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Buoni maestri, cattivi ministri

ICCD3306953_C0030709Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una docente d’italiano in servizio all’istituto tecnico industriale di Palermo  “Vittorio Emanuele III” (dedica significativa), è stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato per non aver esercitato la doverosa vigilanza “sulla produzione di un filmato realizzato dai suoi alunni” lo scorso 27 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, nel quale si accostava la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza del ministro dell’Interno in carica.

Ci sarebbe  da rallegrarsi che i quattordicenni di oggi si accorgano di certe allarmanti affinità, mentre in quattordicenni del 1998 (legge Turco-Napolitano), quelli del 2002 (anno di promulgazione della Bossi-Fini), quelli del 2011 (ministro Maroni sull’immigrazione) non avevano intuito che venivano adottati provvedimenti che avevano come scopo la criminalizzazione e l’emarginazione degli stranieri. Già da allora pare proprio che servissero  misure aggiuntive ai codici vigenti che provvedevano già a penalizzare i poveri, colpevoli di atteggiamenti indecorosi e di reati minori attribuibili alle loro condizioni. Ma è con il ministro del Pd Minniti che si è capito che le due linee direttrici di leggi e regole pensate per colpire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi dovevano ancor arricchirsi di ferocia repressiva. Servivano regole aggiuntive che autorizzassero e normalizzassero il sospetto, la diffidenza e la paura per respingere, mettere al bando e chiudere in enclave di lusso o in lager e miserabili periferie le due facce del progresso, i privilegiati e i poveracci, e gli uni contro gli altri, i primi armati i secondi disarmati.

E se i poveracci sono neri o gialli, professano altre religioni e parlano altri idiomi e mangiano cibi differenti da sofficini e big burgher, allora il buonsenso, il decoro e la sicurezza raccomandano che vengano puniti due volte negando loro alcuni gradi di giudizio nei procedimenti giudiziari, rendendo più agevoli le procedure di espulsione, punendo di riflesso chi li aiuta o chi denuncia la loro condizione, grazie a un “sentiment” comune promosso non a caso negli Usa dopo l’attentato alle Torri Gemelle e diventato un approccio scientifico grazie all’espressione “diritto penale del nemico”, che auspica un diritto penale parallelo riservato agli “ospiti” e privato delle tradizionali garanzie che dovrebbero essere patrimonio delle democrazie.

Come per la cosiddetta “legittima difesa” non si è dovuto aggiungere molto al già vigente, se non fosse che i supplementi di xenofobia e razzismo, esercitati nei confronti di disperati anche appartenenti al terzo mondo interno, sono firmati dal cagnaccio rabbioso all’Interno, cui capiterà di dovere riconoscenza per aver svegliato qualche coscienza letargica che non si era accorta dei quello che avevano già fatto altri cani altrettanto spietati ma dotati di diverso pedigree. E quindi con procedura immediata riconosciuto subito come neo fascista, mentre pare ci si metta un po’ a dare la stessa definizione del permanere nei nostri codici di disposizioni adottate proprio nel Ventennio e dopo e mantenute perché alla base vi è lo stesso intento, punire chi non ha per tranquillizzare chi ha, confermando la convinzione più antica del mondo, che i poveri sono tutti delinquenti o potenziali delinquenti e gli stranieri, condannati alla clandestinità, ancora di più perché la condizione di irregolari li espone a trasgressione e illegalità anche per il solo fatto di respirare, calpestare il sacro suolo, essere visibili, e colpa ancora peggiore, sedersi sulle panchine dei nostri giardinetti e prendere i nostri bus.

