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A chi siamo in mano: quell’uomo è un Draghi

Del fallimento tecnico sono piene le cronache e soprattutto i numeri: la recessione, l’attacco al welfare e ai diritti hanno prodotto un aumento del debito pubblico e non la sua diminuzione. Sarebbe bello poter dire queste cose col senno di poi, se lo stesso andamento non fosse stato già chiarissimo dalle vicende della Grecia e della Spagna e dunque se l’ostinata pervicacia nell’inseguire gli errori non fosse  parte di un disegno politico just married alle contraddizioni dell’area Euro. Non senno di poi, ma dissennatezza di prima si potrebbe dire.

Dissennatezza e confusione anzi, visto che i protagonisti di questo massacro dicono le le cose più diverse e incoerenti,  come fossero tirati da burattinai diversi, ora i circoli finanziari, ora i rapporti personali, il giorno dopo la voce padrona degli stati forti e sempre i propri interessi. La fantomatica soluzione alla crisi è a la carte: così Draghi può dire a Francoforte che l’austerity ha fallito e all’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi che l’austerity montiana è una manna.  Ma a parte la desolazione che suscita un Paese che si appende a questi scampoli di dichiarazioni, la cosa non desta meraviglia visti i personaggi che stanno interpretando il viaggio nel tunnel. Hanno avuto sempre buonissima stampa visti i loro rapporti con la classe dirigente bonsai del Paese, ma in realtà di loro se ne sa pochissimo oltre all’incarto mediatico.

Ci aspettiamo meno fumo da Draghi, ma non sappiamo davvero chi sia il personaggio approdato prima alla Banca d’Italia e poi alla Bce non dopo aver fatto atto di sottomissione alla Merkel. In realtà si tratta del massimo svenditore della nostra industria pubblica dopo esserne stato per anni un sontuoso beneficiato e come allievo di Federico Caffè un sostenitore della presenza del pubblico nel mercato. Nominato direttore generale del tesoro nel 1991, in tempo per sfruttare il vento craxiano, è stato l’uomo che ha rottamato il gruppo Eni e ceduto le sue eccellenti tecnologie.  Tra il 1999 e il 2001 si è anche incaricato di alienare l’immenso patrimonio immobiliare dell’Ente nazionale idrocarburi, con meravigliosa diligenza. Alberghi, palazzi, imprese turistiche, l’area di Rho Pero dove oggi sorge la nuova fiera di Milano, furono cedute per un importo di circa 3000 miliardi (di lire ovviamente). La parte del leone la fece il fondo Whitehall di Goldman Sachs: gli oltre 35.000 appartamenti del gruppo (compresa Agip, Snam e  collegate), più i palazzi d’uffici vennero ceduti per 2215 miliardi. Una cifra enorme se non fosse che la media del prezzo di mercato di alloggi nelle periferie e semiperiferie era allora di 2300 euro al metro quadro.

Anche supponendo una media di 50 metri ad appartamento, irrealistica per difetto, quel patrimonio valeva al minimo 8500 miliardi. E oggi che ci sono ancora appartamenti in vendita (la  Whitehall ha centellinato le vendite sfruttando il rialzo di prezzi da euro) ne varrebbe 20 mila, cioè 10 miliardi di euro. Ma forse occorrevano soldi subito e bisogna dire che la Goldman Sachs è stata molto grata del servizio al drago Draghi: l’anno dopo la chiusura della transazione, nel 2002 lo svenditore è diventato vicepresidente di Goldmann e membro management Committee Worldwide della medesima istituzione finanziaria.

Chissà cosa potrebbe fruttare la svendita dell’intero Paese. Ma nel frattempo non aspettiamoci coerenza.

 

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