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Bambini che giocano alla ghigliottina

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Faccio autocritica, non sono una rigorosa e scrupolosa complottista, vado a braccio e mi faccio possedere dal pregiudizio, favorevole o sfavorevole che sia.

Così c’ho messo un po’ a rendermi conto che questo governo non è un’accolita di improvvisati improvvisatori che sa tenere la barra dritta solo quando scrive sotto dettatura le regole caldamente raccomandata da Confindustria, che si muove come una banda di ubriachi che va dietro al ribollir dei tini, sia che consista nel business della mascherine, in quello dei banchi a rotelle, o dei padiglioni rosa per invogliare al vaccino in bimbi riottosi, che dopo mesi di si può fare, poi no non si può fare, di è permesso, e no è proibito adotta la linea dura copiando il compito della secchiona tedesca prima della classe, che – lo so l’elenco è lungo – continua a mettere in scena il copione della baruffe con le regioni ad uso di ambo i contendenti per far dimenticare colpe passate, presenti future disperdendole nelle nebbie di competenze e poteri, che alterna bastone e carota con una predilezione per la seconda,  minacciando e comminando sanzioni per attuare il suo sistema vincente che consiste nel rivendicare i meriti del pochissimo che sembra andar bene e addossare le colpe del tutto che va male alla massa incivile, riottosa, inurbana e irresponsabile.

Invece dietro a quell’accozzaglia di tracotanti incompetenti, di titubanti decisionisti a intermittenza, con i loro commissari straordinari in perenne conflitto di interessi e neuroni – certamente pochi rispetto alla molteplicità di incarichi, con i loro pallottolieri al lavoro per fare le nozze e i vaccini coi fichi secchi, con i loro sacerdoti della scienza che si contraddicono perfino con loro stessi, tra apocalisse e fiduciosa consegna alla legge del lasciar fare alla natura, tra viks vaporub e polivalenti, ecco là dietro ci devono essere dei geni della strategia politica e di scienza della comunicazione, che, non è la prima volta, funziona meglio quando non c’è, o è confusa e produttrice di confusione.

Vi ricordate quando si diceva che il successo della Lega dipendeva in larga parte dalla supericiliosa indifferenza del sistema dell’informazione e della tv pubblica che trattava l’esercito padano con tanto di elmi cornuti come fenomeni da baraccone?

Vi ricordate quando il trionfo die 5stelle veniva attribuito allo stesso trattamento schizzinoso riservato  da giornali, televisioni, mass media e vari persuasori e pensatori?

Qualche tecnico della percezione ha approfittato delle sia pur caute riserve avanzate all’operato del Conte 2  per promuovere l’esecutivo vigente a incarnazione dello spirito di abnegazione, con il sostegno a corrente alternata dei pensatori e intellettuali sotto l’ombrello del Manifesto,  in combinazione con il dilettantismo degli addetti ai lavori dall’incerto curriculum.

E il successo è stato assicurato: il vuoto di una informazione di  servizio, il marasma nel quale versa quella scientifica, le vergognose prestazioni dei media nei quali si succedono le cronache del dolore a cura di improbabili insider che amplificano le urla dei degenti, con le veline delle lobby proprietarie  che reclamano aiuto alle imprese e alle lobby, hanno prodotto un gran pieno pop e rock (ci manca solo Celentano), un berciare di popolo e di Pasquini e Masanielli del web che implorano pena di morte per gli sciatori, il gulag isolazionista per i compulsivi dello shopping in centro, il tribunale e poi la gogna minorile per i bulletti che si dedicano a risse stradali come facevano prima del Covid.

Sono dei geni, hanno montato un po’ di ghigliottine virtuali, messo in fila le sedie per gli spettatori che sferruzzano e applaudono a ogni cader di teste in Place de la Concorde dei social, così, distratti dalla spettacolo da vivo, sbagliamo colli, facciamo salire sulla carretta i nostri e quelli che stanno peggio di noi, mentre loro se ne stanno al riparo fisicamente e moralmente.