E infatti a essere ancora sanzionati con maggiore severità sono i fatti che destano allarme sociale tra i benestanti ora beneficati dalla opportunità di farsi giustizia da sé qualora il reato predatorio: rapina, furto, venga consumato tra le pareti di casa, mentre vengono proporzionalmente punite di meno o addirittura restano impunite le condotte criminose lesive del bene comune e del patrimonio di tutti: illeciti fiscali, delitti societari e fallimentari, che hanno comportato la perdita di risparmi di investitori e correntisti, se si pensa che per la bancarotta fraudolenta la pena massima prevista – 10 anni di reclusione- è la stessa di un furtarello pluriaggravato. E allo stesso modo i reati alla persona sono soggetti a scale di giudizio e interpretazioni arbitrarie e discrezionali se il danno alla salute dovuto al degrado ambientale è sanzionato perlopiù con contravvenzioni e solo dal 2015 sono entrati nel codice penale i delitti di inquinamento e disastro ambientale  descritti con formule vaghe e soggetti a scappatoie, per non dire degli incidenti sul posto di lavoro, quando l’imprenditore in attesa degli applausi a scena aperta in Confindustria, se la cava   con una multa da 500 e 2000 euro, visto che la reclusione da 3 mesi a un anno è prevista in via alternativa.

A volte nemmeno occorre il doppio binario della giustizia forte coi deboli debole coi forti, che non accade di sovente che un abitante dei Parioli o di via del Vivaio venga sorpreso a rubare nei supermercati o a equipaggiarsi di un allaccio abusivo di corrente e gas, azione criminosa cui si sono sottratti solo quelli di Casa Pound che si limitano a non pagare le fatture continuando a godere dei servizi. Né  tantomeno si è saputo di un villeggiante di Capalbio preso con le mani nel sacco dove ha custodito la legna rubata sui mondi dell’Amiata o mentre si dedicava alla “spigolatura” o a “rastrellare” in fondi agricoli non suoi.  E se Arsenio Lupin non è mai stato perseguito per il possesso di chiavi alterate e grimaldelli, altre pittoresche prescrizioni restano inalterate a dimostrare che i poveracci rientrano sempre nella cerchia dei soliti sospetti.

Abbiamo visto che questo vale anche per assembramenti potenzialmente sediziosi, si tratti di eversori che pronunciano la paroletta proibita: NO, si tratti di frange di oppositori che si permettono di disturbare i manovratori, fossero Boschi, Renzi o Salvini, sottoposti ai controlli e alle limitazioni preventive della Ps e delle polizia municipali promosse a operazioni di ordine pubblico anticipate da ordinanze di sindaci sceriffi bipartisan, Pd o Alemanno che aveva disposto la chiusura dei siti del centro di Roma perfino alla Cgil, e ancora prima dalla repressione anche feroce di chi si era macchiato dell’invasione die terreni pubblici, come, tanto per fare un nome, Danilo Dolci, mentre non viene vista come pericolosa per l’ordine pubblico la calca nelle lunghe e intemperanti file per approvvigionarsi di IPhone di ultima generazione.

Allo stesso modo che non dovremmo sentirci rassicurati dalle sanzioni che puniscono la vendita di prodotti contraffatti, quelli stesi sui tappetini delle vie del centro o trasportati in carovane stanche sui nostri litorali, perché è vero che si tratta di un mercato al dettaglio controllato dalla criminalità ma è altrettanto vero che non si tratta di delitti contro la fede pubblica: chi compra una borsa griffata a un prezzo irrisorio sa bene che non è autentica e chi l’acquista la vuole esibire facendo credere di averla pagata cara, bensì di affronti a interessi protetti, non quelli del consumatore bensì quelli delle imprese che temono di vedere ridotti i profitti accumulati grazie allo sfruttamento, magari nei paesi d’origine del vucumprà, in una implacabile catena di speculazione predatoria.

