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Ministero dei Mali Culturali

tortaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Io capisco che siete ancora tutti impegnati nel neo-antifascismo militante contro l’ex ministro che continua ad essere in auge grazie al successo di critica, la vostra, di pubblico, anche elettorale, di stampa, tutta entusiasticamente adibita a fare da ripetitore alla sua propaganda cialtrona. E che se proprio un sabato mattina decidete di disertare il supermercato, è per andare in piazza con specie ittiche  più civiche dei bastoncini e dei filetti del Capitano.

Però sarebbe opportuno che vi guardaste intorno per identificare altri pericoli per la democrazia e l’interesse generale e per dare voce e ascolto ad altri fermenti, uno per esempio si chiama Emergenza Cultura, i cui rappresentanti non si sa come non compaiono mai nei talk, non vengono intervistati, non producono gadget e merchandising, forse perché si battono proprio contro la commercializzazione dei nostri beni e l’occupazione dei nostri templi dell’arte, del paesaggio e della storia da parte dei mercanti.

E di mercanti ce ne sono due molto attivi nel governo e hanno il merito sorprendente di farci rimpiangere i predecessori, Toninelli e Bonisoli.

Si tratta della ministra delle Infrastrutture, entusiasta delle opportunità che offrono le emergenze testate in qualità di ex commissaria nel cratere del sisma del Centro Italia, vuole perpetuarne qualcuna foraggiando quelle grandi opere dannose per l’ambiente e i bilanci pubblici ma redditizie per cordate di corrotti e corruttori, prudente e riflessiva invece quando si tratta di noiosa e poco creativa manutenzione del territorio o di rivedere contratti con controparti criminali. E del ministro per i Beni Culturali, tornato per fare piazza pulita di due o tre misure non proprio disdicevoli del predecessore, grazie al ricorso al gioco delle tre carte, togli qualcosa a qualcuno (l’ingresso gratuito agli ultra sessantacinquenni, che vadano a guardare i lavori degli stradini perbacco!, e rimetti le domeniche gratuite nei musei.

Era solo il primo passo della restaurazione secondo Franceschini, che sta ripristinando i contenuti della sua Prima Riforma che aveva fatto di lui con tutta probabilità il peggior Ministro dei Beni Culturali, in pool position con Galan, Ornaghi e quel Bondi, cui dobbiamo l’acquiescenza idiota al dimezzamento del budget del dicastero voluto da Berlusconi e Tremonti, quello che la cultura la voleva in mezzo a due fette di pane, così oggi spendiamo in cultura l’1.1% della spesa pubblica (cioè esattamente la metà della media europea) e lo 0,6% del Pil.

Lui non parla di salame o mortadella con marchio Unesco, ma ripete il mantra desolante e  il trito repertorio da volantini di Mondo Convenienza con l’offerta sugli scaffali del supermercato globale del nostro petrolio e dei nostri giacimenti al migliore offerente. Non a caso ha subito provveduto al ripristino della direzione generale Turismo presso il ministero dei Beni culturali, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico. E che la nostra missione non è quella di tutelarlo per goderne perché è una perenne lezione di storia e dunque di futuro oltre che di bellezza, ma di lanciarlo sul mercato per trarne profitto.

E infatti la parola d’ordine non è salvaguardia, non è cura, bensì valorizzazione, un termine che già nella sua radice  ha a che fare con la quotazione, il prezzo e il profitto della merce cultura, della cui  promozione sono incaricati quei direttori di museo selezionati in virtù di conclamate performance di manager e esperti di marketing con particolare interesse per soggetti stranieri che garantiscano un rapporto consolidato con le multinazionali  del moderno consumo di merce culturale.

D’altra parte da uno che in fase di eclissi di poltrone ha trasformato la casa avita in profittevole B&B ,  non possiamo aspettarci che pratichi il culto del passato,  come si fa nei musei che, lui forse non lo sa, sono un “brevetto” italiano. E infatti il museo dovrebbe essere una realtà viva e di tutti, non è una mostra,  non è a termine, non si monta e smonta e non deve aprire una tantum, non deve essere messo in ombra dalle esposizioni che ospita o dissanguato da quelle che nutre con prestiti dissipate,  fa parte dei nostri territori, incarna e dà ospitalità alla nostra memoria collettiva, in quelli maggiori molto propagandati come in quelli minori, ancora più fondamentali per il rispetto e il ricordo di radici comuni.

