Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

E’ l’ultima patologia grave del giornalismo, italiano in particolare: la precisazione.
L’amore per l’aggettivo è storico degli scrittori in erba; la fame di categorie attanaglia, invece, tutti i livelli dei cronisti.
Non esiste più l’«uomo», deve essere giovane o vecchio, italiano o straniero, ricco o povero, ingenuo o malvagio.
Che poi, ai fini della notizia, sia assolutamente irrilevante che l’«uomo» ucciso da un pianoforte caduto dal decimo piano di un palazzo fosse un panettiere di Vigevano o un commercialista di Kinshasa, al cronista non interessa, fa colore, rende più «vero» il vero, riempie anche un po’ quelle quattro righe in croce che rendevano perfettamente l’idea dell’accaduto, ma facevano poco Pulitzer.

E allora, la madre con i figli travolta dal torrente in piena, diventa fondamentale che sia rumena, gli stupratori sono obbligatoriamente rom e la donna stuprata è meglio che sia una «giovane ragazza» (che poi sia tutto falso è ininfluente), i venditori ambulanti sono tutti senegalesi.

Ma l’ultimo grido delle categorie obbligatorie è il titolo di studio.
Su tutti i principali quotidiani, lo sterminatore di Firenze, dopo la categoria «folle» viene etichettato da quella di «ragioniere»!
Come se il cursus scolastico avesse influito sulla decisione di impugnare un’arma e usarla contro quelli che lui riteneva nemici, di lasciare per terra cinque persone (due definitivamente) prima di lasciarci anche sè stesso.

E così, dopo aver in parte fomentato il pogrom di Torino, i giornalisti saranno, forse, anche causa di qualche assalto a scuole medie superiori, alcune mogli di onesti lavoratori guarderanno con altri occhi il consorte, forse l’impiegata della banca, così cortese, ci ispirerà una inconsueta diffidenza…

L’unica certezza è che il sangue sul selciato fiorentino avrebbe lo stesso colore se a terra fossero rimasti dei danesi, magari analfabeti.

Esseri viventi che non lo sono più.