Buon compleanno crisi. Esattamente il 7 agosto del 2007 tre fondi monetari europei che sulla carta garantivano depositi assolutamente sicuri, rivelarono di non poter far fronte ai riscatti, perché invischiati in prestiti immobiliari che parevano certi, ma che invece erano inesigibili. Da quel primo sintomo che passò inosservato si sono poi allungate le ombre che ora ci avvolgono. Cinque anni di crisi, di una crisi che è ancora bambina, che ogni giorno doveva finire e che ogni giorno è più grave, che dentro strilli e vagiti quotidiani ci confonde e non ci lascia scorgere i disegni generali, la posta in gioco e la necessità di intervenire.

Ho riunito i quattro post sulla crisi e sulle possibili vie d’uscita in un unico pdf: Il romanzo della crisi. A volerne riassumere il senso, si può dire che ci troviamo di fronte a un apparente non senso: Europa ed euro vanno difesi in nome dell’Europa e dell’euro, un argomento perfettamente circolare, una fallacia logica del tipo petitio principii, che spesso nella la politica nostrana traduce in un infantile perché sì. L’insensatezza delle misure economiche che sono state immaginate, che vengono riproposte nonostante il loro evidente fallimento, è però solo apparente: da una parte, certo, riflette il tetragono impianto ideologico liberista che ha occhi solo per l’offerta, che vuole minimizzare lo Stato, ridurre welfare, salari e diritti come panacea contabile contro la crisi, ma dall’altra si rivela come un’opzione politica conservatrice in qualche caso, reazionaria in altri, che si serve di antichi ideali e recenti paure per impoverire e imporre uno scivolamento delle democrazie verso forme di oligarchia.

Non sto parlando di un complotto, ma di una complicata serie di input, spesso inconsapevoli, che hanno poi questo risultato in output. Tutto questo assume una drammatica evidenza negli interventi di Draghi in cui politica e ricette illusorie si intrecciano in annunci roboanti  e vaghi (“Il governatore promette di promettere” scrive lo Spiegel),  spesso contraddittori e contraddetti, ma che hanno un preciso ancoraggio alle travi marcite del pensiero unico. Il fatto che questo pensiero, come l’immagine di uno specchio infranto, sia frazionato fra diversi interventi non ne maschera più di tanto la fisionomia complessiva:

“Il modello del vecchio welfare europeo è morto”  2 marzo 2012

” Le politiche di sviluppo orientate sulla creazione di lavoro richiedono liberalizzazione del mercato, flessibilità del mercato del lavoro, regole fiscali favorevoli alla crescita” 25 aprile 2012

“E’ attraverso la cessione di sovranità che le nazioni possono meglio preservare efficienza e riforme. A lungo termine l’euro porterà a un più alto gradi integrazione” 21 luglio 2012

“L’euro è irreversibile” 21 luglio 2012

“La Bce è pronta a prendere tutte le misure per salvare l’euro. E credetemi saranno sufficienti” 26 luglio 2012

Come si vede abbastanza chiaramente non sono le cosiddette riforme ammazza welfare che garantiscono l’euro, ma è l’euro che garantisce la distruzione del welfare. Tutto questo nella visione draghesca  è necessario nel quadro della  la “concorrenza crescente dei paesi emergenti, la riorganizzazione dei processi produttivi su base globale, la rapidità dell’innovazione, la crescente frammentarietà dei percorsi lavorativi sempre meno legati al riferimento di un “posto fisso”, la maggiore instabilità dei nuclei familiari, l’abbassamento della fertilità, la flessione prospettica delle forze di lavoro, l’invecchiamento della popolazione”.

Purtroppo si tratta di un errore catastrofico che in realtà è proprio all’origine del declino occidentali: bassi salati e pochi diritti sono esattamente quello che ci rende deboli dentro la globalizzazione: non favoriscono di certo la natalità, né le riorganizzazioni produttive, né la stabilità, né il futuro sottraendo soldi alla scuola e alla ricerca e in ultimo mentre fanno mancare il mercato alle industrie nazionali spingono all’acquisto dei beni a basso costo che vengono dai Paesi emergenti. Non è certo un caso che chi se la cava meglio sono proprio i paesi con alti salari e ancora un buon welfare, sia pure ridotto.

E’ proprio questa gente che giustamente ha da festeggiare la crisi e la restaurazione sociale che permette. Fino a che glielo permetteremo.