Il-Movimento-dei-Forconi-a-Servizio-pubblico-non-ci-fermeremo-VIDEO-638x425Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fare leva sulle difficoltà degli italiani per salvare privilegi, rendite e potere. L’attuale  “classe dirigente italiana  tende a ricercare la sua legittimazione nell’impegno a dare stabilità al sistema, anche partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre che hanno la sola motivazione e il solo effetto di far restare essa stessa la sola titolare della gestione della crisi“. Negli ultimi mesi si sono imposte così nell’agenda sociale e politica “tre tematiche che sembrano onnipotenti nello spiegare la situazione del Paese: la prima è che l’Italia è sull’orlo dell’abisso, la seconda è che i pericoli maggiori derivano dal grave stato di instabilità e la terza è che non abbiamo una classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro”.

La non tanto velata accusa di “golpismo” tecnico o tramite nomina imperiale, la denuncia di un processo eversivo culminato nel succedersi di governi di insigniti per chiamata, in presenza di un parlamento delegittimato non arriva da frange estremiste con tentazioni insurrezionaliste, ma dal rapporto annuale del Censis,   poco ripreso e propagandato da una stampa che si sente a un tempo classe dirigente, puntello di regime e opinione pubblica insieme.

Si sa che i vuoti vengono facilmente riempiti da varie tipologie di poteri sostitutivi: la politica viene occupata da “specialisti”in asservimento a ideologie e culture finanziarie, da solerti addetti a gonfiare “bolle” e conti, da tycoon e loro famigli, da dinastie di burocrati, boiardi e baroni, insomma da gente che poco ha a che fare con lavoro ma molto con lo sfruttamento, poco con la società ma molto con le SpA, poco con i bisogni e molto con i privilegi, poco con i doveri e molto con i diritti, purché siano i loro, inviolabili.

Gode della crisi con un antipotere fin troppo descritto, diagnosticato, trattato per via letteraria e cinematografica, demonizzato o sottovalutato, pochissimo contrastato, se non con brillanti operazioni di polizia o pervicaci indagini giudiziarie, che invece sull’origine, sulle cause ben poco si è fatto se tutta la massa di indagine, analisi e lettura del fenomeno conferma che si tratta del solito effetto perverso di disuguaglianze, debolezza istituzionale, fragilità democratica. E infatti non è un caso che in presenza della vulnerabilità di una Stato espropriato di sovranità, di un welfare impoverito nel quale i diritti si convertono in elargizioni arbitrarie, di una politica ridotta a retrobottega dove si consumano intrecci opachi, scambi e mercanteggiamenti, di istituzioni delegittimate e ruoli occupati abusivamente, di una giustizia terreno di contrattazione e scontro, inesorabilmente ingiusta, di un ceto inadeguato, corrotto, separato e remoto, le mafie finiscano per costituire un referente, protettivo, autorevole e salvifico per fasce di società che vivono la perdita di grandi certezze e di piccoli privilegi come un danno personale, che intravvedono in clientelismo, familismo e corruzione l’inevitabile espediente per aggirare ostacoli, svoltare la giornata, comprarsi una licenza, trovare un’occupazione.

Per questo ad approfittare della crisi ci pensano anche quelli che in misura minore l’hanno prodotta e perfino qualche vittima, oltre al solito ciarpame rappresentato ampiamente dalla destra in Parlamento che infatti ci ragiona e ci canta insieme, con quella aberrante paccottiglia oggi mirabilmente presentata in una ampia intervista su Repubblica da tal Zunino, leader dei Forconi, che guarda all’Ungheria come al paese di Utopia e che vuole  “la sovranità dell’Italia, oggi schiava dei banchieri ebrei”.

Casa Pound e Forza Nuova, foraggiati da anni da benevoli e generosi amministratori, razzisti e xenofobi vezzeggiati da partiti di governo, cretini semplici in forza sotto qualsiasi bandiera e con qualsiasi divisa con una netta preferenza per le camicie nere si sono incistati come da tradizione nel malessere di nuove e vecchie povertà, usurpano e fanno loro sofferenze e disagi, si acquartierano in città spaesate nel Paese, Torino senza la sua fabbrica, frontiere transitate dall’import export dell’immigrazione, zone un tempo rigogliose ridotte a depositi di veleno.

Si collocano poco nelle piazze quelle vere, per ora. Le loro roboanti dichiarazioni contro la politica e i politici non ci ingannano, la loro parte se la sono scelta. E infatti ieri non erano a fianco dei metalmeccanici e nemmeno degli studenti, che a loro non piace la parte giusta. Non resta che invitare quelli in nome dei quali parlano, a lasciar loro  telecamere e interviste e  non farsi rubare le piazze quelle vere, quelle della collera e della democrazia, della speranza e dell’utopia che non sta in Ungheria, non sta in Germania, ma magarui nel nostro coraggio di riprenderci la vita.