno dei quali – tanto per fare un esempio emblematico –  fu la campagna fatta da Stephen Hadley, ex vice capo della Nsa al tempo di Bush, durante la famosa crisi dei gas in Siria, anche quella un film sul niente o meglio sulle vittime innocenti di un inganno. Hadley spingeva per la guerra totale ad Assad e per sostenere questa tesi ebbe facile e continuo accesso a Cnn, Nbc, Fox News, Bloomberg TV e Washington Post, un insieme che sembra il ritratto dei poteri grigi. Guerra, guerra, ma nessuno disse che Hadley oltre ad essere un grottesco advisor dell’United States Institute of Peace era contemporaneamente direttore della Raytheon, ovvero una delle maggiori fabbriche di armamenti.

Purtroppo questo cancro si è metastatizzato in tutto l’occidente dove ormai solo pochi uomini hanno il controllo dell’informazione, sia in via diretta che attraverso un sistema politico del tutto subalterno: qualche rara avis ha il coraggio di denunciare in rete questa situazione, qualche giornalista di nome che conosce da vicino questi meccanismi Sharyl Acctisson ex Cbc (qui) o Amber Lyon ex Cnn (qui) o ancora l’ex del Frankfurter Allgemeine il quale ha rivelato di dover scrivere  articoli redatti servizi segreti  americani firmandoli come propri (qui). Tutte cose che fanno scandalo per qualche giorno, ma non possiedono certo il criterio di credibilità dell’età contemporanea affidato solo alla ripetizione continua di tesi e frasi fatte. Si c’era una volta un’America immaginaria. E un’Europa immaginaria. Qualcuno, per carità ci svegli.


Salvador Allende, il “nostro” 11 settembre

allende

Post pubblicato l’11 settembre 2011

Non parlo delle torri e di un decennale che mentre non ha ancora risolto alcuni lati oscuri, che anzi recentemente si sono infittiti, è diventato un bazar dove molti soldi pubblici vengono sprecati in speculazioni private. Ed è forse questo il vero ground zero, la mercificazione della memoria.

No, parlo dell’ 11 settembre 1973, giorno del golpe di Pinochet in Cile e del suicidio o più probabilmente omicidio di  Salvador Allende, il primo tentativo in Sudamerica di liberarsi dalla colonizzazione statunitense, il primo governo di sinistra nel continente e in generale nell’Occidente del dopoguerra. Ne parlo per molte ragioni: perché fu uno choc meno spettacolare, ma molto più profondo di quello delle torri, perché ha avuto sull’Italia conseguenze enormi che ancora oggi agiscono sia pure in un contesto diverso, e last but not least perché si lega a ricordi personali.

Comincio da questi ultimi perché cominciai a lavorare sotto la “tutela” professionale di Giancarlo  Zanfrognini, l’unico giornalista italiano presente in Cile al momento del golpe. Al Resto del Carlino circolava una voce maligna secondo la quale il pezzo era stato dettato due ore prima dell’assalto dei militari alla Moneda, cosa che in un primo momento era sfuggita a causa del fuso orario. Ma in ogni caso di certo Zanfrognini si poteva considerare persona informata dei fatti. Così lo sfruculiavo continuamente su quei giorni dei quali del resto aveva parlato in due libri. E da quello che diceva era più che evidente il ruolo dei servizi segreti americani e non solo nel tragico epilogo dell’esperienza di sinistra in Cile. Una cosa che adesso è più che ovvia e provata, ma che allora veniva negata con sdegno dalla moderazione democristiana.

Ma per capirci qualcosa bisogna fare un passo indietro e riandare alla primavera del 1970, anzi al primo autunno in Cile, alle elezioni cosiddette di Viña del Mar. Le sinistre unite nel cartello di Unidad popular avevano da tempo il 40% dell’elettorato, ma erano più attive, più consapevoli rispetto all’area moderata e di destra, tenevano la piazza per così dire. Il vecchio democristiano Frey non poteva più ripresentarsi alle elezioni presidenziali perché aveva già fatto due mandati consecutivi e questo costituì un primo problema. Il secondo fu dovuto al clima particolarmente invitante che spinse la borghesia di Santiago ad andare nella Rimini cilena, Viña del Mar  appunto. Quando i più giovani sentono gli inviti ad andare al mare è proprio da questo che deriva e Craxi che fu il primo fautore di questo disimpegno balneare lo sapeva benissimo.