Arriva solo ultimo anche se particolarmente scrupoloso quanto indecente il ministro Salvini.  Negli ultimi decenni la maggior parte dei paesi occidentali ha proposto e concretamente applicato nuove pratiche del controllo a livello locale,  indirizzate al controllo di un’ampia gamma di comportamenti,  soprattutto di quelli che si manifestano nello spazio pubblico, che sono posti in essere dai gruppi più marginali delle nostre società e che sono percepiti come problematici per l’ordine sociale indipendentemente dall’essere definiti, o meno  come reati dal codice penale.  L’intento è quello di dare una risposta repressive o almeno fortemente dissuasiva ai bisogni di  comunità,  cavie di sperimentazioni per istillare e aumentare la percezione della paura, della minaccia e  dell’incertezza,  in modo che si dividano, si fronteggino e  combattano tra loro perdendo di vista gli stregoni all’opera per criminalizzare la povertà per cancellare i confini tra crimine e disordine, per attuare una repressione penale e anche amministrativa come con l’istituto dell’ allontanamento o con il Daspo urbano. Mentre continuano a agire indisturbate le reti criminali che organizzano e sfruttano la sopravvivenza degli “ultimi” nelle economie di sussistenza, cui è riservata in casi eccezionali qualche compassionevole gesto di carità.

Se la scuola deve essere un posto dove si coltiva senso critico, autonomia di giudizio, rispetto per la dignità propria e altrui, il minimo è aspettarsi uno sciopero generale a sostegno dell’insegnante. Il giusto aspettarselo contro la Buona Scuola, il Jobs Act e i decreti sicurezza.

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Benedetto Pasolini…

Polizisten gehen am 30.04.1968 vor dem Justizgeb‰ude in Rom massiv gegen...Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 50 da quando Pasolini pubblicò la sua provocazione: quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Come successe molte volte, fu profetico  perché oggi è probabile che giovani disoccupati che vengono dai bassi sulle cloache; o dagli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, si trovino a scegliere tra malavita e vita da sbirri, esistenze difficile, parimenti a rischio, soggette a paura, ricatti, intimidazioni.

Fu profetico,  ma non fu bravo storico, perché l’irruenza della difesa dei figli di poveri, che vengono da periferie, contadine o urbane che siano, gli fa dimenticare come fossero stati mandati dal dopoguerra in poi in battaglie feroci non solo contro i figli di papà, ma contro i loro padri, fratelli, amici, uguali per sfruttamento, soggezione e rabbia.  E se da allora molto è cambiato, nessuno oggi può dire di non sapere che i ragazzi contro i quali alzeranno gli scudi antisommossa o invece quelli cui vendono la cartina di veleno sono la loro immagine speculare, abbiano gli stessi occhi cattivi,  siano altrettanto paurosi, incerti, disperati  e non più sicuri nella loro cuccia piccoloborghese ormai degradata a sottoproletaria, figli della stessa classe e della stessa triste disperazione senza domani.

Nelle “Istruzioni pei funzionari di pubblica sicurezza”, del 1867 quando era ministro dell’Interno, Bettino Ricasoli sottolineava che  un buon poliziotto deve saper “scrutare i bisogni delle moltitudini, conoscerne gli interessi morali ed economici, indagare il grado della loro educazione, e studiarne le vere condizioni sociali…perchè non poche questioni di sicurezza pubblica sono intimamente connesse a gravi problemi sociali, la cui soluzione non può dipendere da semplici misure di polizia, ma da provvedimenti governativi o legislativi di interesse generale”.

Ma 100 anni dopo, in barba a quegli insegnamenti, in quei vent’anni dall’insediamento di Scelba sulla poltrona del Viminale, in quei diciotto anni dalla repressione di Tambroni, non si contano le violenze contro le manifestazioni di piazza dei lavoratori, contro gli operai in sciopero. Qualcuno si è preso la briga di calcolare che durante le gestione di Scelba al Ministero degli Interni, gli scontri lasciarono sul terreno oltre cento morti e migliaia di feriti. A questi bisogna poi aggiungere gli arrestati: 148.269; fra questi 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Gli scontri di Genova (la storia si ripete),una città che nel 1960 soffre in una grave crisi economica per via della chiusura di diverse industria, tra cui l’Ansaldo dove la scelta di tenervi il congresso del Movimento Sociale  viene dettata provocatoriamente dalla volontà di dar vita a un braccio di ferro, hanno un tremendo effetto a cascata: a Licata gli scontri a seguito di una manifestazione di protesta del sindacato e del relativo blocco della stazione ferroviaria vedranno un morto e 24 feriti,  a Roma durante una manifestazione presso la Porta San Paolo i reparti a cavallo della polizia caricano violentemente i manifestanti, il 7 luglio una manifestazione sindacale a Reggio Emilia finisce in tragedia quando la polizia e i carabinieri sparano sulla folla in rivolta, provocando 5 morti. A Palermo in nuovi scontri si registrano due morti e 36 feriti da arma da fuoco.