Mentre grazie a “riforme” volute da insospettabili progressisti, in testa Ronchey e Veltroni che hanno preparato la strada al nostro Attila odierno, si è spalancata la porta al mecenatismo peloso dei privati grazie all’istituto delle concessioni  che ha lasciato nelle loro mani non solo i cosiddetti servizi aggiuntivi dei luoghi di cultura (ristoranti e librerie), ma anche la didattica, l’organizzazione delle mostre, la bigliettazione e la
vigilanza,  per mettere a reddito i nostri tesori. Così a Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato  e le cene degli azionisti delle multinazionali, a Brera sfilano i capi degli stilisti, alla Gipsoteca riscaldata opportunamente invece l’intimo di una nota marca, il Colosseo è da tempo la location di sconfortanti show compresi i festeggiamenti per l’ottavo re n.10 della Magica,  la Reggia di Caserta diventata un brand è la location preferita di spot, allestimenti arrischiati per mostre estemporanee, il nome per la pubblicità di liquori, pasta, accessori,  Ponte Vecchio si chiude ai cittadini per la cena di gala di un’azienda cara al Giglio renziano.

Viene da sospettare che la restituzione dello status di autonomia amministrativa e gestionale  alle Gallerie dell’Accademia di Firenze concessa dallo stesso Franceschini nel 2016 con la incoronazione a direttrice della tedesca Cecilie Hollber, che si è definita “manager culturale”, così come è previsto per il Parco Archeologico dell’Appia Antica e per il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, vada nella stessa direzione di altre pretese centrifughe che premiano insulsi campanilismi e invadenze privatistiche,  pensate per segmentare e paralizzare la gestione centrale e di conseguenza quella periferica, conservando allo Stato la tutela ma delegando poteri decisionali e competenze a comuni e regioni in “piena schizofrenia amministrativa”,  se è vero che l’indipendenza dal Polo della Toscana del museo, che non possiede una struttura né uffici  a disposizione di una comunità di ricerca e studio, serviva solo a tenersi in tasca i proventi del biglietto per la visita al Davide.

E non rincuora certo il potenziamento previsto della struttura. Quanti fichi secchi serviranno alle nozze di  7 nuove soprintendenze, alla creazione di quella nuova per il patrimonio subacqueo, della nuova direzione generale per la sicurezza del patrimonio culturale e per la conferma degli uffici esportazione in qualità di strutture interne operative alle soprintendenze, questi ultimi incaricati delle procedure che presiedono alla pratica nefasta dei prestiti con trasvolate oceaniche a beneficio delle iniziative di norcini e organizzatori delle multinazionali dei Grandi Eventi  ? O per il rafforzamento della direzione generale Creatività Contemporanea che già così puzza di polvere negli occhi dei citrulli e che dovrebbe occuparsi di rigenerazione urbana, design, moda, periferie, industrie culturali e creative, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo sciocchezzaio modaiolo degno del manifesto delle Sardine.   Quando  a fronte dei 25 nuovi dirigenti “promossi” da Franceschini per avere una rete di controllo, vigilanza e tutela ci sarebbe bisogno di almeno sette mila  addetti.

E’ che, come ha osservato Salvatore Settis, l’ideologia che ha ispirato gran parte dei ministri che si sono susseguiti negli anni considera le soprintendenze e la rete di  tutela come una “bad company”, distinta dalla “good company” che sarebbero i musei e la conservazione pura e semplice.  Così chi lavora tra le mura di un museo, di una chiesa, in un sito archeologico è umiliato, mal pagato, privo di quelle stesse tutele che dovrebbe riservare alla bellezza di cui è incaricato di aver cura. Solo la metà di loro ha un contratto  e solo il 23% ne ha uno “regolare”, magari di quelli multiservizi, quelli per le pulizie, per le mense scolastiche, del commercio, mentre per gli altri vige la regola del ricatto e l’imposizione di un volontariato come promessa e premessa di qualcosa di più in un ipotetico futuro.

