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Le mascherine nuove dell’Imperatore

masch Anna Lombroso per il Simplicissimus

È stato il sottosegretario alla presidenza della giunta dell’Emilia-Romagna, Davide Baruffi, con quella sanguigna e ruspante schiettezza  che ha decretato il successo di personaggi letterari e cinematografici regionali, a sintetizzare efficacemente quello che in tanti sospettano, pensano e dicono a rischio di censure, gogne morali, anatemi.

La  confessione è datata 25 aprile, ma la dice lunga sulle scelte che hanno “suggerito” di imporre al paese restrizioni, leggi marziali, sanzioni, penali, di concedere deleghe in bianco a autorità che non possiedono un mandato del Parlamento, cui è stata data perfino facoltà di sottoporre i cittadini a tracciamento grazie  alla concessione a una società privata dell’applicazione di un software che ha suscitato dubbi perfino da parte del Copasir sia per le modalità di affidamento che per le eventuali conseguenze sulla “sicurezza nazionale”.

E infatti, ammette Baruffi, hanno proibito l’attività fisica non perché la situazione sia più a rischio, ma perché “volevamo dare il senso di un regime molto stringente”.

La ragione per la quale ciò che è stato fatto, si fa e si farà non ha nessuna credibilità da un punto di vista “sanitario” e della sicurezza dei cittadini, se come è giusto non la intendiamo come declinazione restrittiva dell’ordine pubblico, è l’evidente contraddittorietà delle misure in atto e di quelle che verranno prese, alcune delle quali sono state oggetto dell’ultima annunciazione del Presidente del Consiglio, accompagnata da nuova modulistica, timing complesso e soggetto a decodificazioni articolate su scala regionale e comunale.

E dire che per capire tutto basterebbe porsi e porre qualche quesito semplicissimo, di quelli che i bambini fanno agli imperatori mettendoli a nudo. Ma anche se siamo trattati come bambini da guidare, mettere in castigo, sgridare e vezzeggiare “per il nostro bene”, si vede che abbiamo perso quell’innocenza e pure la libertà di pensare e parlare proprie delle creature.

Così non si può contare sulla tradizione di RepuStampa perché qualcuno  si sogni di domandare e domandarsi perché se il Covid19 è una patologia così contagiosa, se richiede limitazioni dei contatti, delle relazioni, di movimenti così restrittive, se sono diventati a rischio tutti i mezzi di trasporto, luoghi chiusi e perfino quelli aperti, come mai allora milioni di lavoratori hanno viaggiato in metro, treni e bus  sui quali è previsto solo dal 4 maggio la “segnaletica”  per l’opportuno distanziamento.

Ed anche secondo quali criteri sono state selezionate le cosiddette attività essenziali, i cui addetti sono stati comandati con dispositivi e procedure di sicurezza inadeguate e elargite dalle proprietà e dirigenze nell’ambito di un protocollo volontario e non vincolante, quindi arbitrario e discrezionale, in modo da dimostrare che si tratta di disposizioni temporanee cui non faranno seguito provvedimenti a garanzia della protezione dei dipendenti.

Ed ancora sulla base di quali valutazioni, quando l’allarme sarebbe ancora alto per numero di contagi e decessi in Lombardia e Piemonte, si stanno indicando delle date per la ripresa delle attività e delle produzioni, su pressione confindustriale certo, ma anche delle regioni e dei comuni, da Bonaccini che intende riaprire al più presto i cantieri di grandi opere e infrastrutture a Brugnaro che interpreta come un todaro brontolon il malcontento della fiera popolazione veneziana “semo stufi de star a casa”, sotto pressione per i ritardi registrati nell’esecuzione del prodigio ingegneristico del Mose e per la sospensione delle incursioni dei corsari delle crociere, da Zaia che promette novità epocali per le prossime ore con l’allentamento delle inique restrizioni a Sala che vanta la diminuzione da 6000 a 1500 ingressi all’ora nella metro, ma scalpita per la ripresa degli interventi per le Olimpiadi.