Le cariche delle forze dell’ordine non sono dirette solo contro le proteste operaie: nelle lotte per la riforma agraria, è stato calcolato che  «i contadini denunziati furono 3.185, quelli assolti 386, quelli processati 2.323, e condannati complessivamente a 293 anni e 36 mesi di reclusione e 7.543.280 lire di multe».

Proprio nel ’68 a Avola contro i braccianti che hanno incrociato le braccia e abbandonato gli aranceti dilagando lungo le stradi provinciali accorre la polizia con nove camionette e una novantina di uomini armati di mitra, bombe lacrimogene, elmetti d’acciaio. Dopo una battaglia a colpi di lacrimogeni, i poliziotti cominciano a sparare. Le file dei braccianti indietreggiano, la polizia rimane padrona del campo: a terra rimangono due lavoratori uccisi dai proiettili e una trentina di feriti. A Battipaglia nel 1969 nel corso dello sciopero contro la minacciata chiusura della fabbrica, le operaie sono attaccate dalla polizia. Due persone restano uccise, un giovane tipografo colpito alla testa da un proiettile sparato da agenti di P.S. che morirà un’ora dopo all’ospedale e un’insegnante anche lei colpita da un proiettile mentre era affacciata alla finestra di casa propria.

Si smentivano così i fasti del boom, perché quando dopo l’inebriante sbornia della ricostruzione, che non investì lo Stato e le istituzioni come avrebbe dovuto, la contestazione viene nuovamente interpretata come un segnale eversivo, la richiesta di riconoscimento di diritti e garanzie come illegittima rivalsa nei confronti di governi e classe imprenditoriale intenti a regalare al Paese un immeritato benessere, purché costituito nell’ordine e nella disciplina. Valori che la lotta al terrorismo ripristinano, quando l’impegno di contrasto alla oscura strategia della tensione, certamente con minore mobilitazione per quanto riguarda le stragi nere, richiede spirito si servizio unitario di istituzioni, corpi dello Stato, partiti chiamati a emarginare e deplorare i compagni che sbagliano, a mettere in campo misure di autodisciplina.

Ma qualcosa si stava muovendo comunque, lo Statuto dei lavoratori aveva assunto un formidabile significato anche simbolico, sancendo prerogative indiscutibili che lo Stato e le istituzioni erano chiamate a tutelare, via via aveva preso avvio il processo di sindacalizzazione della Polizia che segna il periodo della parziale riforma democratica sancita dalla legge 121 del 1981, dando vita alla Polizia di Stato. Perfino nella capitale dell’impero dell’auto si sa di questori e funzionari che si sottraggono ai ricatti della Fiat, che aveva costituito una sua milizia privata operante in fabbrica ma anche fuori; in molte città investite dall’autunno caldo e poi dalle prime lotte di territorio per la casa e per i servizi, si sa di dirigenti di polizia che scelgono la via della trattativa e del dialogo, in situazioni di tensione. Si fanno strada opinioni e interpretazioni della “missione” di custodia dell’ordine in contrasto con la sua privatizzazione o militarizzazione, contestando anche le inopportune deleghe che si cerca di attribuire alle polizie municipali in aiuto a sindaci sceriffi e nuovi podestà.

