Anna Lombroso per il Simplicissimus

Attentato a Brindisi, fermato un uomo. Avrebbe confessato: “Vendetta contro la giustizia”. Si tratta di un uomo di Copertino, in provincia di Lecce, ascoltato per ore dagli inquirenti. E’ accusato di strage con finalità di terrorismo. A incastrarlo i filmati della sua Fiat Punto nei pressi dell’istituto Morvillo Falcone, la somiglianza con il personaggio ripreso dalle telecamere alcune intercettazioni. L’obiettivo iniziale sarebbe stato il tribunale vicino alla scuola. La procura: “Ma il movente ancora non convince”.
Beh non vengano a dirci che non si tratta di mafia. D’accordo non porterà la coppola, non apparterrà a una qualche Sacra Corona Unita, non parlerà come il padrino di Coppola. Ma quali gesti sono più allegorici e esemplari di una ideologia e una pratica che si esplica contro la nazione, del protervo istinto a sostituirsi allo stato di diritto, all’interesse generale, alla giustizia, ai diritti, che cosa è più mafioso della vendetta privata, del far valere la propria legge, del sostituire la violenza personale alle regole della rappresentanza e del confronto, del rafforzarsi indegnamente attraverso affiliazione e appartenenza a cerchie, cricche, oscure e opache alleanze?
E che cosa ha opposto a questo innalzamento della tolleranza diffusa all’illegalità, a questo disordine inteso come forma difensiva e ineluttabile all’inadeguatezza delle istituzioni, a questa empia arbitrarietà vista come reazione fisiologica a misure inique o quanto meno discrezionali, se si susseguono governi segnati da conflitti di interesse esasperati nella ricerca e nel consolidamento di una privatizzazione dei beni pubblici, dalla esplicita volontà di compiacere un ceto affine, dalla erosione di diritti di tutti per elargire privilegi a pochi.

Se si è praticata una corruzione della legge in violazione di uguaglianza e imparzialità, per alzare un edificio di norme al servizio di singoli e a beneficio personale di una casta di intoccabili, arroccati nell’arbitrarietà di rendite di posizioni e di condizioni inviolabili intente all’accumulazione di cariche, prestigio, arricchimento.
Se la Costituzione è già stata cambiata senza nemmeno toccarla, svuotata dall’interno lasciando soltanto la corteccia, se si è dato per scontato che, su quella scritta, deve necessariamente una non meglio precisata “Costituzione materiale”, fondata sull’ideologia del profitto e del mercato tanto che ora viene piegata a una norma che svuota lo stato di ogni sovranità economica e quindi sociale.
Se con l’attuale legge elettorale i capi-partito nominano i loro rappresentanti, mentre il corpo elettorale è abilitato solo distribuire le quote dell’azionariato politico dei vertici, replicando meccanicamente appunto le modalità dello cosche ancor più che delle aziende.
Se risulta protetto e sacro quell’intreccio di corruzione, evasione, malaffare che sconfina e confina con la malavita, coi suoi scudi, condoni e ravvedimenti concordati, tanto che la criminalità dopo aver dettato procedure e regole può ormai esplicitamente aspirare da partner anzi da padrona ai business legali, meno faticosi e più redditizi.

E se beni comuni, territorio, produzioni, poche, così come istituzioni e governo sono occupati da una implacabile “cupola” sovranazionale e dai suoi esecutori, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e è cresciuta in paesi che si affacciano sullo scenario planetario grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato e che rappresenta decine di trilioni di dollari e di euro che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori, che vengono gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. Servita da quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e avida, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali.

Non è un acrobatico esercizio letterario e nemmeno un espediente narrativo pensare che ieri una vocazione “mafiosa” presente nella classe dirigente italiana – forse perchè non c’è via virtuosa per conseguire il potere e mantenerselo? – si è manifestata con il salvataggio di De Gregorio e Formigoni, con le nomine Agcom, con le ipotesi “epocali” di presidenzialismo, con la sprezzante e improbabile autodifesa del capo del governo a proposito della sua presenza remota o recente che sia, nel Senior European Advisory Council di Moody’s, l’agenzia di rating che ha contribuito ad affossare l’Italia.
Il bombarolo di Brindisi se tale è merita la condanna più esemplare non solo perché ha trucidato nei corpi di ragazzi, quel che resta dell’innocenza di un Paese senza più fiducia nel futuro. Ed anche perché lui esemplarmente ha scatenato i mostri che albergano in una nazione che è diventata una società senza stato, se per stato intendiamo quello di diritto, che non deve solo garantire il rispetto delle leggi anche con mezzi coercitivi, ma deve svolgere una funzione pedagogica e progressiva. E che dovrebbe ispirare ognuno a fare propria una nozione di obbligo sovrastante anche quella di diritto, dovere di rispettare il vincolo di giustizia, il patto di lealtà nei confronti della carta costituzionale e dei valori e dei beni fondamentali che garantisce.

Con buona pace del mio prozio i criminali spesso sono cretini, se davvero il benzinaio da solo ha dato fuoco in una quieta mattina preelettorale anche a quei frammenti che conservavamo religiosamente di speranza nei ragazzi e dei ragazzi, quindi del futuro, lacerando con quel maligno tuono il fragile scudo che opponevamo all’incertezza e alla paura, non possiamo trasformare il suo in un processo contro questa società senza stato, senza socievolezza e senza solidarietà. Senza diritti e con troppa poca giustizia amministrata, praticata e invocata. Con troppe leggi e troppa poca legalità. Avre preso il colpevole però, non ci esime dalle nostre colpe.