E se le statistiche, anche quelle dichiaratamente più inaffidabili delle rilevazioni e dei sondaggi sui voti di Italia Viva, hanno accertato che gli anziani sono a alto rischio, a causa, almeno questo è sicuro, della inadeguatezza del sistema sanitario e di cura, perfino a partire dai sessantenni (quelli che contano un anno e mezzo più del suggeritore degli arresti domiciliari per la terza età) c’è da supporre che sia in arrivo finalmente la cancellazione della legge Fornero che fino a due mesi  li annoverava tra la forza lavoro con pieni potenziali di attività.

Da ieri sera abbiamo appreso che la comunità scientifica che si presta per appoggiare coscienziosamente le decisioni del governo, avrebbe maturato una teoria secondo la quale i vincoli tra consanguinei stretti fornirebbe la totale protezione dal contagio, a differenza di quelli amorosi, affettivi e di amicizia tra “estranei”, definizione che Sordi dava anche delle mogli, mettendoci nella possibilità di andare a sternutire in faccia allo zio d’America avaro e alla cugina Gertrude che ogni Natale vi regala la stessa acqua di Colonia, ma non di vedere il fidanzato e nemmeno l’amante che vi ha atteso con pazienza per due mesi (stante anche che non vi è permesso l’atto di contrizione per adulterio durante la messa).

O potremmo chiedere per che strana coincidenza temporale adesso che si è consolidato il brand mascherine, diventano obbligatorie in tutta Italia, in tutti i luoghi chiusi, nelle feste di famiglia, pure in qualcuno di aperto, le piazze ad esempio, a disincentivare assembramenti che potrebbero attentare, proprio come gli scioperi, all’unità del Paese.

Stancamente ormai ripeto da due mesi che all’origine dello stato di eccezione imposto non ci sia stato un complotto, ma che siamo oggetto di una cospirazione che approfitta di una epidemia che in condizioni normali sarebbe stata gestita con misure normali per incrementare la produzione normativa di leggi marziali e provvedimenti di ordine pubblico repressivi, per favorire la distanza “sociale” dei cittadini, isolando possibili focolai di dissenso. E soprattutto per giustificare con i costi del prevedibile cigno nero, dell’incidente inatteso della storia, l’impotenza degli esecutivi a spendere e decidere in virtù delle cravatte degli strozzini europei, accettate sempre e comunque come doverosa accondiscendenza i padroni e come atto di fede alla teocrazia del mercato e della finanza.

E infatti da tempo vivevamo appunto la normalizzazione della crisi, la quotidianità delle disuguaglianze sopportate cristianamente come giusta punizione per aver troppo voluto e troppo avuto, e come pena preventiva per non garantire ai figli lo stesso immeritato benessere, lavando la macchia della dissipazione delle risorse e dei veleni in terra, acqua e aria, dovuta a consumi individuali e collettivi e non certo alle stesse attività oggi dichiarate essenziali, con l’assoggettamento alle imposizioni di una austera severità, indulgente e collaborativa solo all’atto di salvare banche criminali e imprese assassine.

Da tempo rinuncia di diritti, abiura di convinzioni diventate impopolari, sono diventate doveri per riconquistare la reputazione e l’appartenenza al contesto della civiltà occidentale,  alla cerchia dei sudditi dell’impero che ratifica la sua superiorità muscolare con guerre coloniali esterne e interne, fuori e dentro i patri confini, Nord contro Sud, regioni operose contro geografie meritevoli solo di invasioni turistiche non proprio pacifiche.

Ma non bastava, serviva qualcosa di straordinario che accelerasse la fine delle incomplete democrazie, che ratificasse l’improduttività della pretesa di diritti e dello stato di diritto, in coincidenza con la fine dello Stato, privato di poteri e sovranità e pure dell’arcaico concetto di popolo, retrocesso da massa di consumatori a target ben divise tra lavoratori e galeotti agli arresti domiciliari, anche grazie a barriere di plexiglas, recinti, segnaletico, perché non si corra il rischio che guardandosi negli occhi, parlandosi, confrontandosi possano rievocare il gusto della solidarietà e della libertà.

