Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un partito non si nega a nessuno, e tanto più un rimborso elettorale per alleviare qualche pena economica di sciuponi più o meno popolari, per pagare qualche kermesse e per mettere in scena il teatrino dell’ascolto della volontà popolare, meglio sul prato in ridenti località montane piuttosto che in ostile miniera.
Ha ragione il Simplicissimus, è auspicabile la rimozione, è preferibile l’omissione, è augurabile la garbata destituzione istituzionale della verità, per amor di patria, per rispetto dei ruoli, per doverosa censura. E per praticare una sobria e paterna anestesia del malumore, una austera e autorevole narcosi della critica, ché la necessità impone accondiscendenza, ubbidienza, adattamento.
Il buonsenso assume i connotati del pericoloso ribellismo, la normalità si tinge di radicalismo anarchico, allargando la sfera dell’intangibilità, dell’inviolabilità, trasformando gli intoccabili fuori casta in super privilegiati, sacri e protetti. La richiesta di dare trasparenza viene intesa come oltraggiosa invadenza, l’istanza di essere informati come inappropriato eccesso.

Ma la vera eclissi democratica non dipende certamente o soltanto dall’oscuramento della rappresentatività, dalla separatezza sempre più estrema e arrogante dei nominati e degli eletti, dall’impotenza di partiti impiccati alla loro stessa esistenza, cacciati nel vicolo cieco della difesa delle loro rendite di posizioni e dei loro miserabili privilegi. E non soltanto dall’imposizione blindata del consenso al governo per cui la mediazione politica così come la concertazione sembra diventata una colpa, anzi la causa dei mali che affliggono il paese, sicché riproporla suona quasi come una bestemmia: la fragilità del quadro è evidente ma nel silenzio ossequioso tutti vorrebbero tenerne immobile la cornice. I media sono in riga come zelanti soldatini: sostituito il rigore al parrucchino col gesto rapido con cui si cambia un arredo di scena, si diramano le nuove parole d’ordine con l’appiattita solerzia dell’agenzia Stefani.
E non dipende soltanto dalla implacabile egemonia di un pensiero unico rigidissimo che ha imposto i suoi metodi, al di là di ruoli e bandiere, formando una piramide sociale in cui la base è accomunata, oltre che dalla rigida compressione delle condizioni di vita, da qualcosa di più oscuro: la mortificazione delle aspettative, da un malessere sempre più opprimente, da una specie di paralisi collettiva, fatta di angoscia, di volgarità e di senso di colpa.

La desistenza denunciata da Piero Calamandrei già negli incerti inizi della Repubblica, quella combinazione di indifferenza e di complicità nel peggio, che nel lussureggiante berlusconismo aveva preso una piega più invasiva, seduttiva, in un magma appiccicoso di volgarità e di confusione mentale e morale, è diventato amaro e ripiegato livore, rancoroso e rinunciatario solipsismo.
Tempo fa Bill Emmott ex direttore di The Economist scriveva che le “dichiarazioni false sull’economia nazionale vengono prodotte ogni giorno non solo dai politici ma anche da banchieri e imprenditori e esponenti del governo… il ricorso alle menzogne anche sul presente e sul passato, resta diffuso.. così ho prodotto una teoria: si tratta di una forma di auto illusione nazionale, nel tentativo di sfuggire alla realtà”. Emmott spaccia per nuova tendenza qualcosa di radicato nella nostra autobiografia nazionale: l’autoillusione di poter aspirare a un impero, di vincere guerre con scarpe di cartone, di essere ai vertici dell’economia d’esportazione, di avere gli anticorpi, quei fondamentali sani per resistere alla crisi, perfino di credere che la crisi non c’è.

Sembreremmo forse così inadatti a sopportare la libertà, a partecipare di un governo democratico usando bene la libertà politica, da andarci a cercare sempre nuovi padroni. Ci siamo lamentati di una Stato invasivo tanto da tollerare invece che ne venga lesa la sovranità e annientati funzioni e poteri a cominciare dallo stato sociale e accontento la pretesa che altri governino i processi economici in aperta contraddizione con la Costituzione laddove stabilisce il principio secondo cui lo Stato deve indirizzare e coordinare sia l’economia pubblica sia quella privata. Era cominciato con una disinvolta e poco riflessiva adesione ai Trattati europei, che dal punto di vista delle prescrizioni economiche, erano antitetici rispetto alla nostra Costituzione e anche a un ideale regionale fatto di unità di intenti e non di profitto dei più forti, come se, qualcuno ha detto, da Keynes fossimo tornati ad Adam Smith e David Ricardo o alle “armonie economiche” di Bastiat. Poi si è cominciato a privatizzare, si sono tagliate le piante organiche delle amministrazioni pubbliche, si sono stravolte la sanità e le pensioni in modo da umiliare i malati e impoverire i pensionati. Si sono lesi i diritti e spezzati i vincoli di solidarietà e mutua assistenza.

Diceva Flaiano, che quando in Italia si organizza un convegno sull’importanza del bovino vuol dire che i buoi sono scappati dalla stalla. Sembra che non sappiamo più nemmeno organizzare convegni, né sui bovini né sulla eclissi della democrazia. Tanto che le agenzie di rating così come i governi d’Oltralpe lasciano intendere che gli italiani possiedono un codice genetico che li renderebbe più adattabili a un dispotismo “illuminato”, tecnocratico e pedagogico, per indottrinarci meglio verso le magnifiche sorti e progressive della teocrazia del mercato.
Pare che dovremmo sempre imparare dalla Grecia, che anche oggi anticipa tragicamente la nostra condanna. Nell´Atene di Pericle la democrazia era sentita dai suoi avversari come «un sistema liberticida» in quanto attentava alla libertà e alle proprietà dei ricchi, con cui si poneva in antitesi; sennonché in effetti già allora essa diede luogo non già ad un governo popolare, ma ad «una guida del “regime popolare”» da parte di una frazione dei ricchi che accettava e sfruttava il sistema.
Così nell´Atene antica, e così più che mai oggi, mutatis mutandis, nelle democrazie di matrice liberale. La democrazia è sempre stata e può essere una sola: la lotta di coloro che mirano a stabilire l´eguaglianza contro il predominio delle oligarchie fautrici della diseguaglianza.

Si, se «l´egualitarismo è l´essenza della democrazia», chi incrementa disuguaglianza, conflitto sociale, inimicizia, oppressione è nemico dello stato e del popolo. Noi abbiamo vinto la libertà tanto tempo fa, ma una libertà dei ricchi. E stiamo rinviando la democrazia, consegnata ad altre epoche, affidata altri uomini, come una utopia che non possiamo pretendere e costruirci. Ma dobbiamo finirla di lasciarci togliere i diritti anche quello di sognare e di agire il nostro sogno.