E i più tra una maglia rasata un punto riso si sprecano per difendere l’operato di ministri e “governatori” coinvolti in miserabili vicende opache ancora assisi serenamente sulle loro poltrone, di personaggi discutibili che circolano di incarico in incarico al servizio di multinazionali criminali,  di partiti e movimenti disonorevoli che sbrodolano le loro schifezze solo apparentemente conflittuali, per poi ritrovarsi mirabilmente uniti nel difendere i loro interessi non solo elettorali, il tutto  nel timore che ci possa essere di peggio, come se l’avvicendamento di  chi dà gli ordini al boia potesse ancora comportare qualcosa di più insano e velenoso di quello che ci sta capitando, salvo per il cappuccio nero o l’affilatura della lama.  

Che poi quel peggio che temono, quel Male maggiore, pur deplorato per la sua ferina violenza, rappresentata dal solito energumeno, è materializzato già da una po’ nel pensare comune suscitato  dal fondo e autorizzato contro gli “altri”, stranieri, minoranze, comprese quelle di chi non si adatta alla narrazione dell’ideologia imperante, se (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/12/censis-il-novelliere-dei-regimi/ ) il Censis denuncia che una percentuale altissima di cittadini pretende le maniere forti e la repressione cruenta  per chi non si associa alle misure di emergenza, se una bella percentuale vorrebbe la pedagogica reintroduzione della pena di morte, se tanti, basta scorrere il social più frequentato, proprio come piccoli Toti e graziose Lagarde suggeriscono di farsi una ragione delle leggi naturali e dunque anche di quelle di mercato, che giustamente esigono  il sacrificio degli improduttivi.

Sono stati sorprendentemente capaci nel legittimare e diffondere una forma di populismo lazzarone, quello che concede a chiunque si sia riservato un tribuna in rete la potenza gaglioffa di giudicare, di comminare pene, di emettere sentenze morali. E di sentirsene investiti grazie a una superiorità che deriva perlopiù dall’avere conservato quel minimo kit di sopravvivenza da “ceto medio” sopravvissuto, che non li fa viaggiare su bus e metro stracolmi, non li fa correre per la città in motorino per consegnare merci ai critici di Neflix e agli opinionisti sul Facebook, non li costringe a stare in officine e uffici malsani sotto ricatto di perdere il posto non garantito e il salario incerto.  

È proprio vero, come dice Brecht,  arriva il momento di sciogliere il popolo, quando si è fatto retrocedere non a branco, che i lupi ne rispettano le regole, ma a gregge feroce.


Censis, il Novelliere dei regimi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come non avere nostalgia dei bei tempi andati, quando la ghiotta rubrica fondopagina del lunedì, così cara a sciure e  cumenda, era a firma di Alberoni,  mentre oggi rischiamo che ci tocchi il suo erede ideale Fusaro, tempi nei quali la sociologia più che una scienza era un piacevole genere letterario, tanto che le formule e gli slogan del Censis facevano irruzione nell’immaginario collettivo e diventavano espressioni di uso comune:  famiglia combinatoria, furore di vivere, sovranismo psichico e sono solo alcuni, come Italia del cattivismo, che riguardava però solo una deplorevole minoranza,  alla prova della sopravvivenza.  

Anche nei momenti più bui infatti i narratori del Censis “da oltre 50 anni interpreti del Paese”, assistevano i regimi e regimetti con il loro favoleggiare  innervato di positività, cauto ma realistico ottimismo, con i loro facondi messaggi di dinamismo che aggiornavano i nostri miti fondativi di popolo di navigatori e poeti grazie alla fertile aggiunta del contributo di imprenditori dei distretti del Nordest che andavano a recare i doni del know how in giro per il mondo, con la lieta novella della creatività italiana al sevizio del Made in Italy.

E non mancava mai il riferimento ai capisaldi della famiglia custode più che della tradizione di tesoretti investiti nel successo delle generazioni future, capace di modernizzare i valori costitutivi, aprendosi a scelte, inclinazioni e relazioni fertili di conquiste morali e emozionali.