 

 


Italia malata grave, ma non seria

it Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fino a qualche tempo fa, mentre stavano facendo irruzione nella narrazione economica e sociologica automazione, robotizzazione, informatizzazione a farci sognare che saremmo stati esonerati dalla fatica,  non poteva mancare nella nostra cassetta degli attrezzi, un testo, quel “Lavoro manuale e lavoro intellettuale” di Alfred Sohn Rethel, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1977, nel quale si delineava una nuova nozione di sintesi sociale, una originale forma di socializzazione dominante, fondata sulla produzione e non sulla circolazione, sul lavoro e non sullo scambio,  grazie al sopravvento, su quello manuale, del lavoro intellettuale, ormai ricollegato alla produzione e al superamento della tradizionale concezione di classe operaia.

Poi succede qualcosa, che non è un cigno nero, perché era prevedibile e previsto, profetizzabile e contrastabile, e confonde tutto.

E altro che nuova sintesi sociale: arcaiche figure criminalizzate perché non sapevano approfittare delle magnifiche opportunità del progresso, lavoratori che non si adeguavano doverosamente alla modernità accettandone i comandi in nome dell’interesse generale, trasferendosi altrove o industriandosi in lavoretti alla spina, ceti penalizzati in quanto parassitari e immeritatamente a ricasco di un sistema produttivo che senza di loro avrebbe caratteristiche di dinamismo futurista, sono stati promossi cavalieri, più di Berlusconi insignito del titolo ancora vigente nel ’77, o di Marchionne (2006) o Montezemolo (1998), icone della retorica da sussidiario alla pari del “muratorino” , oggetto di riconoscimenti prestigiosi e dell’annesso medagliere, Grandi Ufficiali come Bertolaso (Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica nel 2005), grazie alla possibilità offerta loro di prodigarsi e  cadere nelle trincee del Covid19.

Così i servi della gleba sono diventati un esercito di combattenti e resistenti che, dicono, si deve sacrificare per noi, per i nostri frigoriferi, ma pure per i nostri arsenali, garantendoci i barattoli per le conserve ma non i pomodori che resteranno nei campi abbandonati per l’obbligatoria diserzione degli stagionali e per le proibizioni governative, le scarpe del Made in Italy ma non i camici, come vuole un apparato industriale che si è piegato a stringere un patto di non belligeranza con esecutivo e sindacati sull’onda di scioperi e manifestazioni, purchè non fosse vincolante ma avesse carattere di oculata discrezionalità arbitraria, purchè fosse chiaro che una volta conclusa la fase emergenziale si possa tornare a morire nell’altoforno, cascare da impalcature, contaminare senza virus.

Nell’archivio sempre rinnovato del “è permesso” e del “è proibito”, dietro all’hashtag: #iorestoacasa milioni di lavoratori perlopiù “manuali” che devono produrre la certificazione che attesti “Comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute, rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”, devono affollarsi su metro, bus e pullman, circolare per strada muovendo il profitto e il contagio, rischiando e facendo rischiare, stando alla catena di montaggio senza distanze regolamentari, caricando e scaricando casse e furgoni, trascinando carrelli e riempiendo scaffali, stando alla cassa e nei magazzini dei centri commerciali.

Insieme al personale sanitario, sempre per usare quel linguaggio bellico obbligatorio al tempo delle guerra al morbo, devono stare in prima linea, domestiche, operai, dipendenti delle imprese di pulizia, facchini, camionisti,  muratori, netturbini, scaffalisti, quelli per i quali la semantica dell’eufemismo progressista aveva trovato altri nomi: colf, operatori ecologici, in modo da far digerire umiliazioni e precarietà, ma pure travet del pubblico impiego, partite Iva, che fanno azioni ripetitive che volutamente esonerano dal pensare e scegliere, operatori dei call center costretti a pagarsi internet per recitare contratti e offerte, dipendenti di enti che cliccano su format, con la stessa remota indifferenza imposta a quelli che sganciano bombe da miglia e miglia di distanza o guidano droni, ormai forzati di una nuova manualità per la quale dividono con i lavoratori del braccio la condanna a salari bassi, ricatti, intimidazioni, anche se vengono persuasi di appartenere a un ceto superiore, meno esposto, meno vulnerabile e più apprezzabile.

