Tubolario della politica: non c’è posto per il lavoro

8189343288dc15a6ba5bb996c63432d8Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi mi sono concessa un amaro passatempo: stampare i programmi dei partiti del voto utile e delle loro coalizioni, poi mescolare i fogli per confermare il sospetto dell’inesorabile interscambiabilità, della genericità bipartisan, dell’imperio del luogo comune universalmente accettabile. Come in quel gioco di tanti anni fa, il Tubolario, quel tubo di cilindri rotanti ognuno dei quali recava una frase gergale: “La confluenza verso obiettivi comuni, su indicazione della base, presuppone il riorientamento delle linee di tendenza in atto in una visione organica..”, per esempio, che con l’opportuna rotazione contribuiva alla costruzione di un discorso prolisso, vuoto di significato eppure “specialistico”, perfetto de dire senza dire nulla.

E così la sicurezza – interscambiabile con la legalità, l’ambiente, l’istruzione, i beni culturali, l’edilizia pubblica, le foreste, gli animali da compagnia, le differenze di genere – non deve essere più considerata un costo, ma un investimento profittevole. L’ingresso dei privati nel sistema carcerario – ma anche nella gestione dell’acqua, nella tutela dei monumenti, nel ciclo dei rifiuti, nella sanità, nell’istruzione – deve essere favorito perché insieme alle risorse promuove efficienza.
E soprattutto bisogna valorizzare le rinnovabili – piuttosto che l’edilizia, la tutela dei beni culturali, l’agricoltura tradizionale, gli Ogm, la Tav, il Ponte sullo Stretto, l’allevamento di animali da compagnia, la digitalizzazione, il turismo, le aree protette, flessibilità, sistemi di difesa, politiche montane, etc. etc. – per promuovere occupazione.

Eh si perché c’è uno spettro che si aggira,soggetto di allusioni, evocazioni, elusioni, rimozioni in questa campagna elettorale. Ed è il lavoro in tutte le sue forme, i suoi valori, i suoi diritti, i suoi “contenuti”: salario, posto, fatica, garanzie, qualità, quantità, riscatto, necessità, obbligo, gratificazione, espressione di vocazioni, talento, convertito in effetto, in ricaduta, in esito di politiche tutte ispirate a quella “moderna” concezione di una crescita aerea, immateriale, basata sulla circolazione di armi di profitto non convenzionali, strumenti finanziari, transazioni di corpi, merci e futuro inafferrabili, poderose alleanze indirizzate al mantenimento di rendite e alla produzione di disuguaglianze. Una componente in ombra rispetto all’imperio del pareggio di bilancio, ma fondamentale per realizzarlo, con la liberalizzazione del mercato di occupati, disoccupati, aspiranti espulsi, irriducibili, esaltandone la flessibilità, riducendo i salari e accrescendo la produttività; privatizzando quanto è possibile (inclusi istruzione, sanità e pensioni), contenendo l’ “invadenza” dello Stato e della democrazia.

C’è chi crede che si possano smacchiare i giaguari, ma invece non vuole smacchiare i gattopardi, irremovibili e impermeabili al cambiamento, alle alternative, vecchi come le loro idee vecchie come il cucco, quelle di ceti retrivi incapaci di una visione progressiva della società, intenti solo alla difesa dei privilegi garantiti dall’ubbidienza alla teocrazia del mercato,dall’assoggettamento a quei sodalizi di poteri forti per niente occulti che vedono in relazioni industriali mature, in salari equi i nemici dello sviluppo, nell’economia sociale di mercato un sistema eversivo di ostacoli al profitto, così come, perfino, il rafforzarsi di mercati interni agli stati mediante politiche fiscali, monetarie e distributive concertate e coerenti, preferendo che instauri un “equilibrio” artificiale di dipendenze e subalternità regolate dall’alto.