Così Allende vinse per 40 mila voti, senza superare però il 51%, sul candidato della destra e su quello democristiano. Nixon tentò disperatamente, assieme alle destre cilene di fare una sorta di golpe costituzionale tentando di far eleggere il candidato arrivato secondo il quale poi si sarebbe dovuto dimettere per dare di nuovo la parola alle urne. Ciò avrebbe permesso formalmente al vecchio Frey di ripresentarsi e probabilmente di vincere. Il piano non riuscì e tuttavia questa pressione così forte costrinse fin da subito Allende a dover scendere a patti con i centristi. I successivi tre anni si consumarono all’insegna di questo primo choc:  il presidente dovette  moderare di molto il suo programma, andare con i piedi di piombo, scontentando così  la parte più a sinistra di Unidad popular spinta sempre di più verso posizioni rivoluzionarie, senza però accontentare i moderati, anzi spaventadoli ancora di più. Tra le concessioni di Allende ci fu anche la nomina di Pinochet, noto uomo di destra al comando dell’esercito, sperando di dare garanzie al centro. Invece il generale già covava il golpe.

Tutto questo in Italia ebbe un impatto enorme: da una parte ampi settori dell’estrema sinistra ne dedussero che non era possibile collaborare con la borghesia e che dunque  la violenza era necessaria, rinsaldando e confermando una via alla soluzione armata. Dall’altra convinse il Pci che non si governa col 51% e ciò indusse Berlinguer ad abbozzare la strategia del compromesso storico, ipotizzata in tre articoli su Rinascita di cui il più rilevante è ” Dopo il golpe in Cile”.

Oggi le cose sono molto cambiate: il liberismo ha sommerso e sconfitto sia la classe operaia, sia la borghesia intesa come ceto, sgominandola con la forza di promesse e illusioni individuali che solo adesso stanno mostrando la corda. Tuttavia la distanza tra chi vorrebbe un’insurrezione, magari anche pacifica oppure il ricorso alla disubbidienza civile e i partiti tradizionali che cercano di governare con la maggiore percentuale possibile e dunque con il maggior compromesso impossibile, fa sentire ancora gli echi di quell’11 settembre del 1973.

E riapre le ferite e le angosce ancora non risolte per le sorti della democrazia. Ma anche la vertiginosa emozione che il futuro, il nostro futuro va tutto inventato.


Complottando un po’

paranoia-melissa-dzierlatkaNon passa giorno che qualche voce intelligente o ottusa non si levi contro il cosiddetto complottismo, che con lo sviluppo della rete è passato dai discorsi da bar o dalle conventicole degli adepti, a vero e proprio filone informativo. Ultimamente ci è messo anche Umberto Eco a restituire con un po’ di ritardo, come è testimoniato dal suo nome, il rullo dei tamburi che proviene dalla “buona informazione” ufficiale.  Cosa sorprendente per chi abbia avuto la ventura con qualche accenno di “s” di seguire i suoi corsi nei quali decretava che i mezzi di comunicazione di massa, ovvero giornali e televisioni non potevano fare cultura in nessun caso, mentre adesso gli stessi veicoli di informazione sono diventati misura di verità e dunque anche di formazione.

Comunque sia  la polemica contro le “balle”non è rivolta verso questa o quella tesi inconsistente, ma genericamente contro l’atteggiamento “paranoico” e spia di “disadattamento sociale ” di chi sostiene tesi alternative senza alcuna prova o sulla base di semplici indizi o ancora più spesso in base ad atteggiamenti fideistici, ma senza minimamente verificare la consistenza delle tesi accreditate dal potere, né di operare distinzioni tra chi per esempio sostiene di essere un portavoce degli alieni o di aver scoperto che i templari governano il mondo o di chi non crede che sia stato solo Oswald a sparare a Kennedy, circostanza che fra l’altro diede vita per la prima volta all’espressione teoria del complotto. Insomma cacciando nel calderone indifferentemente sia il pensiero critico ed eticamente consistente che si oppone ai depistaggi sia le mille forme di pensiero magico che nascono dall’angoscia e dalla volontà mal esercitata di riempire i vuoti di senso della narrazione ufficiale. Chi crede in una tesi fantasiosa o comunque priva di riscontri è portato a credere anche ad altre tesi alternative: questa l’ argomentazioni di origine anglosassone che sostanzia la definizione del complottismo come frutto di frustrazione e di alterazione di personalità.

L’intento finale è chiaro: non si tratta tanto di misurare il rigore dell’informazione alternativa caso per caso quanto di svalutarla in blocco, sia perché comunque eretica, sia perché solo le centrali main stream in mano al potere, anzi esse stesse parte di esso, come giornali, televisioni o major sono semmai autorizzate a farlo nei limiti in cui è loro consentito. Dopotutto bisogna in qualche modo spezzare la sensazione di essere prigionieri muti della comunicazione. Certo è strano, perché questo approccio fondamentalmente americano collide con la stravagante cultura popolare e non di quel Paese secondo la quale dietro ogni leggenda c’è un fondo di verità: abituati ad esplorare il mondo con strumenti da barbecue,  viene dimenticata la natura simbolica delle storie e il fatto che non è necessario che dietro Biancaneve ci sia un personaggio reale o – tanto per citare qualche clamoroso infortunio -non è necessario ricorrere all’identità genetica per spiegare il fatto che due gemelli mono ovulari usino la stessa frase.