E magari è bene ricordare che le regole di sicurezza, igiene e profilassi cui si è generosamente assoggettata Confindustria prevedono che mediante disinfezione una tantum, sia doveroso stare insieme alla mensa, davanti ai banchi delle lavorazioni, mentre la socializzazione è interdetta nel caso di assemblee o presidi, in modo da non disturbare i manovratori, da non compromettere la reputazione nazionale, da non minacciare onorabilità e profitti di un sistema padronale che ha scelto da anni di non investire in ricerca e innovazione, di non mettere un soldo in sicurezza e garanzie, preferendo la distribuzione dei profitti delle operazioni finanziare creative agli  indolenti e accidiosi azionisti.

Parlo di quella cricca che dimostra di non conoscere nemmeno le più elementari regole della concorrenza che suggerirebbe di convertire settori in crisi per rispondere a bisogni impellenti che avrebbero un mercato ahimè inesauribile: dispositivi medici, mascherine, guanti, camici,  che da sempre sa solo schiacciare i salari verso il basso, piuttosto che elevare prestazioni e prodotti,  promuovere fondi e assicurazioni per sfruttare due volte i dipendenti, promuovendo la fine della sanità pubblica, sostenere l’eccellenza delle sue rendite azionarie anzichè quella dei prodotti.

Pochi paesi credo siano afflitti da una classe imprenditoriale e padronale così ottusa, ai cui comandi lavora una classe politica altrettanto miope fino al suicidio, che non capisce che in un mondo così interconnesso la crisi di un comparto comporta a ricasco la sofferenza di tanti altri, che l’afflizione di un’azienda che non paga i suoi debiti si ripercuote sulla banca che le ha dato credito spericolatamente sulla base di relazioni opache, e che così negherà il credito a altri operatori, o che mancando le forniture, è inevitabile una reazione inflazionistica, con una stretta della liquidità di tutto il sistema.

Non è detto che stavolta si salveranno. Mentre è detto che a pagare saremo noi.

Sarebbe consigliabile dunque sospettare dei moniti alla solidarietà, alla coesione ricordate solo all’atto di socializzare le perdite mentre si privatizzano i profitti.

E altrettanto raccomandabile sarebbe non rispondere con la cieca ubbidienza a regole e imperativi che assumono un carattere morale inteso a criminalizzare le vittime, corridori, bambini al parco giochi, vecchi che vanno al supermercato, mentre si dà voce e ascolto ai bisogni della cupola che impone l’allargamento delle liste  degli “autorizzati”, delle attività “strategiche” per il Pil ma non per noi, F35 compresi, dei settori strategici e cruciali.

Regole e imperativi così contraddittori, confusi che non possono che dar luogo a discrezionalità, e che potrebbero essere applicati con efficacia solo su un tessuto sociale coeso, in una nazione che si è dotata di infrastrutture, servizi, compresi quelli “democratici” della partecipazione, del rispetto dei bisogni, della tutela dei più deboli.  E in uno Stato che avesse la forza e la sovranità economica e politica per esigere di entrare nel capitale e nel controllo delle aziende strategiche (nella sanità, nelle infrastrutture, nella farmaceutica, nell’energia, nell’ambiente, nell’agroindustria,nell’informatica e nella  robotica, nelle telecomunicazioni) garantendo e esaltando la loro funzione di “interesse pubblico”.

L’Italia è ammalata. E solo noi potremmo guarirla e guarirci.


Casino Royale

caAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ti dice che sia una disgrazia, chi ti dice che sia una fortuna, verrebbe da dire oggi, quando tutti se ne escono con una massima da saggezza popolare die nostri vecchi, quelli che morivano di morte naturale e non di concomitanza di pandemia, cancellazione del diritto di cura, patologie pregresse: nulla sarà come prima!