La cultura non si mangia ma nemmeno ci fa mangiare: in troppi se la stanno rosicchiando.


Cosa va in fumo con Notre Dame?

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Poco importa che nei secoli fosse stata rimaneggiata e manomessa, devastata dalla collera rivoluzionaria che voleva farne il tempio della Dea Ragione e ricostruita dalla meticolosa ossessione chirurgica di Viollet le Duc, né più né meno che certi teatrini come Carcassone e del Partenone per contribuire a una Storia di cartapesta, poco importa se secondo criteri estetici più o meno opinabili possa piacere meno di migliaia di altri gioielli meno propagandati, poco importa se questo monumento della cristianità come titolano stamattina i quotidiani, abbia minor potere di suggestione religiosa della severa chiesa di Sovana, di San Sebastiano Fuori le Mura, di San Vitale a Ravenna, e centinaia di luoghi di culto.

Poco importa, perché a fare di un posto un simbolo sono poi le emozioni, le narrazioni che ha suscitato, la presenza nella storia personale con le foto dell’album del viaggio di nozze, e nell’immaginario collettivo.

In chiunque la cancellazione di una porzione del nostro paesaggio naturale, costruito, astratto suscita un senso di perdita. È facile immaginare che i parigini ieri sera intorno alle 19 abbiano ascoltato con sgomento e dolore il sordo crepitio  e poi lo schianto della guglia con le sacre reliquie, abbiano lacrimato copiosamente non solo per i miasmi acri, proprio come i veneziani quel 29 gennaio 1996 quando videro quella colonna di fumo nero e poi le fiamme levarsi dal cuore della città perché stava bruciando senza scampo il loro teatro.

E infatti anche stavolta piangono anche quelli che hanno contribuito alla distruzione lenta o repentina dei nostri beni comuni anche senza appiccare il fuoco o pagare qualcuno per farlo. Perché è inverosimile che Monsieur le Président abbia gettato la sua gauloise accesa sulle impalcature della cattedrale o che l’abbia fatto qualche suo famiglio, anche se la sua immagine avrà beneficiato del rinvio della presentazione pubblica della sua strategia di “riforme” e anche se non è improbabile che usi questa catastrofe per ricontrattare al ribasso i suoi impegni comunitari, come pare non sia lecito fare a paesi colpiti da terremoti a raffica e altri disastri “naturali”. Ma è vero che proprio come per quelli che si continua imperterriti a definire disastri naturali non c’è nulla di imprevedibile o “normale” o fisiologico nell’incendio di un monumento, di un tesoro collettivo, di un capitale pubblico, sul quale invece che con opere di ordinaria manutenzione, si interviene con interventi di emergenza, più costosi quindi ma meno soggetti a azioni di sorveglianza, affidati a imprese che circolano in quel mondo di mezzo globale infiltrato dalla criminalità,  e che perciò si prestano ad agire al ribasso e senza garantire la qualità dei materiali, i tempi di esecuzione, i controlli di sicurezza.

Parigi, come gran parte delle metropoli occidentali, vive la condizione bene espressa da Galbraith nel suo L’età dell’incertezza di opulenza privata in pubblica miseria: con i suoi faubourg ben pettinati, i suoi quai ordinati, le sue piazze che sembrano presepi viventi, ordinate e pittoresche ambientazioni per i turisti della città dell’amore e appena fuori le periferie, le squallide banlieu che anche quelle si incendiano di malessere e ribellione, i quartieri dormitorio, compreso quello di Drancy tristemente noto per essere stato  teatro del   rastrellamento degli ebrei da parte di tedeschi e di gendarmi di Vichy, o quello dove Ferreri impagina la sua allegoria dell’eclissi violenta del mito  virilista.

