sporca_roma1-225x300Anna Lombroso per il Simplicissimus

Scoperchiato il gran bidone della monnezza romana si scopre che come nella miglior tradizione, il burattinaio è un altro grande vecchio, sfrontato, tracotante, cinico, svergognato che grazie ai suoi 86 anni nemmeno lui va in galera.

Si chiama Cerroni, il patron di Malagrotta, la terra dei fuochi di Roma, e da trent’anni detiene saldamente il  business dei rifiuti, accaparrandosi terreni del Lazio felix da trasformare in depositi velenosi, aggiudicandosi appalti manovrati e appoggi molto in alto, che per lui le relazioni con regione e  comuni erano contesti miserabili da far gestire a luogotenenti, muovendo pedine eccellenti con una telefonata, mettendo sull’attenti ai suoi comandi tecnici, scienziati, funzionari pronti a prestarsi all’accrescimento del suo profitto tossico.

In questi giorni i quotidiani locali e  nazionali sciorinano con dovizia la sua biografia come fosse una rivelazione, ma la mole di dati fa capire quanto ricco fosse l’archivio e quanto poco ci volesse a palesare dati, legami, alleanze opache, informazioni. Anche in questo caso si è dovuto aspettare l’indagine della magistratura per quell’indole alla diacronia aberrante che manifesta il nostro Paese se deve aspettare decenni per la condanna di Berlusconi, per la delegittimazione del Porcellum e delle elezioni truccate in Piemonte.

Non ci voleva molto a renderci noto il modello dittatoriale del brand Cerroni,  la sua arcaica impronta monopolistica, da padrone delle ferriere, il format della perfetta corruzione che ha investito ecumenicamente tutti i livelli e tutti gli schieramenti della politica e della pubblica amministrazione, con incarichi, prebende, minacce, donazioni, favori. Sono 22 gli indagati, 7 agli arresti domiciliari. E per un certo gusto del paradosso per non dire dell’ossimoro, organizzazioni, associazioni d’impresa, onlus rinomate enti pubblici coinvolti si fregiano quasi sempre dell’ambiente nel loro nome, come un marchio che ne autorizza e legittima il vilipendio, l’oltraggio, l’offesa, in favore del profitto privato.

Il network della cupola di Cerroni sul quale i carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) stanno ancora indagando e che annovera appunto “personalità politiche e istituzionali, oltre che manager e tecnici”  avrebbe  permesso «il mantenimento o l’ampliamento della posizione di sostanziale monopolio» nel settore rifiuti, grazie a alcune figure che negli anni hanno garantito relazioni, scorciatoie, appalti disinvolti, ma anche un’attività di lobby e comunicazione efficientissima, da  Bruno Landi, presidente di Federlazio (piccole e medie imprese) Ambiente, considerato il vero tramite tra le aziende del gruppo e le amministrazioni pubbliche,  Luca Fegatelli, l’ex direttore Area rifiuti Regione Lazio, Raniero De Filippis, ex dirigente della Regione.

Compaiono sullo sfondo esponenti dei governi che si sono avvicendati mentre Cerroni restava sempre là, ministri più o meno esplicitamente compiacenti o letargici, sottosegretari che a intermittenza appoggiano o delegittimano i commissari che hanno nominato, come è avvenuto per il prefetto di Roma, Pecoraro, che sputa  finalmente i rospi che ha in gola rivolgendo i riflettori sul caso Corcolle, sito alternativo a Malagrotta contestato da studiosi e cittadini per la sua vulnerabilità ambientale e per la contiguità inquietante con Villa Adriana. Secondo il prefetto, ma non solo, dietro alla campagna di comunicazione e pressione a sfavore di Corcolle ci sarebbe stata la manina di Cerroni, che premeva invece per due soluzioni alternative, una controllata da lui e una di sua proprietà, che, guarda caso, è quella scelta dal nuovo commissario Sottile.

E’ probabile che abbia ragione Pecoraro che piuttosto disinvoltamente liquida i rischi ambientali della localizzazione di Corcolle. Ma è invece sicuro che proporre, come alternativa a una discarica da chiudere rapidamente, già fuori legge, che rappresenta un danno ambientale irreversibile, una collocazione discutibile dal punto di vista ecologico e di tutela del paesaggio, del suolo e dei beni culturali rappresenta una condanna all’insuccesso e all’inazione. A beneficio invece del temprato dinamismo del patron, chiamato da amici e nemico con il soprannome di Supremo, che si sarebbe avvalso delle alleanze non del tutto disinteressate della galassia verde, a cominciare da Legambiente, dalla fondazione Sviluppo sostenibile di Ronchi, che ovviamente negano “favoritismi” nei confronti dell’avvocato.  

Di immondizia si può morire ma si può anche vivere alla grande:   oggi la popolazione urbana ammonta a un po’ più di tre miliardi, e orgogliosamente sforna ogni giorno un chilo e due etti di porcherie da smaltire (1,3 miliardi di tonnellate l’anno). Ancora più luminoso il futuro della monnezza previsto per il 2025, quando i residenti urbani saranno 4,3 miliardi, laboriosamente dedicati ad ammucchiare poco meno di un chilo e mezzo di rifiuti ciascuno al giorno, 2,2 miliardi di tonnellate l’anno.

I due vecchi tycoon cui viene risparmiata la galera la sanno lunga, hanno investito case dove sta la gente a guardare la tv e in  gestione dell’immondizia che produce, compresi televisori obsoleti che rappresentano uno dei brand di punta.

Se la terra dei fuochi è il laboratorio dove si è sperimentata e consumata l’egemonia imprenditoriale della mafia, quella tradizionale sia pure innovata in modi, abiti e consuetudini, Roma  rappresenta invece il teatro dove è andata in scena la tragedia ridicola della commistione tra politica e imprenditoria, delle alleanze evidenti tra mercato e amministrazione pubblica, il terreno di coltura di quella corruzione che intride tutto il tessuto della società, anche senza la pressione dei sistemi criminali tradizionali, senza lupare ma con tutto il repertorio malavitoso di minacce, ricatti, malversazioni, intimidazioni, in modo che i veleni non proliferino solo nel terreno, nell’aria, nelle falde ma dentro alle teste, alle speranze di un benessere rispettoso di salute e ambiente, condannandoci al peggiore dei mondi possibili.