imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi volevo scrivere in merito alle obiezioni sollevate da una pletora di critici, anche sorprendenti, sul cosiddetto Sblocca Italia, quel piano del governo per le opere pubbliche e private che, insieme alla “riforma” della giurisprudenza urbanistica e di governo del territorio, minaccia nei prossimi anni di asfaltare il Paese, in un clima di feroce ricorso a licenze, deroghe, smantellamento del sistema dei controlli e della sorveglianza.

“Appalti a rischio senza trasparenza. Pur motivato dal condivisibile obiettivo di ridurre i tempi in fase di aggiudicazione, si è pronunciata Bankitalia, la proposta si è già rivelata non pienamente efficace, con ripercussioni negative sui tempi e sui costi nella successiva fase di esecuzione dell’opera e vulnerabilità ai rischi di corruzione“.

E perfino il Commissario straordinario nominato dal governo, è preoccupato, lui già accusato di un atteggiamento embedded per aver collaborato alla stesura di quella  legge anti-corruzione, che ha lasciato inviolato il sistema  che continua a portare un costo aggiuntivo del 40% sugli appalti pubblici, che – lo denuncia l’Europa –    “frammenta” le disposizioni su concussione e corruzione, “rischiando di dare adito ad ambiguità nella pratica e limitare ulteriormente la discrezionalità dell’azione penale”, che lascia aperta la possibilità per indagati e condannati di uscire dalla porta giudiziaria, per rientrare dalla finestra delle procedure speciali e delle relative deroghe. E’ perplesso dalla pratica, ormai invalsa, del ricorso a nor­ma­tive pen­sate ad hoc per snel­lire le pro­ce­dure buro­cra­ti­che e velo­ciz­zare l’assegnazione di opere  pub­bli­che (e pri­vate) che nei pros­simi anni dovreb­bero cementare l’Italia, con la pro­spet­tiva, dicono, di far ripar­tire l’economia ”. Nel provvedimento “vengono rafforzati i meccanismi di concessione attuali” stabilendo che i concessionari devono presentare un progetto, “ma non c’è scritto chi lo approva“, incrementando il rischio di relazioni opache tra imprese,  Pa e amministratori locali.   E segnala l’esuberanza del ruolo attribuito all’Ad  delle Ferrovie dello Stato cui si assegna  il potere ancora una volta straordinario, di rielaborare progetti , di sostituirsi alle autorizzazioni ambientali, assumendo a un tempo funzioni tecniche, di controllo e politiche, in cantieri dove esiste il rischio di infiltrazioni criminali, mafiose e apparentemente legali.   Can­tone, inol­tre, ha denunciato un con­creto pericolo rici­clag­gio a pro­po­sito dei pro­ject bond (sorta di azioni non nomi­na­tive e “de-mate­ria­liz­zate”).

Ma invece non mi spiace esplorare un altro aspetto della corruzione come pratica generalizzata che condiziona, intride e muove l’azione del ceto politico. Quella perdita di senso della responsabilità, dell’attenzione necessaria all’interesse generale in favore di quello personale per la realizzazione di ambizioni e per l’affermazione di improbabili carriere, per una cultura del sentito dire, di slogan spesso ormai spenti, di stereotipi: innovazione, start up, Silicon Valley, dinamismo, semplificazione, snellimento, merito, più adatti alle convention degli addetti alle vendite piramidali che a una classe di governo, che comunque ripiega per insipienza, impreparazione, incompetenza, ignoranza sugli arcaici, collaudati strumenti della più rapace iniquità: tasse sui controllati, sempre nel mirino, licenziamenti facili, lesione dei diritti, liberalizzazioni intese come egemonia delle deroghe e delle licenze, ammuina, quella che scava e poi riempie le buche, se ci stanno i quattrini, per trasmettere la percezione dell’azione e dell’intraprendenza, taglio dello stato sociale, svendita dei beni comuni.

Si è lamentato il monello a Palazzo Chigi: l’Ue ci tratta da scolaretti. Dovrebbe essere invece contento, farebbe sospettare che stiano facendo studi regolari almeno per quanto riguarda il cursus della scuola dell’obbligo del governo. Invece a sentirli quando girano, Carro dei Tespi dei talkshow, chiamati da imbonitori in un modo o nell’altri finanziati, addomesticati, corrotti, appunto, sembrano quelli delle primine, pervicaci e incrollabili ripetenti che, lo dice il nome stesso, ripetono una lezione imparaticcia, senza mai interrogarsi sulla qualità delle loro  formule, dei loro leit motiv, condizione necessaria e sufficiente per la loro permanenza là, in ruoli e funzioni che hanno perso ogni valore di rappresentanza e testimonianza, salvo quella di interessi corporativi, di aspirazioni personali, di privilegi inviolabili, perfino di vizi privati.

Avevamo ragione di lamentarci per il prevalere della mnemonica nell’istruzione dei fanciulli. Pare infatti sia l’unica facoltà e la sola pedagogia rimasta nella didattica della scuola pubblica, l’unica “memoria” che si addice a chi vuol cancellare il ricordo di dignità, lavoro, sovranità, democrazia, l’unico merito per chi interpreta la capacità, il talento e la necessaria preparazione che richiedono per esprimersi, come fidelizzazione, ubbidienza a chi sta più sopra, arroganza, sopraffazione e ambizione insaziabile. Spetta a noi bocciarli senza esami di riparazione.