Guardandoci indietro mentre via via si disgregava tutto, mentre si approfondiva sempre di più la distanza tra ceto dirigente e società civile, mentre imperversavano gli scandali che incrementavano il disincanto democratico e nessuno sapeva offrire radiose visioni del futuro, mentre la politica comunicava messaggi di doverosa rinuncia meritata per esserci noi concessi troppo, il Censis bonariamente ci regalava un’Italia che non c’era, si rallegrava che fossero superati, insieme alle classi, il conflitto e la lotta, ci raccontava un Paese dove la democrazia faticosa e non del tutto conquistata sapeva addomesticare il sistema e la sua ideologia stemperando la ferocia  capitalista nei tinelli di Novello di una piccola borghesi  che sa negoziare bisogni e aspirazioni rivendicando per sé il merito di aver contribuito a benessere, conquiste, diritti cui possono accedere anche uomini in tuta blu, contadine, artigiani e poi perfino nuovi arrivati, a condizione che dimostrino la volontà di integrarsi.

Dev’essere stata un’impresa ardua dover rendere conto che si era usciti da quell’Eden del ceto medio, che la severità paternalistica necessaria a guidare un popolo in eterna crisi adolescenziale, si era trasformata in austerità che toglieva a chi aveva già poco, che si allargavano sempre di più  le categorie che subivano la cocente perdita di beni, garanzie, lavoro, sicurezze, trasformati in topi bianchi che passano i giorni in una gabbia di doveri e frustrazioni su e giù sulle scalette dei mutui, delle bollette, costretti a indebitarsi per comprare l’istruzione dei figli e dei nipoti, l’assistenza medica, fondi che dessero una parvenza di dignità alle pensioni maturate in età sempre più avanzata, quando la sopravvivenza è più “cara” perché si è più vulnerabili, fragili, cagionevoli. 

Negli ultimi anni la rivelazione è stata amara e difatti il rapporto annuale ha così perduto il suo appeal ottimistico, scopiazzato da leopolde, think tank e sardine, e i giornaloni della Gedi che aspettavano la pubblicazione per cannibalizzarla e cucirle intorno editoriali, inchieste, pensose riflessioni, doverosamente dedicano un pezzullo marginale tratto dal corposo comunicato stampa.

Quest’anno poi, capace che il rapporto subisca un ostracismo per i reati di disfattismo, nichilismo fino a quello di eresia. 

Eh si perché perfino il Censis si è accorto che il capitalismo è in crisi, che il Mercato non ce la fa a mantenere le sue promesse di prosperità per tutti, ma che invece ha prodotto e peggiorato squilibri e disuguaglianze, che l’ordine mondiale che lo garantiva sa solo portare guerre di conquista, morte, fame  e repressione, generando sommovimenti che non riesce a controllare e che la globalizzazione, come il mito del Progresso,  è un mostro a due teste e adesso rivela quella cattiva, quella dei poteri  selvaggi della finanza, delle multinazionali, del controllo sociale sempre più pervasivo, dell’inquinamento e del cambiamento climatico,  perfino della circolazione di virus.

In una “ruota quadrata che non gira”, il 2020, anno della paura, ha registrato perfino secondo il Censis, la vittoria del governo apocalittico del terrore costringendo gli italiani a decidere che è meglio “essere sudditi che morti”, ammesso, ci sarebbe da aggiungere, che una esistenza privata di lavoro, istruzione, cultura, bellezza, socialità e affettività non assomigli da vicino a una progressiva dipartita. Così è “naturale”, ammesso che ci sia qualcosa di naturale nell’assoggettamento a una emergenza della quale non si vede fine perché le scelte iniziali non possono essere smentite o riviste pena la perdita di un consenso fondato sulla repressione combinata con la dolce violenza di una persuasione moral-sanitaria, che si radichi, lo dicono loro gli osservatori del costume e della percezione, la “bonus economy”, con l’amministrazione  e l’erogazione di mance, ristori compassionevoli quanto arbitrari, nella misura di circa 2000 euro a testa per almeno un quarto della cittadinanza. E che quelli che conservavano ancora qualche bene, proprio come evasori che temono prelievi forzosi e delicate patrimoniali, ricorrano a forme di “liquidità precauzionale”: 41,6 miliardi in sei mesi, per immunizzarsi, ammesso che sia un vaccino, dai rischi.

Mentre pare proprio non ci sia difesa contro un rischio che era già presente e che ora, come sempre succede ai rischi qui da noi, ha assunto le proporzioni di una emergenza, che sancisce il successo della politica del divide et impera, che cresce con el disuguaglianze e che sa mettere tutti contro tutti, ma orizzontalmente, perché chi sta in lato mentre muove i fili si salva: garantiti (ammesso che ne ce siano) contro precari, insegnanti contro artigiani, impiegati contro osti, nipoti contro nonni sperperatori, occupati contro disoccupati (se ne sono aggiunti altri 500 mila) che minaccerebbero chi ha qualche briciola con la loro pressione parassitaria.

