Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fu Hitler a dire “Andate, uccidete senza pietà. Chi è che ricorda oggi l’annientamento del popolo armeno?”
L’oblio si addice a chi compie massacri ed anche a chi non uccide uomini, ma annienta l’umanità in sé e negli altri e annebbia la verità.
Così ci sono voluti quasi 90 anni e un capo di stato piuttosto spregiudicato a riportare l’attenzione su uno dei più abbietti processi di negazionismo storico, quello che volle e seppe cancellare e disconoscere il genocidio armeno.
Quando un massacro continuato e orrendamente replicato diventa genocidio? Quello degli armeni si sviluppò con modalità scientifiche. Prima vennero decimati gli arruolati nell’esercito, mandati in missioni suicide nei fronti caucasici della Prima guerra mondiale. Poi fu sterminata l’èlite intellettuale, poi gli imprenditori e i professionisti. Infine fu la volta delle deportazioni di massa verso territori isolati dove i superstiti stremati da marce massacranti venivano lasciati a morire di fame e di sete.
Il numero delle vittime di un olocausto perpetrato tra il 1915 e il 1923 fu di circa un milione e mezzo di morti. A questo quasi perfetto annientamento si aggiunse la diaspora dei sopravvissuti: in Francia, negli Usa, in Canada, in Sudamerica.
È sorprendente come l’uomo da sempre non colga tremendi segnali che la storia gli trasmette, non voglia riconoscere avvisaglie profetiche, non si difenda tramite la conoscenza dell’ieri dall’apocalisse di un prossimo domani.

Il genocidio degli armeni, perché tale fu, all’inizio del Novecento, è stato una specie di nefanda prova generale di quello che in una diabolica graduatoria ha il primato dell’ orrore del secolo breve e forse dei secoli precedenti e, speriamo, futuri. Tanto che in questi giorni le comunità ebraiche si dicono determinate a chiederne il riconoscimento secondo la geometrica potenza semantica dell’Onu che definisce così “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Certo c’è qualcosa di tremendamente incivile e disumano in questa nostra contemporaneità se un popolo “vittima” deve rivendicare lo stesso status a un altro popolo vittima, se non insorge per questo tutto il popolo della terra, se una diplomazia del compromesso persegue un disegno di rimozione e di revisione storica, se impone gerarchie in un laido podio dell’abominio, ebrei si, zingari no, tutsi si, hutu no, armeni forse, o forse è meglio di no.
Per molti non completamente ciechi o desiderosi di esserlo I quaranta giorni del Mussa Dagh, il romanzo sullo sterminio degli Armeni cristiani perpetrato dai Turchi nel 1915, che racconta il piano criminale di polverizzazione di un popolo, della sua cultura, della sua tradizione, dovette avere un significato simbolico e profetico. Quei sette villaggi armeni alle pendici del monte Mussa Dagh, con quelle 5000 persone, decise a opporsi con le armi e a resistere per 40 giorni all’oppressore come a Masada nel passato e come nel Ghetto di Varsavia, poi, potevano essere un monito, un’allegoria, una speranza di affrancamento dal cedimento alla paura e all’incredulità.

Ma si sa l’uomo non vuole credere alle premonizioni che la storia gli manda. E poi un grande infame complotto della realpolitik e il suo convincente pragmatismo ha fatto del romanzo di Werfel una efficace e persuasiva esercitazione letteraria e di un genocidio una esagerazione propagandistica.
Eppure testimonianze, ricostruzioni storiche, prove, hanno dato certezza a una colpa commessa dai turchi e accettata, coperta, tollerata, nascosta dalla barbarie moderna dell’occidente. Dall’Europa, che oggi, così scopertamente fragile, così stolidamente divisa, simula di voler fare i conti col passato di ingombranti candidature, dagli Stati Uniti che fecero annegare nell’incredulità perfino il memoriale del loro ambasciatore nell’Impero Ottomano Henry Morgenthau che rese una testimonianza ineccepibile e particolarmente autorevole dell’orrore consumato sotto i suoi occhi in quel periodo cruciale (1913-1916).

La tragedia del popolo armeno in Anatolia e la voluta cancellazione della memoria della loro esistenza su terre abitate da secoli e secoli sono state oggetto una rimozione collettiva mondiale e consapevole, indulgente anche dell’ulteriore oltraggio: la firma da parte della Turchia della convenzione sul genocidio del 1948, a dimostrazione “legale” e simbolica della negazione del genocidio compiuto.
Dal 1915 in poi tutti i governi succedutisi in Turchia hanno promosso forme più o meno esplicite di propaganda per contraffare la storia e contrastare la sia pure esile protesta internazionale. E ancora oggi il negazionismo turco si avvale per il suo scopo della rete e del web. Sono molti i siti internet ufficiali del governo e delle istituzioni che offrono una sezione dedicata alla questione armena contenente documenti, fotografie e illustrazioni che accreditano gli armeni come aggressori quando non addirittura vittime dei loro stessi “eccessi” politici.

Dal 1965, cinquantesimo anniversario dei massacri in Anatolia, il 24 aprile è una data sacra per gli armeni di tutto il mondo, il loro giorno della memoria. Deve aiutare i figli e i nipoti delle vittime a sopportare il peso della violenza subita dai padri e dai nonni. Perché un torto subito, qualora non venga riconosciuto dagli autori dei crimini: «diventa un patrimonio delirante, una violenza sconvolta, priva di contatti con la realtà, un incubo soffocante, osceno o esplosivo».
In tempi di barbarie è necessario per l’umanità tutta, per i popoli tutti aprirsi alla memoria dell’altro specie quando si tratta di memorie dei vinti. C’è poco da fare questioni di “singolarità” dei genocidi pur riconoscendo la peculiarità e l’intenzionalità puramente ideologica dei nazisti, la potenziale universalità della Soluzione finale nel perseguimento di uno sterminio totale.

E è certamente vero che la Shoah rappresenta la più tremenda metafora del XX secolo come epoca di violenze, barbarie, genocidi e crimini contro l’umanità, e una metafora della modernità con l’impiego della tecnica, dell’industria, della divisione del lavoro, dell’amministrazione burocratico-razionale.
Ma proprio per questo il ristabilimento della verità storica e il recupero della memoria eretta non solo contro l’oblio ma soprattutto contro un regime politico che nasconda e neghi il crimine di ieri nel presente, è l’unica cura contro i potenziali crimini dell’oggi e del domani.
Non deve esistere memoria forte e memoria debole, come non deve sussistere una gerarchia delle vittime. E come non ci può essere una scala di diritti. È bene ricordarlo, alle pendici del Mussa Dagh come a quelle di qualsiasi impervia montagna o di qualsiasi dolce collina di questo mondo così feroce e così bello.