Certamente sarebbe una disgrazia:  perché è stato il “prima” che ci ha fatto precipitare in un accadimento a lungo preparato dall’orgia neoliberista, dal processo di globalizzazione che ha fatto circolare liberamente armi destinate alla imprese di conquista e sfruttamento, i capitali da investire nel casinò finanziario, una “etica” del merito che deve convincere che sono degni di ottenere beni, rispetto e tutele solo quelli che “servono” al profitto,  che socializza malattie, inquinamento, milioni di lavoratori senza garanzie sradicati dai loro luoghi nativi, immiserimento delle classi subalterne, mentre privatizza a beneficio di pochi formidabili risorse economiche e gli strumenti politici, tecnologici e mediatiche per assicurarne  il controllo e il possesso.

Certamente sarebbe una disgrazia, perché se è evidente che la pressione della malattia e le morti sono da imputare allo smantellamento del Welfare,  agli effetti dei decenni di privatizzazioni e di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito con particolare severità le strutture e le risorse professionali,  delle quali solo oggi si riconosce l’esigenza,  del sistema sanitario, è altrettanto chiaro che tutto non sarà come prima, sarà peggio di prima perché la collettività che si è vista negare assistenza e cura, sarà chiamata a pagare di tasca propria i costi della crisi “virale”,  proprio come ha “risarcito”  le speculazioni criminali delle banche, i fallimenti e gli assassinii di aziende svendute e la loro scia di sangue.

Certamente sarebbe peggio di prima, perchè  significa non solo dismettere la legittima aspettativa che si dia avvio a un new deal, a una fase di ricostruzione del sistema sociale, con investimenti indirizzati verso le infrastrutture, la tutela del territorio, la ricerca, ma affrontare le tremende conseguenze economiche della paralisi delle attività: aziende chiuse, artigiani a spasso, negozi che non fanno parte del circuito delle grandi catene, soffocati da affitti, tasse, sempre vigenti malgrado l’inattività, il tutto combinato con i vincoli esterni che impongono la rinuncia alla difesa  degli interessi nazionali richiesti dalle frattaglie di una Europa  a conduzione franco-tedesca priva di ogni legittimazione democratica.

Certamente potrebbe essere una fortuna se davvero si imparasse la lezione della storia, se davvero il sollievo di essere sopravvissuti all’evento epocale sapesse rendere tutti più consapevoli della obbligatorietà di riconquistare l’autodeterminazione che ci è stata consegnata dalla resistenza e messa per iscritto dalla Costituzione, respingendo la pressione che viene dagli enti regionali che rivendicano maggiore autonomia, quando abbiamo provato cosa significa il mancato coordinamento tra Stato e  periferia, quando si è avuto conferma che il federalismo ha coperto di una coltre ideologica l’aspirazione a sottrarre risorse al settore pubblico per beneficare soggetti privati, nell’assistenza come nell’istruzione scolastica e universitaria.

Certamente potrebbe essere una fortuna se uscissimo dal terrorismo culturale che è stato esercitato nei confronti del ruolo della partecipazione democratica retrocessa a populismo e della funzione dello Stato centrale, arretrata a sovranismo, per ristabilire quei principi di sovranità economica, monetaria, politica, abiurati per compiere l’atto di fede nei confronti dell’Europa e rinnovare continuamente la manifestazione di ubbidienza e uniformità al contesto atlantico, come addirittura succede in questi giorni, quando non è prevista la quarantena per l’attività industriale del polo di Carneri di produzione degli F-35.

Potrebbe essere una fortuna se davvero saranno serviti gli scioperi degli operai che non vogliono essere condannati alla trincea in fabbrica senza le condizioni minime di sicurezza, se sarà servita la collera che suscita la Ministra in forza a Italia Viva che predica sulla inopportunità della protesta, se ci ricorderemo dopo del patto osceno stretto da Confindustria, governo e parti sociale che non prevede obblighi vincolanti da parte del padronato nel rispetto dei criteri per la tutela della salute nei posti di lavoro,  per reclamare che requisiti di salvaguardia siano indispensabili e inderogabili, per contrastare la peste sempre attiva  dello sfruttamento.