Non si erano fatti i conti con il vento che tirava dai regni carolingi, quell’ordoliberismo che doveva  trasmettere i valori della competizione dalla sfera economica a quella sociale, nel quale lo Stato espropriato di poteri deve comunque assolvere a un ruolo di forza “togliendo” la politica dalle relazioni sociali e economiche per permettere al libero mercato di esprimersi e esercitando una funzione repressiva con l’ausilio di istituzioni tecniche autonome (Fmi, Bce ecc.), e di rappresentanze di interessi particolari – imprese, sindacati, lobby. Ed è simbolico il caso del G8 di Genova, quando divenne necessario dimostrare ai grandi convenuti l’immagine di una città e di un Paese soggetto alle regole imperiali,  strade pulite e niente panni stesi alle finestre proprio come durante la visita dell’Alleato a Roma il 6 maggio del’38.

Per questo non c’è da stare tranquilli: questa idea non nuova di ordine sociale non viene esercitata interamente dall’alto, ha occupato e infiltrato i tessuti connettivi della società. Nei ranghi delle forze di polizia non ci sono più razzisti o potenzialmente devianti di quanti ce ne siano in proporzione fra la popolazione anche se dovremmo volerne di meno rispetto alla funzione cui sono chiamati, anche loro ricattati e intimoriti contro altri ricattati e intimoriti, anche loro costretti o persuasi ai comandi.  Anche loro sono oggetto della continua distrazione di massa che orienta l’opinione pubblica contro alcune insicurezze ‘di comodo’, fatte diventare le più appariscenti o fabbricate ad arte da un ampio arco di forze come dimostrano i “disordini” del Primo Maggio a Torino, quando la pubblica sicurezza è stata convocata a dar  man forte alle “ragioni” dei progressisti e dei riformisti che volevano il palco per sé, per urlare con l’altoparlante le ragioni della Tav, che hanno prodotto il Jobs Act e la Buona Scuola e la Legge della conterranea Fornero,  che hanno visto come un modello da rafforzare poi con qualche innesto sgangherato e smodato il sistema repressivo di Minniti, pensato per criminalizzare gli “altri”, quelli che si vorrebbero invisibili, immigrati e non, per punire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi, facendo dei poliziotti i lavoratori usurati addetti alla segregazione, all’emarginazione, alla difesa del decoro.

Ci hanno voluto persuadere che la sicurezza altro non sia che la legittimazione della paura, la difesa personale dalle minacce, la prevaricazione come salvaguardia di beni e garanzie, un diritto da esercitare contro gli altri per difendere i propri, che probabilmente è preferibile delegare a corpi speciali, gestiti direttamente dai poteri economici che così ci garantiscono quel benessere minacciato da chi persevera nella ricerca della libertà e dell’uguaglianza, sperando che tra questi ci sia qualcuno che non si arrende alla condanna di essere sbirro in concorrenza con altri sbirri più feroci e meglio pagati, sotto forma di contractors  e mercenari.

 

 


Barbari h24

barbari-672x372-620x350 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A proposito del manifestarsi imprevisto, improvviso e pare incontrastabile della barbarie, giova ricordare che l’articolo 52 del codice penale recita che non è punibile chi  è stato costretto dalla necessità a difendere con un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo, un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale   di un’offesa ingiusta sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa. La disposizione si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.

Sulla norma, senza grandi reazioni della società civile e dell’opposizione di allora, è intervenuto nel 2006, Ministro in carica il Castelli della Lega, un cambiamento in senso più favorevole ai “derubati”. E tanto per essere precisi, nel 2017 è stata approvata alla Camera con un non sconcertante sodalizio  una proposta di riforma che porta il nome di Ermini ( ora vice presidente del Csm) che definiva “legittima difesa”, in caso di violazione di domicilio,  la “reazione ad un’aggressione commessa in tempo di notte”.   Oggi la lega conquisterà l’approvazione della norma estendendone l’applicazione a tutte le ore della notte e del giorno, in vigenza della luce del sole, di neon, di lampade alogene o di torce come potrebbe accordarsi con i nuovi e vecchi cavernicoli al governo.

