nike_di_samotracia (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra le tante opere non direttamente collegate all’Expo ci sarebbe anche il nuovo Museo del Duomo di Milano. L’inaugurazione è fissata per il 4 novembre 2014, ma  i lavori sono fermi per mancanza di fondi   e il presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo, Angelo Caloia, preoccupato  che il ritardo faccia perdere il treno dell’esposizione universale rivolge un appello a sponsor “generosi almeno come Della Valle con il Colosseo”. E più munifici dei   sottoscrittori dell’iniziative “Adotta una guglia” lanciata tra i negozianti della zona, interessati a godere dei benefici commerciali indotti dal restauro della Cattedrale, che hanno risposto in ranghi ridotti.

Non nutro una particolare simpatia per i francesi, mi indispettisce la loro autoreferenzialità, la sfrontata e sciovinista esibizione di grandeur e l’indole al marketing arrogante dei loro brand nazionali: penso, tanto per fare un esempio che la repubblica veneziana di Manin, non abbia niente da invidiare alla Comune di Parigi, ma per quell’istinto contrario alla sottovalutazione delle nostre qualità e dei nostri meriti, non abbiamo mai pensato di propagandare quella piccola eroica rivoluzione condotta da un leader piccolo, timido, balbuziente, ritroso, eppure trascinante, illuminato e visionario. Ma invidio la capacità che possiedono di coagularsi e mobilitarsi intorno ai loro simboli, alle loro tradizioni e ai loro beni anche quelli depredati con destrezza da qualche condottiero spregiudicato e annessi con strafottente disinteresse per antichi diritti e prerogative.

 Così in concomitanza con l’accorato appello alla carità pelosa di un Della Valle, magari per restare in tema di pelletteria di un Trussardi, apprendiamo che la Nike di Samotracia che siamo abituati a veder spiccare quel magnifico volo dalla scalinata del Louvre, ha bisogno di restauro e per pagarlo sono stati chiamati a raccolta i parigini che stanno contribuendo con sms, bonifici e offerte fino al raggiungimento del budget necessario, senza ricorrere alle filantropiche elargizioni di  finanziatori, sul cui munifico disinteresse è preferibile non scommettere.

Invece saremmo autorizzati a scommettere sulla generosità nazionale, messa alla prova da scandali e negata rintracciabilità di raccolte fondi e collette, eppure sempre pronta a dare e a fare, incurante che non si sappia in giro, che la liberalità non si trasformi in griffe, che la prodigalità non si scarichi dalle tasse, che la compassione non trovi eco in uno spot. Quale che sia la motivazione all’origine, rincuora che gli italiani dismettano la tradizionale indole alla diffidenza perfino davanti alle reiterate ed accertate intercettazioni dei fiumi di denaro indirizzati ai terremotati, da parte di protezioni incivili, affaristi delle emergenze, mercanti di catastrofi e banche che esigono rapacemente antichi crediti.

Ma affidarsi all’adesione spontanea e democratica del popolo, felice espressione di cittadinanza, renderebbe troppo trasparente l’opera di recupero di beni  comuni che così resterebbero tali, toglierli a fini commerciali a chi se li ha restituiti a sé e a tutti, trasformarli in merce, o semplicemente in marchio. Un processo limpido  e aperto non si addice alle scelte civiche cotonate di sottosegretarie sprezzanti, alle manie di grandezza di sindaci che vogliono lasciare a ogni costo un’impronta sul marmo o con il  marmo, piuttosto di sturare tombini, fermare il cemento, far arrivare bus efficienti puntuali e puliti in periferia, alla aspirazioni commerciali di sovrintendenti megalomani che trattano arte e paesaggio come profittevoli beni di consumo.

Non a caso la multi titolata per via dell’accumulazione di cognomi, azionariati e possedimenti, anche di qualche lista elettorale, Ilaria Carla Anna Borletti Dell’Acqua Buitoni, si è espressa senza lasciare dubbi all’atto della sua nomina, per sostenere l’opportunità di spezzare l’arcaico «legame indissolubile» tra lo Stato e il patrimonio storico e artistico, per intraprendere la strada obbligatoria dell’inevitabile apertura al mercato e all’iniziativa privata, che cosa c’è di meglio di perseguire  remunerativi fini, soprattutto se sono quelli del lucro.

E mica si vorrà sostituire la partecipazione e la sorveglianza dei cittadini alla charity di industriali e delle loro blasonate signore,  la vigilanza democratica alla beneficienza  di occhiuti consigli d’amministrazione, l’interesse generale  all’oculatezza parsimoniosa di magnati e tycoon? Proprio quelli della cerchia di chi ha già provveduto a privatizzare con esiti noti politica, parlamento, informazione, editoria  e Costituzione, o quelli che si vogliono sostituire ai vecchi predoni per vedere se ci si può guadagnare anche qualcosa, dalle macerie o creandone di nuove. E mica si vorrà  provvedere  a porre riparo all’osceno e doloso sottofinanziamento dei Beni Culturali rivendicandone la funzione di formidabile investimento, mettendo così fine a quel processo doloso per impoverirlo artatamente, per renderlo inefficiente allo scopo di consegnarlo per 25 anni o per sempre ai suggeritori e ai “famigli” privati che stanno nella penombra.

Non è certo casuale e tanto meno frutto di incompetenza o inefficacia questo degrado, questa marcia sulle rovine d’Italia. Anzi i nuovi barbari si sono mostrati attivi e risoluti nell’avvicendamento di ministro ineffabili e improbabili, nel migliore dei casi passati tetramente inosservati o insapori come una minestrina o potentemente latitanti, nel favorire una semplificazione che ha aperto la strada  a speculatori, a tombaroli, a privatizzatori sciolti e in cordata, a lottizzatori legali o abusivi – comunque illeciti e inopportuni, a  agenti di commercio di pale e mediatori di griffe, a web victim che sostituiscono l’accesso dei cittadini alla bellezza, con passeggiate virtuali, cyber- visite, escursioni  in rete in paesaggi e città sempre più squallidamente smart e modernamente povere.

Il Della Valle invidiato a Milano si propone di creare una fondazione di “amici del Colosseo”.. inutile dire che ci vuole tutto l’Olimpo a guardarci da loro.