Tuttavia qualche volta  è lecito chiedersi se di fronte a un fumo che non trova giustificazione da qualche parte non ci sia anche un qualche arrosto, magari diverso da quello che ci si aspetta. Mi eserciterò dunque, per pura azione esemplificativa su una innocua leggenda, vecchia ormai quasi di quarant’anni, all’origine di mille storie e intarsi narrativi:  la favola secondo cui nessuno sarebbe andato sulla luna e ciò che abbiamo visto e che vediamo (il filmato di Armstrong è andato perso, manco fossimo nelle teche Rai)  non è altro che il prodotto di un set cinematografico diretto da Stanley Kubrick, è ritornata ancora una volta d’attualità prima con una fascinosa quanto fantasiosa interpretazione di “Shining” come una confessione del celebre regista e proprio nelle settimane scorse con ironie sulla scomparsa del celebre filmato giunte dalla Russia per controbilanciare la vicenda dell’assegnazione del mondiale di calcio.

La  storia del complotto lunare è molto interessante non solo e non tanto perché non ci sono prove e quelle azzardate in un primo momento sono state per lo più completamente smontate, ma per la sua intrinseca  assurdità: un inganno del genere, a parte tutte le difficoltà tecniche, avrebbe richiesto la complicità di talmente tante persone ad ogni livello che solo dei mentecatti avrebbero potuto pensare di farla franca, sia che dentro il complotto vi fosse il governo Usa per questioni di  gara allo spazio, sia che si trattasse della sola Nasa per timore di perdere il budget. Paradossalmente perciò l’unico argomento minimamente sensato in favore di questa teoria è che essa sia nata nonostante la sua palese impossibilità. Ed è nata piuttosto precocemente, ancor prima dell’impresa del ’69, ma sistematizzata nel ’76, dal libro di un ex dipendente non tecnico di un’azienda di propulsori a razzo, tale  Bill Kaysing che fra le altre cose tirò dentro direttamente Kubrick come artigiano dell’inganno, ingaggiato in qualità di esperto di effetti speciali dopo ” 2001 odissea nello spazio”.

Per cercare delle piste di comprensione bisogna risalire a quei tempi, evitando la bolla sulla quale si regge oggi la leggenda. Gli Usa sono pressoché alla pari nelle tecnologie di punta, quelle spaziali con l’Urss che sembra conservare tuttavia un certo vantaggio sui vettori; la guerra del Vietnam, nonostante la colossale assimetria di potenza, nonostante le immense stragi causate dai bombardamenti americani sia sul Nord comunista che in Laos e Cambogia va male; in Europa e negli Usa stessi nascono movimenti di contestazione radicale nei confronti del potere che potrebbero fare il gioco dell’Unione sovietica e comunque scardinare il senso di appartenenza al mondo capitalistico e alle sue promesse. Insomma è piuttosto ovvio che la presidenza Nixon che con la trasparenza aveva un rancore personale, cercasse a tutti i costi un modo per riaffermare la superiorità americana, prima di perdere il prestigio nel terzo mondo e anche presso le borghesie occidentali. Dunque l’impresa lunare  anche se con qualche ingenuità vista col senno di poi, poteva apparire vitale a Washington che aveva bisogno del suo carico simbolico, ma che d’altro canto era anche un’impresa rischiosa con altissime probabilità di insuccesso e oltretutto già mediaticamente spesa da anni.

E’  impossibile che si sia cercato, magari maldestramente, un qualche modo per alleggerire un possibile fallimento? Magari un modo per simulare lo sbarco anche con il modulo Lem fuori uso o gli astronauti stessi non in grado di operare sulla superficie del satellite e/o di tornare tornare sulla terra? O magari più banalmente per ovviare a malfunzionamenti di macchine fotografiche e di ripresa che avrebbero reso l’impresa più opaca? O paranoicamente per non regalare ai sovietici particolari di tecnologie usando immagini farlocche? Tutte cose che avrebbero richiesto la complicità di ambienti molto più ristretti. Perché poi Stanley Kubrick tirato mani e piedi dentro la fantasiosa leggenda, così debordata da tradursi anche in un film come Capricorne One, non ha mai sentito il bisogno di smentire, sia pure per sport? Tanto più in ragione di una sua particolare vicinanza alla Nasa di cui ha sfruttato le ottiche per i suoi film o meglio le ottiche superluminose prodotte per l’agenzia spaziale americana come il celeberrimo Zeiss Planar 0,7,  concepito e fabbricato dall’azienda tedesca per permettere non meglio precisate riprese in condizione di luce critica nei voli spaziali di preparazione all’allunaggio umano.