Sono le metropoli ormai il palcoscenico dove si consuma la rappresentazione più feroce delle disuguaglianze, dove la sicurezza in mancanza di lavoro, servizi di cura e assistenza, trasporti efficienti, offerta di istruzione e cultura secondo pari opportunità, si limita al decoro, all’ordine pubblico gestito per rassicurare i primi e i penultimi criminalizzando gli ultimi, dove les déchets si raccolgono nelle colorite stradine del centro e altrove restano a marcire nei rigagnoli,  dove il patrimonio immobiliare pubblico monumentale e artistico se non viene dato in comodato a avveduto sponsor e mecenati spilorci viene sottoposto tuttalpiù a rinfrescate a beneficio dei visitatori, puntellamenti perenni, coperto da quinte pubblicitarie di durata decennale a coprire la vergogna della trasandatezza e dell’abbandono, o, ma non è meglio, rivisitato per convertirsi in centro commerciale, location per grandi eventi, perché ormai non è più tempo di restituire al pubblico sotto forma di graziose bomboniere le antiche stazioni, trascurate perfino dei popoli delle Leopolde, perché le destinazioni d’uso desiderabili sono quelle che fanno cassetta, che sono oggetto dello shopping compulsivo dei emiri e sceicchi che ne fanno i templi dei loro vizi consumisti come a Dubai e Abu Dhabi.

La bellezza non salverà Parigi e nemmeno la sua Grandeur, se mostra la sua debolezza davanti a un pericolo non certo imprevedibile o eccezionale. Oggi il giornale più sfacciatamente increscioso e imbarazzante d’Italia titola: è l’11 settembre dell’Europa cristiana, preparando il terreno per tutto l’ineffabile e inevitabile sciocchezzaio. Si adombreranno complotti degli infedeli o l’intervento sospetto di imprese con manovali e muratori che invece che la baguette sotto l’ascella si portano sull’impalcatura il kebab,  qualcuno vedrà nell’incendio un monito della Provvidenza inquieta per l’invasione di miscredenti e pagani, qualcuno l’intenderà come  un invito a rifugiarsi nella triade Dio, Patria e Famiglia, compresa quella un po’ meno tradizionale che vive all’Eliseo secondo canoni concessi solo a chi sta più su nella scala gerarchica e morale.

Comunque e da chiunque venga si vedrà nel falò, nella trascuratezza, nei ritardi nelle azioni di spegnimento, una raffigurazione plastica della dittatura del terrore e dei suoi impresari. Ed è così, perché non c’è tanta differenza tra la furia iconoclasta del fondamentalismo islamico per sua natura incompatibile con i valori della nostra superiore civiltà e tradizione, e quella apparentemente più educata di chi distrugge memoria, storia, bellezza per sostituire ai loro templi i sacrari della teocrazia del profitto e del mercato.


Chiappe chiare, coscienze scure

Mussolini visita il Circeo

Mussolini visita il Circeo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se vi è mai capitato di percorrere la litoranea che costeggia Sabaudia e San Felice per tornare incautamente verso Roma in un torrido giorno intorno a Ferragosto. Beh, non è una strada, si tratta di un interminabile parcheggio, a pagamento, per migliaia di auto dei forzati dell’abbronzatura. File di scatole di lamiera incandescente che, c’è da immaginare, al tramonto percorrono a passo d’uomo la stretta striscia di terra per riportare mamme stanche, ragazzini capricciosi, mariti distratti al cellulare, adolescenti impazienti di cominciare la parte migliore della giornata nelle casette tutte uguali delle decine di comprensori dai nomi lirici e ridenti, Magnolie, Golfo Sereno, Terra Felice,o esotici, Playa do Sol, comunque tutti uguali, come sobborghi di cittadine americane, quelle investite dalle bolle immobiliari.  La follia proprietaria della seconda casa, quando è sempre più difficile averne una, la prima, quando  su ambedue pesano tasse e balzelli, suona ancora più estemporanea e inappropriata qui, in un territorio straordinario per bellezza e storia, tanto che rientra in uno dei primi parchi nazionali, istituito nel 1934. Le varie amministrazioni locali e centrali devono aver seguito alla lettera lo scopo dei vincoli previsti e che non si proponevano fini puramente naturalistici e di protezione. Lo statuto del Parco ne motiva la realizzazione “allo scopo di conservare, tutelare e valorizzare il patrimonio naturalistico e per la   promozione   e   lo  sviluppo  del  turismo  e  delle  attività compatibili”. Una formula che doveva conciliare gli interventi  di bonifica delle paludi pontine e del taglio della foresta di Terracina, tesi a creare estese aree agricole gestite attraverso un sistema di poderi e l’edificazione di nuove città, con l’intento di salvaguardare una delle aree naturali più preziose    del  Paese, E infatti con una perfetta sintesi, fu  Mussolini stesso ad autorizzare il Parco, associando lla tutela della foresta la realizzazione di Sabaudia, centro, nelle sue intenzioni, destinato allo sviluppo turistico. Pare ci siano forme di apologia del fascismo altrettanto poco punite quanto quella definita dalla legge:  la cementificazione del territorio è proseguita con instancabile operosità, registrando anche infiltrazioni delle organizzazioni criminali, e non solo in senso estetico, tanto che a un certo punto fu “estromesso” dal perimetro del Parco un tratto del Lido di Latina, proprio a causa del proliferare di interventi abusivi. Ma è probabile non siano invece abusive le centinaia di costruzioni che hanno occupato l’area, è probabile siano tutti regolarmente autorizzati, legittimamente edificati, ma inopportunamente promossi e compiuti ai danni del territorio, delle sue risorse, della bellezza e della qualità del luogo.  Ed anche di un turismo sostenibile, quello tanto decantato e mai davvero incoraggiato, che dovrebbe mettere in condizione tutti e non solo speculatori, proprietari, visitatori milionari, di godere di quella meravigliosa e armoniosa combinazione di natura, storia, archeologia, paesaggio che rappresenta appunto un bene comune inalienabile e ineguagliabile.

