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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Succede a volte che il mio pc cada in una specie di letargo prodotto dalla noia incontenibile di sentirmi ripetere monotonamente le stesse cose.

Ciononostante anche stavolta non mi esimerò e non lo risparmierò. Ieri sera incautamente nel corso di uno zapping alla ricerca, che ne so –  di una replica della Fiaccola sotto il moggio per la Compagnia dei Giovani, mi sono imbattuta, per brevi minuti sempre troppo lunghi, nell’inossidabile Corrado Augias ospite della Daria Bignardi.

Chi sia il raffinato opinionista, chi sia il fine dicitore, passato da Via Veneto alla Via Crucis dell’edificante redenzione, attraverso dialoghi con Gesù in attesa dell’agognata telefonata di un papa a scelta, lo sapete tutti. Sapete anche che appartiene a una dinastia di giornalisti, lui, la consorte, la figlia ben collocata in Rai certamente per i suoi meriti. Sapete anche che – e chi può dargli torto – preferisce stare a Parigi piuttosto che nella cialtrona e rumorosa   Capitale, tanto da frequentare oltre ai salotti Guermantes, solo gli occasionali tinelli mediatici prediligendoli a quelli, così volgari, della Grande Bellezza.

Saprete anche e ne gioirete, che la sua latitanza dall’Italia, verrà interrotta per la registrazione di un ciclo di trasmissioni settimanali a alto contenuto creativo e pedagogico, dedicato dalla Rai ai “visionari”, sempre gli stessi che immagino siano i primi a rimpiangere che non si segua il consiglio di Weber, chi vuole visioni vada al cinema. E che l’elegante scrittore volontariamente retrocesso a giornalista sottoporrà a interviste immaginarie e impossibili, a cominciare da Marx cui chiederà: ha sbagliato? E lui in anteprima, con quella signorilità, con quel garbo anglosassone, ci ha beneficato della risposta: un po’ si e un po’ no.

Eh caro Karl un po’ tanto, almeno nelle profezie, devi aver sbagliato se invece dell’unione dei  proletari di tutto il mondo, si sono messi insieme in una guerra senza quartiere i padroni, favoriti e sostenuti da filosofi, economisti, politici, generali e perfino giornalisti. E se, come se non bastasse, perdi tempo a rispondere a Augias che, intervistato a sua volta dalla comare della 7, che gli rende così il favore di averla difesa dall’imperante sessismo e dalle aggressioni intemperanti dei 5stelle, si pronuncia su Renzi, che aveva chiamato il “bullo fiorentino”, definendolo “necessario”, quello che serve all’Italia.

Sarà che Damasco è piena di vie, sarà per l’inclinazione che si manifesta in tarda età a essere folgorati da varie illuminazioni, ma Augias è un altro di quelli, come gran parte del giornale che ha contribuito a fare grande e poi sempre più piccolo come una banda di Moloch, che guarda agli italiani come a un popolino irrequieto, ignorante, intemperante, infantile, indolente, sciupone, che ha bisogno di guida ferma, di dirigenza severa, di pugno di ferro in guati di velluto meglio se come quelli di Topolino. La sua pedagogia è necessariamente punitiva più che educativa.

E siccome è uomo di buone letture avrà fatta sua la massima della Arendt: chi non sa usare la libertà è meglio che non ci abbia niente a che fare, pensando che è preferibile togliercela prima che facciamo dei danni, lasciandola invece a quella società civile, a quella èlite, a quel ceto dirigente composto, ma guarda un po’ che coincidenza, da quelli come lui, con il culo al caldo, con i suoi bei privilegi inviolati, i figli sistemati, perché questo è per loro il vero senso della meritocrazia, il mantenimento di prerogative da parte di che pensa di averne diritto oggi e per sempre, per censo, per ceto, per appartenenza a alleanze tenute insieme da interessi comuni. Non possono farne parte i poveri, ed è giusto, perché sono deboli, ricattabili, condizionati dal bisogno anziché da sentimenti superiori, altamente morali, compresa l’ambizione, compresa la vanità, compreso l’arrivismo, corredo indispensabile per luminose carriere, laiche o sacerdotali, per esprimere la vocazione a una didattica austera, a una missione educativa rigorosa ma indispensabile a fare il nostro bene.

La verità è che ci odiano anche se non siamo più brutti, sporchi e cattivi. Magari torneremo ad essere brutti e sporchi, ma non siamo evidentemente abbastanza cattivi per mettergli paura, per smettere di guardare le loro trasmissioni, per ridere delle loro maschere di sussiegosi sapienti, per imporgli di metterci a diposizione le – a loro dire – esigue prebende immeritate nel corso di carriere politiche che non hanno lasciato nessuna impronta, per esigere di sapere quanto paga il sevizio pubblico le loro interviste ai morti, che ce le potremmo fare da soli col tavolino e tre gambe e maggiori risultati.

Ci odiano perché stanno là seduti a pontificare sempre più insoddisfatti, perché i compromessi magari non bastano, perché l’avidità è inestinguibile, perché la libertà ha un prezzo alto sì, ma la conosciamo meglio noi che ogni giorno dobbiamo difenderla, di loro che l’hanno ereditata e non l’hanno saputa custodire.