Può darsi che la leggenda del non sbarco sulla luna derivi da chiacchiere, contatti e mezzi piani di questo genere che, uscite dalle cerchie ristrette hanno finito per prendere vita propria e proporsi in forma definita come complotto lunare. Ma in ogni caso se manca l’elemento di fattibilità pratica, almeno nell’ampiezza del disegno delineato dai complottisti lunari, se mancano le prove, non manca affatto di consistenza logica.

Naturalmente non è che mi sia convertito al complotto, è solo che voglio sottolineare come troppo spesso con la parola complottismo venga contrapposto all’informazione ufficiale per screditare semplicemente il dissenso politico e sociale. Ora se nel caso della Luna esistono i segni dello sbarco e un insieme di circostanze accertate, spesso tra la voce del potere inteso in senso lato e quelle alternative non esiste affatto una grande distanza in fatto di verosimiglianza di prove tanto più che spesso queste ultime sono fornite dal potere stesso, senza alcuna possibilità di verifica. Proviamo a pensare – tanto per fare qualche esempio fra mille  – alle bugie sull’Irak, all’aereo malese abbattuto sull’Ucraina, al congresso Usa che approva nel gennaio del 2014 un provvedimento di finanziamento per il Califfo e i suoi seguaci: si direbbe che i complottisti veri siano le elite.

Ma per finire questo post cercherò di essere il più complottista possibile: a volte penso che chi detiene a vari livelli il potere, non usa la tattica di arginare le tesi alternative, al contrario  cerca di stimolarle il più possibile perché man mano si allontanino dalla verosimiglianza e formino un repertorio contraddittorio facilmente squalificabile in blocco. Un po’ come certi microbiologi che alla fine degli anni ’80 suggerirono di combattere l’Aids favorendo la variabilità dell’hiv in modo da depotenziare il virus stesso con la nascita e la proliferazione di ceppi non patologici e la marginalizzazione di quelli dannosi. Di certo fa un gran comodo alla finanza globalizzata che l’influenza di think tank e centri di potere come Bilderberg, Fmi, Trilateral e  via dicendo venga vista da molte persone come un complotto ora degli Illuminati di Baviera, ora degli ebrei, ora degli alieni rettiliani perché l’evidenza di una egemonia culturale espressa da questi nodi di potere reale  viene sommersa da paccottiglie di insensatezze. Che spesso però sono un modo semplicistico e ingenuo di interpretare i vuoti di informazione e le contraddizioni del racconto pubblico o di dare spazio, in questo tentativo, ai propri pregiudizi. Per non parlare dell’11 settembre dove esiste un intero florilegio di teorie (è stata la Cia, l’attentato è stato permesso dai servizi segreti, è stato il Mossad, sono stati i neocon del Progetto per un nuovo secolo americano di cui facevano parte alcuni uomini chiave dell’ amministrazione Bush) che alla fine danno la sensazione di navigare nel vuoto assoluto. Purtroppo ciò che rimane sono le conseguenze dell’attentato: le guerre in Afganistan, in Irak e le forti restrizioni alla libertà del patriot act.  So che è affascinante disquisire su chi sia stato, ma in realtà ha anche poca importanza visto che la distruzione delle Twin tower è frutto in ogni caso di rapporti e situazioni reali con la loro alea di possibilità, piuttosto che di intenzionalità singole.

Anzi in fondo è anche più interessante la tesi ufficiale della strage pensata e organizzata da al Quaeda e Bin Laden perché si tratta di un’organizzazione e di un personaggio creati a suo tempo dagli Usa in funzione antirussa (come è accertato dalle documentazioni ufficiali): suscitare, stimolare, finanziare estremismi religiosi e non per servirsene a proprio vantaggio, alla fine si può risolvere in caos come la situazione attuale della Siria e dell’Irak testimoniano al di là di ogni dubbio.  Sono arcana imperii che alla fine si pagano e la vicenda dell’11 settembre non è che l’inizio. Insomma per paradossale che sia, la tesi ufficiale è molto più loquace sulle dinamiche dell’impero che non quella dell’attentato costruito al suo interno che tra l’altro sposta su un complotto di vertici e servizi segreti, responsabilità proprie di un’intero mezzo secolo di politiche  e modus operandi che alla fine si è risolto ad erodere la democrazia sfruttando ed enfatizzando la paura.

Bene, metto la parola fine perché ho il sospetto di poter continuare all’infinito o comunque fino alla luna. E senza nemmeno Kubrick.


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