Perché è vero che abbiamo subito e subiamo governi inetti e a un tempo completamente assoggettati ai comandi delle rendite proprietarie o finanziarie, che adesso poi siamo sotto il tallone del peggiore, composto   da maggiordomi, per giunta maleducati e ignoranti, che detestano la bellezza, la memoria, l’arte e soprattutto odiano noi  quando ne rivendichiamo la proprietà collettiva. E che a causa di ciò, per favorire amici, protettori, famigli e benefattori elettorali licenziano leggi fatte apposta per smantellare l’edificio della sorveglianza, dei controlli, della vigilanza e della tutela. Ma è anche vero che negli anni clientelismo, familismo, corruzione sono diventati fenomeno endemico che ha conciliato desiderata non sempre legittimi, non sempre leciti, tutti perlopiù irregolari di singoli con una permeabilità alla corruzione economica o ai fini del voto di scambio di amministratori, funzionari, rappresentanti, in barba a leggi e regolamenti urbanistici, a requisiti di sicurezza, a criteri estetici di rispetto filologico degli interventi edilizi o infrastrutturali. Perché il consumo di suolo non è fatto solo di grandi e inutili opere, destinate ad essere dannose finanziariamente e ambientalmente, non è fatto solo della cementificazione selvaggia e improvvida dei grandi quartieri dormitorio, dei falansteri spesso mai finiti e spesso vuoti, ma anche della costellazione di insediamenti cresciuti come funghetti, senza seguire nessun disegno urbanistico, nessuna armoniosa strategia di sviluppo in grado di integrare abitazioni, servizi, rete viaria, con le attività produttive e con la protezione dei terreni agricoli, consumati nella quantità e nell’estensione, esposti a inquinamento, dissipazione, degrado.

Presto per speculatori grandi e piccini, per sfruttatori de luxe o junior, questo sarà il vero Paese di Bengodi. Liberi tutti, tutti variamente autorizzati a fare quello che gli pare, una volta messi al bando fastidiosi controllori, occhiuti ispettori, molesti vigilanti, insomma quella categoria ingombrante e disfattista di sovrintendenti, funzionari incaricati di indagare sulla congruità delle opere, se non, purtroppo, sulla loro utilità.

La delega alle quote rose da parte del governo consiste nell’affidare a bei musetti i lavori sporchi, nell’incaricare le sue madonnine infilzate di sbrigare le faccende più oscene, dalle riforme elettorali al sacco del territorio. Così è toccato alla Madia coronare il disegno turpe dello Sblocca Italia trasformando il legge un’operazione che Tommaso Montanari ha efficacemente riassunto in questa formula: “con quel ddl, se il governo vuol fare un’autostrada in un bosco secolare o in un centro storico, lo chiede a qualcuno che è diretto dai prefetti: cioè sostanzialmente a se stesso”, facendo confluire   un potere tecnico (quello delle soprintendenze, una sorta di magistratura del territorio e del patrimonio) “che finora rispondeva solo alla legge, alla scienza e alla coscienza”   nel potere esecutivo, rappresentato dall’autorità prefettizia.