E così si spiegherebbe che un numero ragguardevole di italiani invochi la pena di morte, il 44 per cento, anche se non chiarisce contro chi deve essere comminata, trasgressori sugli sci, negazionisti cui far fare da cavie per vaccini non sperimentati, se il 77,1% pretende pene severissime per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento, come accade quando le frustrazioni di chi è pronto a recedere da conquiste liberano i bassi istinti di sopraffazione che albergano in noi (il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni alla mobilità personale e quasi il 40% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni).

È finito il tempo dell’ottimismo sociologico, che di per sé era un ossimoro: non potrà che andare sempre peggio se l’epidemia ha permesso che venisse demolito totalmente il sistema dell’istruzione pubblica. Solo l’11,2% degli oltre 2.800 dirigenti scolastici intervistati dal Censis ha confermato di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti più del 10% dei quali mancava all’appello alla stentata ripresa. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti e soprattutto quelli con bisogni educativi speciali, quelli per i quali la socialità che si instaura nelle aule scolastiche è insostituibile: gli alunni con disabilità (circa 270.000 persone solo nelle scuole statali) o con disturbi specifici dell’apprendimento (circa 276.000). E una larga maggioranza di dirigenti ammette di non poter far nulla per prevenire la dispersione scolastica.

E sono fosche perfino le previsioni per il Natale: il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali da mettere sotto l’albero, il 59,6% taglierà le spese per il cenone dell’ultimo dell’anno.

E ci credo:  il 44,8% degli italiani è convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, che ha contribuito non sapremo mai in quale misura a 60 mila decessi, un olocausto di anziani morti di vecchiaia accelerata, diagnosi e  cure sbagliate, malasanità, che ha inizialmente rivelato poi rimosso in favore della colpevolizzazione della collettività i crimini ai danni del sistema di assistenza, eroso, ragionevolmente, qualsiasi fiducia nelle istituzioni e nella comunità scientifica per rafforzare invece l’aspettativa nei confronti di una tecnica che si sviluppi nelle direzioni della digitalizzazione e informatizzazione e di una ricerca indirizzata alla produzione di un susseguirsi di vaccini che tengano in vita e “produttivi” miliardi di automi davanti al Pc.

Ormai perfino il Censis potrebbe essere a rischio censura quando conclude: “Quando esaurirà la sua onda d’urto, la pandemia lascerà dietro di sé una società più incerta e impaurita, ma soprattutto una società con una profonda crisi economica e occupazionale, di cui non tutti pagheranno le spese allo stesso modo”.

Ma potete star tranquilli, se la cava ancora con la solita paccottiglia di resilienza, capacità di adattamento: Franza o Spagna purché se magna, siti Unesco a consolarci: basta ca ce sta o sole, ca c’è rimasto o mare,   a conferma che siamo proprio il Paese delle canzonette, e che la musica è sempre la stessa, colpevolizzarci per farsi assolvere.


Università: Madia, ma dai

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovrebbero ribellarsi le pappagalline del premier, che ogni volta rinnova loro l’incarico di dire l’improvvido e smentirlo, di decretare l’inopportuno e sospenderlo. Ancora una volta è toccato alla più infilzata delle madonnine, la Madia, quella che confonde competenze e ministeri a cominciare dal suo, quella che alla sua prima elezione rivendicò orgogliosa  la sua ignoranza (e mai  come ora ci chiediamo da che cursus studiorum e da che università arrivi). Si dice che dobbiamo a lei l’emendamento al Ddl della Pubblica Amministrazione  presentato da Marco Meloni che proponeva di “superare” il “mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso” ai concorsi pubblici introducendo la “possibilità di valutarlo in rapporto ai fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato”. In parole così povere che le potrebbe capire anche la Madia, nasceva dall’intento di applicare criteri di selezione e valutazione della “autorevolezza” e qualità dell’università che ha rilasciato il titolo di studio.  E ancora a lei dobbiamo la quasi simultanea decisione di ritirare lo sconsiderato provvedimento che, a suo dire, nasceva dalla opportunità di scoraggiare le università telematiche, a smentire se stessa e tutta la retorica cara al governo, delle magnifiche sorti e progressive della virtualità, della banda larga, della formazione permanente tramite rete preambolo doveroso a precariati da svolgere in casa, quando la si ha, in modo da essere sempre più isolati, sempre più soli, sempre meno tutelati e sempre meno uniti da rivendicazioni comuni.