Non vale nemmeno la pena di addentrarsi nei terreni scivolosi di interpretazioni e pandette (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/25/giustizieri-in-pigiama/ ). E ormai la satira ha avuto la meglio sul buonsenso davanti alle decodificazioni aberranti del “grave turbamento psichico” del minacciato di furto sia in umiliante pigiama o in smagliante doppiopetto da gioielliere di via del Babuino,  che fa il paio con la “tempesta emotiva” dell’innamorato ferito nell’orgoglio che accoltella la fidanzata, criteri parimenti applicati per giustificare e infine legittimare chi ammazza.

Resta invece da interrogarsi su un ampio fronte ben rappresentato  da un ministro dell’interno che indossa abitualmente ogni sorta di divisa per testimoniare al sua appartenenza e la sua testimonianza dello spirito di sacrificio e dell’abnegazione delle forze dell’ordine, che promuove misure che consolidano la sfiducia nei confronti dei tutori della legge e la disaffezione incredula dalla giustizia, un sentimento che ha grande radicamento e diffusione in quella brava gente, pubblico e informazione, che ha deciso di farsi possedere dalla paura e dal sospetto delegando scelte e responsabilità a una pistola fumante. Quelli che in caso di notizia della cronaca nera si preoccupano della nazionalità, dell’appartenenza religiosa e della carnagione del malfattore. Gli stessi che si sono reincarnati in un telefilm crime renitenti a ogni tipo di rilevazione statistica che li informi che il nostro è uno dei paesi più sicuri, che morti nella propria dimora per mano di un criminale se ne contano tre in un anno, che la percezione del crimine indotta ad arte non ha nulla a che fare con le statistiche che confermano come omicidi e furti siano  in costante calo. Sul fronte delle rapine, il punto massimo si è toccato nel 2013, quando le denunce relative a questi crimini hanno superato le 44mila unità. Mentre l’ultimo rapporto del 2018 ne conta appena 28mila, con una contrazione del 35,8%.

Invece sono in aumento altri crimini e assassini, l’ultimo dei quali in ordine cronologico registra una vittima di 63 anni, un lavoratore morto in un incidente alla piattaforma  dell’Eni, cui cadavere è stato localizzato a 70 metri di profondità al largo di Ancona. Così verrebbe da dire che per lui e le centinaia di innocenti caduti sul lavoro servirebbe sì la legittima difesa in assenza di giustizia, se 11 anni dopo il  Rogo Thyssen, a cercare e inseguire mentre fanno jogging i manager tedeschi ancora liberi a oltre due anni dalla sentenza definitiva  sono solo le Iene, se a Taranto l’emergenza ambientale ha costretto il provveditore a sospendere le lezioni in due scuole e i cittadini del quartiere Tamburi a chiudere con una catena non solo simbolica i cancelli dell’Ilva, se a denunciarla è stata un’associazione che ha registrato un aumento delle emissioni inquinanti nei primi mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, cui si è accodata l’Arpa  Puglia che tra gennaio e febbraio ha confrontati quei dati col medesimo periodo del 2018, rivelando picchi di sostanze pericolose come Ipa (più 191 percento), benzene (più 160 per cento), idrogeno solforato (più 111 per cento), pm10 (più 29 per cento Env e più 18 per cento Swam) e pm 2,5 (più 23 per cento).

In compenso l’ordine regnerà a San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria, dove   circa 900 uomini, in assetto antisommossa, tra polizia, carabinieri, guardia di finanza ed esercito sono scesi in campo con tanto di irrinunciabili ruspe e idranti, a tutelare ordine pubblico e decoro contro un numero imprecisato di “irregolari” che sopravvivono in una baraccopoli nella quale nel corso di un anno si sono verificati numerosi incendi con tre vittime accertate. Fonti del Viminale che hanno messo a punto il formidabile dispositivo di sicurezza dicono che nel posto ci sarebbero 1500 migranti, ma pare che ora non siano più di 300 con un rapporto di tre a 1 per le forze dell’ordine.