È proprio vero quel che non fece Berlusconi, tagliando a metà i fondi, già insufficienti,   destinati al nostro   patrimonio, impoverendo la rete dei quadri tecnici, in media già anziani, negando   i rimborsi spese (modestissimi) per le missioni su scavi e cantieri, lo fa Renzi  con quel silenzio/assenso (mutuato anche dal Ministro competente che ha taciuto pudicamente sul provvedimento) sui grandi lavori, edifici, lottizzazioni, e accorpando   le Soprintendenze alle Prefetture, sottoponendole  ai prefetti, e ricostituendo quelle  Sottoprefetture , un tempo incaricate di esprimere sul territorio l’autorità indiscussa dei Savoia, proprio come piace al reuccio.

Savoia, Borboni, Barberini, dopo Attila ne abbiamo visti passare di barbari. E non si trattava solo di invasori e predoni venuti da fuori, ma anche di vassalli e valvassori che se ne approfittavano, di intendenti che ci speculavano, di signorotti e esattori  che ci tartassavano. È proprio vero, siamo rientrati a pieno titolo nel feudalesimo , scaraventati di nuovo nei fori cadenti e nei solchi bagnati di servo sudor, che presto i boschi non ci saranno più e le fucine sono delocalizzate.


Devastare l’Adriatico, l’Italia imita la Croazia

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Pare sia ormai consolidata prassi incaricare saggi, tecnici, consulenti e esperti perché svolgano indagini, conducano approfondimenti, traggano conclusioni utili a indirizzare governi nazionali e locali in modo che vengano compiute le scelte più opportune per l’interesse generale. Per poi licenziarli, rimuoverli, smentirli e soprattutto gettare nel cestino della carta straccia i loro contributi, per lo più pagati profumatamente.

Deve essere successo così anche con il rapporto redatto per conto della Regione Emilia Romagna da un panel di esperti chiamati a dire se i terremoti che hanno colpito la regione nel 2012 possano aver avuto come concausa le attività estrattive del petrolio (che nella regione si praticano da decenni) e, più in generale, trivellazioni e perforazioni del suolo, se    in barba alla Costituzione si dà licenza di trivella ai petrolieri nazionali e esteri,  dando  concreta operatività alle disposizioni dell’articolo 38 dello “Sblocca Italia”,  che permettono di applicare  procedure semplificate per una serie di   infrastrutture strategiche e per una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e senza che si applichi la Valutazione ambientale strategica (Via), trasferendo  le competenze ora in capo alle Regioni, al Ministero dell’Ambiente. Un caso di successo dell’attività della lobby delle perforazioni spericolate e degli inopportuni scandagli è senz’altro rappresentato dall’accordo stipulato tra Eni e Comune di Ravenna che prevede il “disinteressato” stanziamento di fondi (12 milioni) per studi sulla subsidenza in cambio dell’impegno a intervenire in Regione per interrompere la moratoria sulle attività estrattive. Se ne vantano sindaco eletto grazie a una lista ecumenica della quale fanno parte  Di Pietro Italia dei Valori,  Pri,  Partito Democratico,  Rifondazione Comunista-comunisti Italiani, Sinistra Ecologia Libertà,  Radicali Laici Socialisti, e il  vice sindaco Mingozzi: la decisione, dice,   rappresenta l’opportunità di riprendere ricerche e utilizzo dei giacimenti di idrocarburi presenti in Adriatico, garantendo il rispetto delle più avanzate normative di tutela del mare e dell’economia costiera. La  nostra posizione suffragata dall’impegno della Regione può essere determinante affinché il futuro economico delle imprese del settore sia salvaguardato e, in materia di approvvigionamenti l’Italia possa avere più soluzioni per non correre rischi di dipendenza dai Paesi dell’ex Unione sovietica e del Mediterraneo”.