Anche noi, per dir la verità,  siamo inclini a sollevare dei dubbi:  su quelle di Tirana, sulla Bocconi che ha laureato non solo Sara Tommasi, ma anche Monti, per non dire della Facoltà di Economia che ci ha elargito la Fornero, ma anche sul San Raffaele che in via reale e anche in via virtuale combina spericolatamente e con pari dignità discipline filosofiche e scienze motorie, su vari laureifici per futuri manager  al servizio di azionariati rapaci, per comunicatori a colpi di tweet e per lobbisti spregiudicati e disinvolti.

È che per questa classe dirigente la mercatizzazione di tutto a cominciare dalla cultura che serve solo se si converte in merce commerciabile, è una tentazione irresistibile. Come fa parte della sua indole la promozione di disuguaglianze e il consolidamento di quelle che ci sono già. Infatti nulla ci è stato detto su quale organismo avrebbe dovuto – ma possiamo star certi che la proposta, come si dice a Roma, “riciccerà”, proprio perché è premessa di portare ciccia e profitto nelle solite tasche e di beneficiare delfini di dinastie abbienti ma indolenti – assumersi l’onere della valutazione e della prova degli atenei, probabilmente l’Anvur, Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, che tante prove ha già dato di inadeguatezza, arbitrarietà, approssimazione, o magari il Censis, per trovargli nuove collocazioni e ragioni di esistenza in vita, cui si deve una Guida, predisposta in collaborazione con la Repubblica, che redige opinabili e non sorprendenti liste di merito e demerito degli atenei pubblici e privati: così in testa svettano gli atenei di Bologna (97.8), Perugia (95.2), Siena (103.2), Camerino (95,8) e Milano (Politecnico – 97.0). Tra le private, invece, appaiono degne di nota la Bocconi (91.6), la Luiss (86.4) e l’università di Bolzano (104.2).

E basterebbe questa citazione dalla Guida a far capire che sarebbero quelli gli indicatori ispiratori della pensata governativa: collocare tra le università “buone” da preferire in previsione di una carriera dirigenziale quelle del Nord, quelle più grandi, quelle che sfornano a raffica più laureati da parcheggiare in onerosi quanto futili master, quelle private, in possesso dell’autorevolezza che viene da  testimonial sospetti, da generosi finanziamenti estratti dalle nostre tasche, dalla visibilità garantita dalla compagnia girovaga di opinionisti e commentatori chiamati a propagandare ideologie e teocrazie dello sfruttamento, come qualche giorno fa sottolineava il Simplicissimus qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/06/18/buona-scuola-una-minchia/.  E relegare tra le “cattive”, da impoverire e penalizzare fino alla morte,  quelle piccole, quelle di provincia, quelle del Mezzogiorno, proprio come accadrà presto per gli istituti scolastici grazie alla Buona Scuola.  Quelle che hanno conquistato attrattività grazie alle materie umanistiche, detestate in quanto aiutano a pensare, a vedere, a decidere, punite perché educano alla disubbidienza ed all’indipendenza, perché indicono ad aspirare a quella bellezza che non si deve vendere né comprare, come non dovremmo vendere le nostre anime a questi diavoli miserabili.


Chi dorme non piglia piazza

Il-Movimento-dei-Forconi-a-Servizio-pubblico-non-ci-fermeremo-VIDEO-638x425Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fare leva sulle difficoltà degli italiani per salvare privilegi, rendite e potere. L’attuale  “classe dirigente italiana  tende a ricercare la sua legittimazione nell’impegno a dare stabilità al sistema, anche partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre che hanno la sola motivazione e il solo effetto di far restare essa stessa la sola titolare della gestione della crisi“. Negli ultimi mesi si sono imposte così nell’agenda sociale e politica “tre tematiche che sembrano onnipotenti nello spiegare la situazione del Paese: la prima è che l’Italia è sull’orlo dell’abisso, la seconda è che i pericoli maggiori derivano dal grave stato di instabilità e la terza è che non abbiamo una classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro”.