Io non voto per la conoscente di Grillo, casalinga e madre di tre figli, nemmeno per lo zio di Bonanni, non voto per gli invertebrati smacchiatori o i rottamatori intermittenti. Ma francamente penso che sarebbero bastati anche loro per mettere in piedi una ipotesi molto realistica, affatto utopistica, per niente rivoluzionaria, per ricollocare al loro posto, con il lavoro, le speranze e la democrazia. non servivano i tecnocrati, non servivano accertati laureati e certi masterizzati, non servivano i “migliori” per mettere mano a un piano di difesa nazionale contro la guerra mossa al lavoro. E per rompere quel meccanismo perverso che si avvita su se stesso, in un Paese che conta circa quattro milioni di persone fra disoccupati e non occupati. Dove di conseguenza, una ricchezza pari a decine di miliardi l’anno non viene prodotta e non diventa domanda, commesse per le imprese, consumi. Con il risultato appunto che la disoccupazione crea altra disoccupazione.

Bastavo perfino io per ripetere, come dico da un bel po’ da marginale rispetto a una schiera di intelligenze illuminate e inascoltate, non Bakunin, non Tommaso Moro e nemmeno Roosevelt, che serviva un New Deal, una mobilitazione dello Stato per creare direttamente occupazione, per alimentare ricchezza e per dare soluzione a problemi ormai secolari, dalla difesa del suolo dal dissesto idrogeologico che riguarda più di un terzo del Paese, dal risanamento e dalla manutenzione del patrimonio edilizio pubblico: il 48% delle scuole italiane non ha un certificato che assicuri che l’edificio è a norma dal punto di vista della sicurezza statica, dalla tutela dei beni culturali, dalla riconversione dell’agricoltura e dell’energia.

Ma un “eco deal” imporrebbe un’assunzione di responsabilità, lo svincolarsi dall’ipocrita ripetizione del mantra che i soldi non ci sono, che ce lo chiede l’Europa, che la produttività è ferma per via delle troppe regole, che i diritti impongono una indesiderabile rigidità, insomma bisognerebbe sgombrare il campo dalle menzogne convenzionali che hanno fatto da impalcatura ideologica al susseguirsi dei governi e dei regimi. Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012, la BCE ha prestato alle banche 1.100 miliardi di euro, con un interesse dell’1%. E li ha prestati senza chiedere nulla. Ma quanto di quei 1.100 miliardi è finito alle imprese, al lavoro, all’economia reale? Sono intervenuti su sistema pensionistico, impoverendo al tempo stesso il sistema della sanità pubblica, alimentando un ceto disperato di anziani ricattati condannati a una silenziosa marginalità sempre più breve. Ma questo processo ha portato dei benefici in termini di contrazione della spesa? Hanno chiamato riforma uno stravolgimento delle relazioni senza incidere sulla miriade di rapporti di lavoro che costituiscono la vera precarietà, l’instabilità e l’ostacolo al riavvio della produttività.

Non mi accontento facilmente, non mi piace pensare di votare il meno peggio o di votare contro il peggio. Voto per una piccola idea che si sta muovendo a prescindere dalla faccia piazzata sul simbolo, con l’auspicio che il ripristino della legalità, che la lotta alla criminalità, che l’opposizione a un pensiero forte così unanimemente sostenuto, metta dei sassolini negli ingranaggi di questa macchina congegnata per muovere disuguaglianze e corrompere democrazia.
Ma mi piacerebbe votare per un partito dei lavoratori oggi, come rivendicavano di chiamarsi un tempo quelle forze che ci rappresentavano, testimoniavano di bisogni e aspettative, ascoltavano in luoghi che non ci sono più le nostre speranze e la nostra rabbia. Mi piacerebbe un partito del lavoro dove il lavoro non c’è più, reso improbabile e inaccessibile come un partito della felicità, come un partito dei diritti, come un partito di cittadini. Mi piacerebbe, voglio sperarci, voglio ragionarci intorno con gli altri per costruirlo.

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