Per carità, si tratta di uno di quei pogrom incruenti, di carattere amministrativo che prevede lo spostamento di qualcuno in un altro accampamento, qualcuno negli ex Sprar mentre la più parte raggiungerà quelli che sono già sfuggiti alle maglie della rete di controlli e fermi disseminandosi nelle campagne come animali braccati, diretti in altri posti dove nessuno li vuole, incarnazione vivente del pericolo costituito da un ospite indesiderato che assume le fattezze del nemico. A meno che non prenda quelle del raccoglitore di frutta e ortaggi nella vicina Rosarno, preferibilmente invisibili allora, indistinguibili, immemorabili, come d’altra parte lo erano quelle della bracciante di “etnia italiana” morta  di fatica sotto il sole crudele della Puglia.  Che tanto la colpa degli uni e dell’altra è la stessa, e uguale è la pena in vita e perfino la morte che pure quella non è più ‘a livella.

Con i barbari che abbiamo qui, quelli riconosciuti, quelli che ne rivendicano la distanza, gli aspiranti e i volontari per stato di necessità, tocca sperare vengano quelli da fuori, aspettarli sull’agorà, lasciare che siano loro a legiferare. Ma ormai fa buio, non vengono, e chi arriva di là dalla frontiera dice che non ce n’è neppure l’ombra.  Forse nemmeno a loro piace stare qui con noi e tra noi.

 


Bucofilia mediterranea

50f24090-4229-11e8-8634-eb6027fc1288_Rievocatori del Gruppo storico romano-kYCH-U1110454889197N9B-1024x576@LaStampa.itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non so voi, ma io non mi sono scandalizzata per l’ipotesi, oggi fortemente ridimensionata, che militari dell’esercito siano impiegati per urgenti lavori stradali, che per opinionisti e forze politiche in disgrazia rappresentano una drammatica emergenza, almeno quanto il traffico a Palermo.

Ora si sa che le buche di Roma non sono un fenomeno recente, anche se certamente degenerato, in una città dove la manutenzione ordinaria è un lusso dimenticato anche per via delle cravatte che il racket europeo ha imposto con il consenso del nostro Parlamento. Sono l’effetto prevedibile di lavori “cattivi”, di decenni di  rattoppi e rabberci eseguiti con materiali “cattivi”, di una “cattiva” gestione di appalti e incarichi opachi all’insegna non del risparmio, comunque colpevole, ma dell’interesse di una cricca di imprese selezionate con criteri clientelari dalle amministrazioni che si sono susseguite.

Che ora, però, assume la forma di una sorprendente rivelazione per osservatori e commentatori da sempre contigui al ceto dirigente capitolino, colpiti nelle sospensioni delle loro smart e oltraggiati nella resa dei loro suv, tipo la Perina, ormai assunta in pianta stabile da tutte le possibili fazioni critiche – fermenti in quota rosa compresi – che si materializzano  secondo l’aria che tira, per via di una sua vis polemica tanto  corrosiva quanto facile all’oblio di passate correità e intrinsichezze che è lecito definire disonorevoli.  Dobbiamo a lei, ma non solo, le reprimende  per l’offesa mossa da una sindaca inetta e da un governo incompetente al nostro esercito, retrocesso dall’incarico di difendere le sacre sponde dalle invasioni barbariche, dal mandato di prestare la sua opera al fianco del guardiano del mondo per salvaguardare la nostra civiltà superiore, dal compito di vigilare sui delicati trasporti e commerci privati minacciati dalla pirateria di pescatori ostili, alla umiliante mansione di stradino.