La non tanto velata accusa di “golpismo” tecnico o tramite nomina imperiale, la denuncia di un processo eversivo culminato nel succedersi di governi di insigniti per chiamata, in presenza di un parlamento delegittimato non arriva da frange estremiste con tentazioni insurrezionaliste, ma dal rapporto annuale del Censis,   poco ripreso e propagandato da una stampa che si sente a un tempo classe dirigente, puntello di regime e opinione pubblica insieme.

Si sa che i vuoti vengono facilmente riempiti da varie tipologie di poteri sostitutivi: la politica viene occupata da “specialisti”in asservimento a ideologie e culture finanziarie, da solerti addetti a gonfiare “bolle” e conti, da tycoon e loro famigli, da dinastie di burocrati, boiardi e baroni, insomma da gente che poco ha a che fare con lavoro ma molto con lo sfruttamento, poco con la società ma molto con le SpA, poco con i bisogni e molto con i privilegi, poco con i doveri e molto con i diritti, purché siano i loro, inviolabili.

Gode della crisi con un antipotere fin troppo descritto, diagnosticato, trattato per via letteraria e cinematografica, demonizzato o sottovalutato, pochissimo contrastato, se non con brillanti operazioni di polizia o pervicaci indagini giudiziarie, che invece sull’origine, sulle cause ben poco si è fatto se tutta la massa di indagine, analisi e lettura del fenomeno conferma che si tratta del solito effetto perverso di disuguaglianze, debolezza istituzionale, fragilità democratica. E infatti non è un caso che in presenza della vulnerabilità di una Stato espropriato di sovranità, di un welfare impoverito nel quale i diritti si convertono in elargizioni arbitrarie, di una politica ridotta a retrobottega dove si consumano intrecci opachi, scambi e mercanteggiamenti, di istituzioni delegittimate e ruoli occupati abusivamente, di una giustizia terreno di contrattazione e scontro, inesorabilmente ingiusta, di un ceto inadeguato, corrotto, separato e remoto, le mafie finiscano per costituire un referente, protettivo, autorevole e salvifico per fasce di società che vivono la perdita di grandi certezze e di piccoli privilegi come un danno personale, che intravvedono in clientelismo, familismo e corruzione l’inevitabile espediente per aggirare ostacoli, svoltare la giornata, comprarsi una licenza, trovare un’occupazione.

Per questo ad approfittare della crisi ci pensano anche quelli che in misura minore l’hanno prodotta e perfino qualche vittima, oltre al solito ciarpame rappresentato ampiamente dalla destra in Parlamento che infatti ci ragiona e ci canta insieme, con quella aberrante paccottiglia oggi mirabilmente presentata in una ampia intervista su Repubblica da tal Zunino, leader dei Forconi, che guarda all’Ungheria come al paese di Utopia e che vuole  “la sovranità dell’Italia, oggi schiava dei banchieri ebrei”.

Casa Pound e Forza Nuova, foraggiati da anni da benevoli e generosi amministratori, razzisti e xenofobi vezzeggiati da partiti di governo, cretini semplici in forza sotto qualsiasi bandiera e con qualsiasi divisa con una netta preferenza per le camicie nere si sono incistati come da tradizione nel malessere di nuove e vecchie povertà, usurpano e fanno loro sofferenze e disagi, si acquartierano in città spaesate nel Paese, Torino senza la sua fabbrica, frontiere transitate dall’import export dell’immigrazione, zone un tempo rigogliose ridotte a depositi di veleno.

Si collocano poco nelle piazze quelle vere, per ora. Le loro roboanti dichiarazioni contro la politica e i politici non ci ingannano, la loro parte se la sono scelta. E infatti ieri non erano a fianco dei metalmeccanici e nemmeno degli studenti, che a loro non piace la parte giusta. Non resta che invitare quelli in nome dei quali parlano, a lasciar loro  telecamere e interviste e  non farsi rubare le piazze quelle vere, quelle della collera e della democrazia, della speranza e dell’utopia che non sta in Ungheria, non sta in Germania, ma magarui nel nostro coraggio di riprenderci la vita.

 


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