20131226_59896_cortin_2_jpg_pagespeed_ce_QT6SX3V2HsBeh, è impossibile non godersela all’idea di riccastri condannati all’addiaccio e al buio, senza smartphone, costretti a conservare aragoste e caviale sul davanzale di dacie e isbe sibaritiche proprio come baraccati, dileggiati  da un popolino  che si accontenta di sferruzzare senza patiboli,  impegnato in un liberatorio esercizio di derisione in mancanza di rivoluzione.

Eppure alcuni sacerdoti della correttezza politica hanno voluto ricordare che la piccola catastrofe climatica – per una volta meno iniqua e disuguale, se non ha investito casucce abusive e arrangiate sul greto di qualche fiume, scantinati adibiti a abitazione, abitati travolti da frane innaturali – colpisce operose popolazione, albergatori solerti, ristoratori energici, insomma l’industria del turismo  in uno dei suoi centri nevralgici. E valligiani alacri che da modeste attività silvestri,, pastorizia, allevamenti si sono convertiti fattivamente in imprenditori dell’accoglienza di lusso.

E hanno ragione, perbacco. Mica si può essere caritatevoli, comprensivi, solidali solo con chi sta sotto, giù, giù, solo coi sommersi, solo con gli sfigati. Qualche volta anche i ricchi  piangono, e quando piangono i ricchi c’è da temere per le ricadute su maggiordomi, valletti, cuochi, governanti nel senso di direttrici di casa, ma anche di esecutori e conservatori del loro sistema di privilegi, sui quali possono abbattersi le ire di chi non può tollerare una perdita che considera ingiusta e immeritata, dalla neve alla galera, dalla malattia, all’andamento negativo della borsa.

Si, lo riconosco e do loro ragione, ma con qualche distinguo. Intanto perché accontentarsi come i forconi davanti alla villa di Galan che sparano fiori a mo’ degli hippy della canzonette anni ’70, è una attività di critica, protesta, obiezione non abbastanza decisiva e potente per mettere paura al regime. Che anzi, alimenta la satira,  compensazione  alimentata per far giocare la plebe, appagata nella legittima invidia dalle piccole disgrazie di Paperone, come anche di Papi.

E magari la laboriosa cittadinanza di Cortina, benedetta dalla lotteria naturale, ma  premiata dal suo spirito di iniziativa, in queste ore di buio forzato potrebbe riflettere su se stessa, su fortune nutrite e largamente fondate sull’evasione più endemica e spregiudicata, su piani regolatori poco regolari che hanno permesso un elegante abusivismo e un altrettanto signorile impatto sul delicato ambiente montano, su una indole ribelle che si manifesta non nel negare servile approvazione al primato della più eccentrica volgarità, che va dalle vetrine oltraggiose, dall’ostensione del lusso più smaccato, dai dindrl della contesse, agli eventi “culturali” al servizio delle ideologie più sopraffattrici e sgangheratamente conservatrici, ma che si esprime con il fastidio per l’Italia che esige i loro tributi, l’ammirazione tramite referendum, per l’Austria felix, possibilmente quella di Haider e famigli, con l’ipotesi continuamente riproposta di una ingrata secessione, come certi divorzi che piacciono ai loro augusti frequentatori- la giornalista Paola Ferrari i De Benedetti twitta “Italia addio” – quelli decisi per motivi fiscali, per disaccordi patrimoniali, che l’amore  e la lealtà per loro sono solo disdicevoli passivi in bilancio.