Potrebbe essere una fortuna  se gli inni alzati dalle finestre e sulla rete per celebrare il sacrificio di chi produce e lavora alimenti, o li consegna, di chi procura che esca l’acqua dai rubinetti, si accenda la luce se premiamo l’interruttore, ci fa parlare su Skype coi parenti lontani, insomma la gente come noi, non le major della spesa online, non i gigante delle telecomunicazioni, non i manager delle multinazionali,  davvero si traducessero nel rifiuto alla cancellazione dei valori, delle conquiste e dei diritti del Lavoro, oggetto di “riforme” che hanno magnificato e realizzato la rinuncia alla dignità, alla difesa delle prerogative maturate e meritate,  che hanno costretto alla scelta, salario o salute, a subire il ricatto, fatica o tutele.

Il fatto è che dipende solo da noi che niente sia come prima, o peggio di prima. Non dipende dalla fortuna o dal fato avverso, nemmeno dai tenutari del Casinò: chi vuole la libertà di scelta, il rispetto della dignità, la consapevolezza e la tutela dei diritti, deve saper dimostrare di guadagnarseli, conquistarseli e conservarli.


Domiciliari o lavori forzati

Italy Clamps Down On Public Events And Travel To Halt Spread Of CoronavirusAnna Lombroso per il Simplicissimus

Allora pare che adesso i lavoratori delle fabbriche e imprese fino a ieri trattati da parassiti che non si accontentano mai e non collaborano con gli altri naufraghi sulla stessa barca, benché dotati di salvagente incorporato, auguralmente sostituibili con robot, debbano essere grati al coronavirus perché ci si accorge che sono indispensabili alla collettività e che in questa veste, provvisoria, dovrebbero essere tutelati.

Ieri dopo anni di silenzio particolarmente vigoroso in occasione dell’adozione del Jobs Act,  del referendum costituzionale, oggi visto come una occasione perduta perché se non avrebbe prevenuto il contagio avrebbe comunque vinto il cancro come prometteva la Boschi, della accettazione supina dell’austerità e dei vincoli europei, è stato folgorato dalla repentina agnizione che ha vinto il capitalismo, mentre lui festeggiava il Primo Maggio in Piazza con Confindustria.

E altrettanto d’improvviso confederazioni e organismi di categoria, che relegavano nelle brevi in cronaca il quotidiano stillicidio di morti sul lavoro, ha deciso di rappresentare le preoccupazioni dei lavoratori che hanno iniziato uno sciopero, chiedendo misure e dispositivi per contrastare il contagio. Per i sindacati della meccanica «è necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro». Ma erano già in stato di agitazione i dipendenti di Amazon di Torrazza,  dopo la conferma del caso di positività coronavirus di una lavoratrice e la verifica dei casi da porre in quarantena, i dipendenti dello stabilimento Leonardo di Grottaglie della Ast di Terni,  della Bonfiglioli di Bologna e alla Gardner Denver di Parma, della  Dieci di Montecchio, nel Reggiano, dello stabilimento Fincantieri del Muggiano (La Spezia) e di Ancona, della Toyota Material Handling Manifacturing di Bologna, la Fiat Fca di Termoli, delle aziende delle Riparazioni navali di Genova, della  Electrolux  di Susegana, dell’Irca (gruppo Zoppas Industries) di Vittorio Veneto e di alcune fabbriche di Brescia.

Pareva fosse pronto insieme alla distribuzione “gratuita” di guanti e mascherine, un decalogo dell’Esecutivo per le imprese chiamate ad adottare le necessarie precauzioni con il coinvolgimento e la consultazione delle rappresentanze sindacali di ogni azienda, per tutelare la salute delle persone presenti all’interno dell’impresa e garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro, ma nella tarda serata di ieri  la possibilità di un accordo è saltata: sindacati e imprenditori, in videoconferenza, non sono riusciti a trovare un punto d’incontro sulle misure da adottare: accesso alle informazioni;  modalità di ingresso in azienda dei dipendenti e dei fornitori esterni;  pulizia degli ambienti;  precauzioni igieniche personali e   dispositivi di protezione individuale; gestione degli spazi comuni (mensa, spogliatoi, aree fumatori, distributori di bevande e snack); organizzazione aziendale (turnazione, trasferte e smart working); gestione degli orari di lavoro e degli spostamenti interni, riunioni, eventi interni e formazione.

