Anna Lombroso per il Simplicissimus

Prima ci hanno detto con le buone ma soprattutto con le cattive che non c’era altro da fare che rinunciare ai diritti in cambio dello stretto necessario. Adesso si completa la seconda fase che consiste nella doverosa limitazione della libertà nelle sue varie declinazioni in cambio della sicurezza.

Come questo processo  si debba compiere è chiaro: restringendo la partecipazione tramite la paura, eliminando l’accoglienza tramite la diffidenza, penalizzando la solidarietà tramite il sospetto, punendo la coesione tramite il difensivo isolamento. Ma anche con il vecchio armamentario della  repressione, insostituibile quando non si sa fare prevenzione e, prima ancora, non si sanno attuare i fondamenti della democrazia, attraverso la loro manutenzione, quelli dell’uguaglianza, della sicurezza sociale, dell’istruzione, della valorizzazione del lavoro perché non si riduca a necessaria servitù, della legittima espressione dell’opposizione, della libertà di parola, come della tutela della sfera privata da ingerenze e abusi nei controlli.

Basta, adesso con nemico pubblico in casa, è sancita l’obbligatorietà della cessione delle prerogative che riguardano i diritti di tutti, così come dell’abiura a quelle individuali. Per la nostra tranquillità, ma soprattutto perché l’ordine regni a Parigi, a Roma, a Berlino, a New York vanno incentivati sorveglianza, esaltati i poteri di vigilanza amministrativa e militare, sbrigliate le potenzialità di occhi elettronici, svincolate  da regole e leggi le facoltà di grandi fratelli, alte autorità, commissari straordinari, come ormai siamo abituati succeda in occasione di elevata emergenza, che riguardi  catastrofi naturali, non certo inattese, barriere mobili, non certo tempestive, esposizioni mondiali, non certo necessarie, e così via.

Sospetto che la rinnovata, impellente, essenziale intromissione nelle nostre esistenze ai fini di ordine pubblico non cambierà di molto le nostre vite. Come sa chi, pur avendo stretto patti di non belligeranza con svariati call center, subisce quotidiane e reiterate molestie telefoniche, o riceve invadenti e innumerevoli proposte commerciali, o deve subire infiniti tormenti per non dire di ricatti o coercizioni, per aver incautamente effettuato un acquisto in rete, una transazione con la carta di credito, sottoscritto un contratto con un fornitore di servizi telefonici o di elettricità o gas. E non parliamo della tracotante e sfacciata invadenza di banche, istituti di credito, assicuratori, che si scambiano mailing list e e liste di proscrizione, elenchi di vittime e identikit di potenziali sfruttati. Senza dire di Agenzie delle entrate, abilitate a controllare abitudini, inclinazioni, propensioni, consuetudini, vizi e virtù attraverso il monitoraggio delle nostre spese, dei nostri acquisti, dei nostri debiti, dei nostri costumi, al fine di meglio indirizzare la mannaia che risparmia invece in barba alla  rintracciabilità di   transazioni sospette, i grandi evasori,  protetti dal sistema di scatole cinesi e dai sistemi vincenti del gioco d’azzardo finanziario.

Stupisce dunque che le immaginifiche ricostruzioni dei fatti di Parigi lascino intendere un rispetto elevatissimo ed irrinunciabile delle regole che tutelavano riservatezza e privatezza di “pericolosi” e ben conosciuti eversori, potenziali terroristi, quasi certi killer pronti a tutto, sicuramente ben finanziati magari  tramite bonifici da opimi sponsor che stanno sfilando accolti con tutti gli onori a Place de la Rèpublique, che viaggiavano forse per andarli a trovare su aerei di linea, acquistavano prodotti al  mercato. E che  ci ricorda il cauto  riserbo, la prudente discrezione, il timido riguardo con il quale si trattano audaci finanzieri, acrobatici banchieri, disinvolti imprenditori, inviolabili politici.

È che in tempi di disuguaglianza, la prima a non essere uguale per tutti è la libertà.