Così in coerenza con lo spirito che anima l’azione di governo e il decreto Sblocca Italia, suo fiore all’occhiello,  nella più totale indifferenza per gli effetti relativi alla subsidenza: “niente paura, tranquillizza il Comune, queste attività non si possono effettuare entro le 12 miglia dalla costa”, per non dire di quelli attribuibili all’inquinamento: “verranno utilizzate alte tecnologie a garanzia dell’equilibrio ecologico”,   le trivellazioni in Adriatico vengono assimilate alle grandi opere che rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili», grazie a quel gioco di prestigio caro agli illusionisti di governo secondo il quale qualsiasi intervento che porti profitti a privati avidi e disinvolti, si converte in azione preminente, improrogabile, improcrastinabile, cui si possono applicare procedure eccezionali, fuori dalle regole e, se serve, dal dettato costituzionale.

D’altra parte avevano già ricevuto la benedizione di uno sponsor autorevole. Era stato Romano Prodi in un diktat sotto forma di editoriale a raccomandare in modo pressante lo sfruttamento intensivo di “quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia”, e delle risorse di idrocarburi presenti in Adriatico, prima che lo faccia qualcun altro, in particolare la Croazia che ha votato l’installazione di 14 piattaforme. Sembra proprio di sentire gli argomenti al limite del “demenziale” che venivano messi in campo per tradire il pronunciamento popolare contro il nucleare: che senso ha non investire sull’atomo quando lo fa la Francia alle porte di casa? Che senso  avrebbe dire no se hanno detto si i nostri vicini, con i quali divideremo rischi senza godere dei benefici? Come se fosse trascurabile l’accumulo di pericolo, soprattutto in un paese che non ha saputo nemmeno mettere in sicurezza le sue scorie e che vanta un curriculum di imprudenze e irresponsabilità, del quale fanno parte Ilva, Eternit, Acna, fabbriche del cancro e opere dalla formidabile pressione ambientale e corruttiva.

E’ che il mantra della competitività a tutti i costi trova sempre nuovi interpreti, anche quando viene ripetuto  a scopo simbolico più che in vista di un reale interesse. Se si decidesse  di “sfruttare” i fondali dell’Adriatico si potrebbero estrarre, entro il 2020, 22 milioni di tonnellate di idrocarburi, si coprirebbe  circa il fabbisogno di 4 mesi di consumi  di un Paese nel quale la domanda di petrolio registra ormai un trend in flessione, per via della crisi ed anche di un sia pur lento cambiamento nel sistema energetico, prodotto dall’elettrificazione dei consumi e dall’efficienza. Ma si aprirebbe invece la strada a sempre nuovi appetiti insaziabili dei signori del petrolio, i veri beneficiari dello sfruttamento di quei giacimenti del quale noi cittadini godremmo ben poco, se calcoliamo il valore delle royalties per le estrazioni, le più basse del mondo e per non parlare dei danni accertati che arrecano alla pesca, al turismo, alla qualità ambientale.

Spetta ai cittadini ancora una volta battersi contro il sacco dell’Adriatico, il “mare stretto” secondo Braudel,  il “mare dell’intimità secondo Metvejević,  per indicarne quella dimensione lacustre sulla quale insistono tanti paesi, tutti interessati a preservarlo, a tutelarne ricchezza e qualità. E con forza perché il fronte del profitto privato contro l’interesse generale è ampio e senza scrupoli e ha contagiato  ormai anche quelli che dovrebbero essere chiamati a salvaguardare  quel bene comune supremo che è l’ambiente, quelli che dovrebbero rappresentare il nostro diritto a goderne e quello di chi verrà dopo di noi. A cominciare dal Ministro dell’Ambiente, che ha già annunciato di non essere “né pro, né contro”, rivendicando un suo ruolo notarile: “mi limiterò a applicare le leggi” e richiamando a un ragionevole realismo: “i combustibili fossili ci servono ancora: vanno estratti, ma con le dovute garanzie”, e ribadisce entro le 12 miglia dalla costa e dalle aree marine protette nessuno può trivellare, e già questa è una garanzia assoluta. Poi, vediamo se ci sono le condizioni per estrarre altrove”. Non ci resta che evitare che quell’ “altrove” non sia qui.

 


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