Chissà come mai proprio adesso che c’è stata la rivelazione della utilità sociale dei lavoratori delle imprese manifatturiere e produttive, le poche salvate da acquisizioni sconsiderate, da svendite incaute, da delocalizzazioni feroci e improvvise, chissà come mai non si ottiene quello che una volta si definiva in minimo sindacale.

Presto detto: le rappresentanze si riaffacciano estemporaneamente avendo perso ogni autorevolezza e credibilità con la controparte dopo anni di assoggettamento e di riduzione del loro mandato, convertito in una pratica di consulenza tramite i patronati o di offerta di forme di Welfare sostitutivo con fondi, assicurazioni che portano profitti aggiuntivi al sistema degli azionariati.

Presto detto: cedere sulla sicurezza ora significa accettare un’ipoteca per il futuro, che padroni e manager non possono tollerare perché hanno dimostrato di non essere disposti a investire in innovazione, tutele, ricerca nemmeno un quattrino di quelli che sognano di moltiplicare impegnandoli nel gioco d’azzardo della finanza creativa.

Presto detto: i padroni sono ciechi quando si tratta di spendere nella decantata responsabilità sociale che come previsto era solo uno slogan buono per la Leopolda o lo Studio Ambrosetti, ci vedono bene quando si tratta di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Così pensano al dopo, alla messa tra gli utili dei costi dell’emergenza, per sollecitare aiuti pubblici, deroghe e leggi speciali, per dare ulteriore riconoscimento legale all’illecito dei contratti anomali,  del precariato e della mobilità promossi a necessità inderogabile e doverosa.

E c’è da aspettarsi che le notizie sui campi deserti e abbandonati solleciterà misure estreme raccomandate dall’ex bracciante al governo, presto convinta che ai trattati capestri sarà ragionevole aggiungere una obbligatoria reintroduzione a tutti gli effetti del caporalato. E infatti proprio oggi Boeri, pensando a quelli che definisce “lavoratori al fronte”, riflette sul dopo Caporetto, quando all’economia di guerra deve poi succedere quella della ricostruzione.

Vi aspettavate che proponesse la revisione dei vincoli di spesa imposti sul letto di morte dall’Ue? Vi aspettavate che sollecitasse di indirizzare le spese belliche o quelle impegnate per le grandi opere in interventi per risanare la sanità pubblica? Vi aspettavate la raccomandazione a una efficace lotta all’evasione? Vi aspettavate una riflessione sui danni che la previdenza e l’assistenza private hanno prodotto in termini reali e morali, sfiduciando il sistema pubblico statale?

Macchè, l’effetto collaterale del virus è di produrre negli economisti di regime una miopia che non permette di vedere oltre, di guardare a un cambiamento di rotta, a un rovesciamento del tavolo, ma di immaginare piccoli aggiustamenti, mancette per i più bisognosi, cerotti su ferite in cancrena: incrementare la portata della Cassa integrazione ordinaria, rinvii del pagamento di mutui e dell’Iva, necessari, per carità, verrebbe da dire, perché appunto si tratta di sostituire governo dell’economia e della società con compassionevole comprensione per chi sta peggio, abitudine molto in voga tra chi ha il culo al caldo, che può permettersi di rivolgere schizzinoso disprezzo per quota 100, reddito di cittadinanza, rassicurato che il virus colpisca di preferenza il target degli anziani, a torto però, se è vero che va a mancare il decantato ricorso a quello che ancora   sorregge il sistema Paese, l’assistenzialismo domestico e familista.

Vale la pena di ricordare che c’è un’azienda i cui lavoratori hanno proclamato 10 giorni di sciopero, sta in una città martire che ha provato come da anni vengano imposte scelte feroci, salario o salute, posto o ambiente, che non si stupisce che sia stata rivelata la sedicente obbligatorietà di decidere le priorità della vita di un giovane rispetto a quella di un anziano, già saggiata in fabbrica e fuori.

L’azienda si chiama ancora Ilva, la città Taranto e nessuno ha mai fatto un flashmob per dichiarare solidarietà e vicinanza.


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