Ci sono paesi vivi e paesi morti, popoli che reagiscono e altri che si adagiano. Ci sono la Spagna e l’Italia, praticamente nella stessa disgraziata situazione, ma l’una con segni vitali, l’altra in coma profondo. E da questo punto di vista la domenica appena trascorsa  è stata una specie di documentario di National Geographic sulle differenze.

Dunque si votava in Catalogna con gran timore di Rajoy e dell’Europa perché rischiava di vincere il partito indipendentista di centro destra Ciu, che prometteva di avviare subito la pratica di separazione. Non è accaduto: il partito ha perso anzi una dozzina di seggi arrivando ad aggiudicarsene 50 su 135. L’indipendentismo è dunque stato sconfitto? Nemmeno per sogno: nel parlamento Catalano sono aumentate le forze che chiedono una separazione da Madrid, solo che sono sparse su fronti diversi. La Erc , partito indipendentista e di sinistra radicale ha più che raddoppiato i suoi voti, superando lo scialbo partito socialista con un effetto Syriza passando da 10 a 21 seggi. In più ci sono i 3 seggi strappati dal Cup, nuova formazione di sinistra, anch’essa intenzionata a dare l’addio alla Spagna. Senza dire del successo dei due partiti comunisti, unitisi in Icv- Euia fortemente a favore dell’autodeterminazione che hanno conquistato 13 seggi. Si sarebbe potuto pensare che, vista la posta in gioco, i voti perduti dal maggior partito indipendentista si fossero travasati nel Partito Popolare, ma questo è avvenuto in maniera minima, il grosso si è disperso tra formazioni minori, anch’esse indipendentiste, anche se escluse dai seggi.

Per farla breve ci sono due movimenti messi in moto dalla crisi: 1) uno spostamento a sinistra dell’elettorato nel suo complesso e uno rimescolamento verso posizioni più radicali all’interno dello schieramento di “izquierda”; 2) una crescita numerica, ma anche qualitativa dell’indipendentismo che oggi è rappresentato anche a sinistra e non solo dal populismo di destra di Artur Mas. Il che, al di là del dato numerico, mette in luce un mutamento nel quale i concetti di autodeterminazione e internazionalismo si dislocano in maniera diversa sotto l’attacco del capitalismo finanziario. E questo rappresenta un dato tutt’altro che rassicurante per Madrid e per l’Europa.

Ma veniamo alla cicoria, ossia all’Italia. Qui siamo di fronte non ad elezioni vere, ma a primarie del centro sinistra che tuttavia la dicono lunga sulla sclerotizzazione dell’elettorato che da una parte esprime una fedeltà all’apparato a prescindere, dall’altro cerca il nuovo nelle movenze, nelle parole d’ordine del berlusconismo d’antan. Vent’anni non sono bastati per ammaestrare a scorgere la fuffa televisivo mediatica. Così si scopre che il centrosinistra italiano è per metà apertamente a destra: Renzi ha superato il 36% che aggiunto all’1% di Tabacci e al quasi 3 della Puppato, una rappresentante tipica dell’incuicismo cattolico, fa il 40% per cento. Di contro si assiste al fallimento annunciato di Vendola che non si è rivelato in grado di raccogliere l’opinione di sinistra e si è lasciato trascinare nel reality delle primarie  e nella logica dell’agenda monti. Certo, molti dei votanti erano in realtà persone di centro destra che ravvisano in Renzi e con fondate ragioni, il nuovo Silvio, ma il fatto che il sindachino di Firenze abbia vinto anche in alcune roccaforti rosse, come si diceva un tempo, ne fa a pieno titolo un rappresentante del Pd e non un corpo estraneo. Se prima si poteva pensare che le linee Ichino, Marchionne, Bonanni fossero marginali e perseguibili solo per via di “necessità”, adesso sono la metà meno uno del partito, il lievito del futuro.

Insomma mentre altrove, praticamente dovunque, perché l’esempio catalano è solo uno fra i tanti, le posizioni blande della sinistra vengono punite e si rafforzano le formazioni più radicali, mentre contemporaneamente cresce l’ostilità verso i diktat che vengono da Bruxelles solo pro forma perché è la finanza che li formula, da noi assistiamo alla trasformazione del partito di centro sinistra in qualcosa di molto simile all’ Udc: la retorica della partecipazione in questo quadro assume un carattere grottesco, anzi grotesque per rimanere ai termini del discorso di un Paese che non si è affatto liberato di Berlusconi, anzi ne cerca disperatamente altri da spararsi in vena.

Nessuna nuova, buona nuova, si dice. Ma in questo caso il fatto il fatto che le cose siano andate più o meno come prevedevano i sondaggi, rappresenta il peggio in assoluto: da una parte il ristagno di apparato, dall’altro il ristagno di un berlusconismo introiettato ormai a fondo. E una sinistra di fatto scomparsa. A questo punto confesso di dover dare ragione a Flores d’Arcais: una vittoria di Renzi al ballottaggio, anche se improbabile, avrebbe almeno il pregio di mostrare con chiarezza l’assenza di una sinistra in questo Paese e forse a smuovere qualcosa di più concreto. Forse. Ma non accadrà. Nessuna nuova, pessima nuova.