Compito peraltro non nuovo, se da che mondo è mondo la principale attività svolta dai soldati nei rari tempi di pace –  quando non impegnati a razziare, saccheggiare, colonizzare (ma oggi si chiama esportazione di democrazia e rafforzamento istituzionale),  a morire, carne da macello,  in trincea per appagare i sogni criminali e megalomani di re travicelli, duci e generali, a scappare da steppe gelate con stivali di cartone sfondati, come successe quando a comandare c’era appunto una delle divinità del pantheon della opinionista in questione, è, per l’appunto, fare ammuina, in modo che stiano fuori dal contesto sociale,  occupati in azioni insensate, scavando fossati e poi riempiendoli possibilmente senza nessuna utilità, come robot o moti perpetui,  da addestrare all’ubbidienza  senza che protestino o si interroghino sulla natura dei comandi che ricevono, anche i più disumani. Ma anche da esibire.

E non solo il 2 giugno nella incongrua mascherata a fini dimostrativi che si ripete con una certo fasto mentre pare consigliato un pudico riserbo per quanto riguarda altre celebrazioni di pochi giorni antecedenti e in aperta contraddizione con quella Carta che proprio in quel giorno si dovrebbe festeggiare e che parla di ripudio della guerra. Perché da anni di utilizzi non solo muscolari ce ne sono stati, quando la guerra mossa al territorio e ai suoi abitanti registrava pesanti sconfitte con alluvioni, incendi, frane straripamenti e terremoti catastrofici, perché, come per le buche, abbandono criminale, trascuratezza colpevole, primato del malaffare, hanno alimentato le crisi  in modo da farle diventare emergenze da gestire appunto con poteri e corpi speciali, leggi e autorità “straordinarie”.

Vale anche per la sicurezza, che si fa diventare emergenza per autorizzare la presenza “dissuasiva” delle tute mimetiche e dei mitra nelle piazze, nei porti, fuori dai cancelli delle fabbriche, nelle geografie che si vogliono percorse da tubi venefici, treni sferraglianti che bucano montagne e contaminano dolci e fertili pianure, a presidiare il cratere del sisma di tre anni fa, controllando molesti visitatori che potrebbero poi far circolare la cattiva novella di senzatetto sotto la neve. Dobbiamo a sindaci di tutto l’arco costituzionale di aver preparato quella deriva della sicurezza della quale si fa interprete finale il trucido all’Interno, ispirata all’ideale di militarizzazione delle città, coi Daspo urbani, i muri difensivi e offensivi, le panchine dedicate nel segno dell’emarginazione dei poveracci di ogni colore, la tutela del decoro in modo da spingere chi turba la vista dei bravi cittadini verso estreme periferie già così brutte da meritare ulteriori sconci,  con le continue richieste di “mandare l’esercito!” a sedare conflitti, mantenere l’ordine, intimorire gli antagonisti, respingere e impaurire anche chi è scappato da paure ben peggiori, condannato a provarle ancora.

Ecco, se invece di andare a esercitarsi nei poligono che il padrone ci fa allestire nelle nostre isole per testare le sue armi proibite, obbligandoci a fare da cavie e da primi bersagli alla mala parata, ecco, se invece di andar per mare a fare i vigilantes a nostre spese, se invece di fare i controllori delle patenti in nome di un incarico che doveva essere a termine, quello stabilito dall’operazione “Strade sicure”  che invece si perpetua per fare ostensione di potenza,  un po’ di soldati si prestassero per usi civili come in fondo dovrebbe essere chiamato a fare il Genio,  non ci sarebbe niente di male. Non si sarebbe niente di male a rendere, appunto le strade sicure a Roma, a Genova, a Milano, (dal 22 ottobre al 13 novembre scorsi sono stati 1.550 gli interventi di emergenza), la  vera capitale dove anche le buche sono “morali”  e si autodenunciano alle apposite centraline.

Ecco, non c’è niente di male. Che tanto l’ipotesi di un new deal di salvaguardia e risanamento del territorio che diventi anche una formidabile strategia di mobilitazione per l’occupazione è ormai ancora più utopistico e irrealistico del disarmo.

 

 

 

 

 

 


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