Il comandante, gli ufficiali vestiti di tutto punto per l’immancabile foto con i vacanzieri, si salvano per primi. Abbandonano la nave che affonda  lasciando che sia l’equipaggio, raccogliticcio come in racconto di Conrad, a guidare le operazioni di abbandono. Su tutto domina l’improvvisazione, l’incapacità e la codardia figlie del profitto: la nave si avvicina troppo alla costa scogliosa e non se ne conoscono i motivi: forse per permettere che qualcuno potesse salutare i parenti a terra, forse per compiacere un sindaco ansioso di fare vedere la sua isola ai crocieristi, anche se al buio, nella caverna della notte mare e terra si confondono e scivolano via.

Sciocchezze, almeno si spera. Rimane misterioso l’azzardo di sfidare inutilmente secche e rocce aguzze, quasi si dovesse permettere l’arrivo a bordo di qualcuno e facilitarne lo sbarco a terra. A volte l’inesplicabile si trasforma in romanzesco. E poi l’incapacità di capire la gravità della situazione che invece avrebbe dovuta essere chiara fin da subito, fin dal tremendo urto come se il vizio tossico dell’ottimismo a buon mercato fosse una droga che circola nel sangue anche dei lupi di mare. Oddio forse soltanto lupi e pure feroci visto il tentativo di proseguire il viaggio nonostante i rischi e una volta presa coscienza del disastro la decisione di chiudere le porte stagne con il pericolo di lasciar annegare chi si trovava nella zona di nave invasa dal mare. Basta un pulsante per farlo, come quello ipotetico che poteva uccidere un milione di sconosciuti cinesi. Beninteso quando la Cina era un esotico oggetto lontano, anche per chi diceva che era vicina. Adesso è diverso, non se ne parla più: il pulsante lo costruiscono loro.

La difficoltà di percepire la realtà in mezzo al lusso di cartapesta o alle tecnologie futuribili, inutili se non si usano, buone solo per le brochure dedicate ai turisti. E anche quando il reale si fa strada con l’assordante suono dell’acqua che entra, con l’inclinazione della nave che sbanda sempre di più, l’incapacità di confessarla, le bugie sparse a piene mani, il rifiuto dei soccorsi come se il loro arrivo fosse il punto di non ritorno tra la difficoltà superabile e il disastro conclamato. Tra il ce la faremo e la consapevolezza che non basta dirselo, che bisogna fare qualcosa di intelligente.

Immagino le sale ristorante, i balconi a mare, la folla che si addensa neghittosa attorno al rito della cena, fossimo indietro negli anni, si potrebbero immaginare i piccoli fuochi fatui di sigari e sigarette che si accendono sui ponti e conversazione nelle quali non si sa mai chi sia assente. Un’umanità diversa e completa dentro i piccoli sogni di oggi: da chi ha risparmiato per essere lì, a chi vuole strappare un po’ di sole d’inverno e i soliti invitati speciali, quelli con la crociera gratuita perché utili ad alimentare il meccanismo, la macchina da soldi, quella specie di gigantesca slot machine che ad ogni giro fa scendere lievi biglietti di banca.

Certo, sempre che tutto costi il meno possibile, dalla plancia di comando all’ultimo cameriere: in fondo si tratta di vendere sogni, immagini, sensazioni perché essi si riproducano e siano un compenso alle perdite del sensus sui, dell’essere nel mondo, della stessa dignità del lavoro. E così che l’acqua scorre lungo i fianchi della nave, prima del disastro, prima che il comandante e gli ufficiali felloni se la diano a gambe dopo aver nascosto e mentito persino a se stessi, prima che si decida di cambiare rotta e che le scialuppe vengano calate.

Lo so è terribile questa crociera Italia.