Anna Lombroso per il Simplicissimus

E così abbiamo imparato che anche lo spettacolo può essere sobrio, austero e composto tanto che possiede l’effetto demiurgico di trasformare Vespa in Iader Iacobelli.
C’è chi si accontenta che, invariati certi contenuti, la forma si redima dismettendo silicone, parrucchini, paillettes, tacchi e tacchetti. E c’è invece chi avrebbe voluto che un presidente del consiglio che ha ricevuto l’investitura dalla più alta carica, preferisse la reputazione alla visibilità, le sedi istituzionali al talkshow, la scrivania con dietro la bandiera e lo scaffale con le rilegature di pelle al salotto dei plastici. E anche le Camere alla conferenza stampa e il messaggio a reti unificate alla comparsata, sia pur severa e sussiegosa. E qualche atto deciso e dirompente contro la deriva affaristica della politica al lancio di una consultazione anticasta con i giornalisti magari quelli più contigui al potere e ai suoi retroscena, che così sono più competenti.

Si sa, c’è gente che non è mai contenta. E mi si dirà, ma come rimpiangi il pagliaccio? La continuità su certi percorsi ci risparmia da nostalgia o rimpianto, se gli orfani di Berlusconi, ben oltre ai suoi famigli, sono quelli che hanno campato sui suoi belletti, il suo bunga bunga, le sue barzellette, tralasciando le meno pittoresche e spettacolari incursioni nell’illegalità, nell’iniquità sociale e nell’affronto alla Costituzione. Ieri sera – siamo pragmatici perbacco – ci è stato confermato appunto che sono elementi rinviabili o trascurabili se la priorità è solo fare cassa. Così si stabilisce una misura aggiuntiva ridicola sugli scudati, legittimandone l’esistenza e l’azione, si persegue quanto già cominciato nello smantellamento dello stato sociale e ( oggi Licia Satirico qui ne esplora la pieghe) dell’istruzione pubblica. E si accelera il processo di “riforma” – eufemisticamente la chiamano così – costituzionale, facendo intendere che – ma non l’avevamo già sentito? – i veri ostacoli alla crescita e i lacci alla competitività risiedano nei diritti, cui si deve rinunciare in nome della necessità. Il resto si rinvia a dopo, come fosse un optional per tempi migliori.

Bobbio diceva che la politica dovrebbe servire a sciogliere i nodi della contemporaneità. Non a tagliarli con la spada.
Ma sappiamo che alla mamma di Monti non piaceva la politica, stanne lontano, gli diceva. E anche la moglie ne diffida tanto da averlo in passato sollecitato a ripararsi nei più sicuri lidi comunitari. E pare che anche l’italiano medio la preferirebbe invisibile, intenta a amministrare e sbrigare faccende pubbliche mentre lui si dedica ai suoi affari, ai suoi sentimenti, al suo pacifico e domestico privato.

E al presidente del consiglio della politica sembra piacere solo l’antipolitica, quella più di facciata che di sostanza, quella che per punire il sistema dei partiti si apparta, si dimette, partecipa solo mediante la licenza di mugugno, rende lecita la disaffezione e l’irresponsabilità e si affida, si consegna, delega.
I costi della politica, ha detto, sono quelli legati alle esigenze elettorali, al primato del voto. E esalta come misura di risanamento del bilancio della politica l’avvio del taglio delle province. Come se – al di là delle questioni più marginali benché fortemente simboliche degli interventi sui vitalizi, mezzo miliardo comunque, mica bruscolini – o del rimborso elettorale, la vera questione morale e finanziaria non consistesse invece sulla pressione formidabile della corruzione, sull’incidenza dell’incompetenza, sull’iniquità endemica, tollerata e contagiosa, del clientelismo, sulla prevalenza consentita, ancorché conflittuale, dell’interesse personale. Componenti che costituiscono la vera essenza dell’illegalità ormai universalmente tollerata e praticata su scala ridotta ma generalizzata. E come se non risiedesse in questo quella crisi della rappresentanza che rende anche difficile far digerire quei sacrifici accettabili solo con la didattica del buon esempio ben oltre la rinuncia a uno degli emolumenti principeschi.

Se si è rotto quel patto che aveva dato ossigeno alla democrazia, che traduceva, sia pur stentatamente, nell’arena istituzionale umori, interessi, pensieri e passioni non si deve solo ai costumi sbracati e alla sfrontatezza dei cialtroni prestati a una cosa pubblica sempre più privata.
È che sempre più ai rapporti verticali tra rappresentanti e rappresentati, tra governanti e governati, orientati in passato a una sia pur labile logica di mandato, si sono sostituiti i legami orizzontali dei governanti tra loro, nell’ambito delle coalizioni di governo, degli eletti con omologhi potentati, orientati gli uni a solidarietà di ruolo, i secondi all’arricchimento.

Ma il nuovo governo per far passare una manovra feroce e impopolare, in mancanza del consenso del popolo ha bisogno del populismo, quello che proprio quei rappresentanti alimentano con sfacciataggine complice perché sfiora solo marginalmente i gangli della collusione e del malaffare. E allora è meglio fare Stella e Rizzo “santi subito” dell’anticasta, è preferibile gettare qualche bocconcino buono a placare un po’ di qualunquismo. Dai castigamatti dei conti pubblici e dai profeti della trasparenza ci si sarebbe aspettato qualche intervento contro l’opacità e la pretestuosa macchinosità strumentale degli appalti, non potendo ragionevolmente sperare in misure davvero strutturali contro certi governatorati finanziari e il gioco delle parti di infiltrazioni e infiltrati.
Le azioni moralizzatrici sono obbligatorie per un governo che vuole risanare i conti pubblici, quando l’illegalità rappresenta la più pesante voce di spesa nel funzionamento di una macchina che ci somministra una sanità malata, ci concede un’istruzione ignorata e impoverita, sostiene un’informazione morbosa, abbandona un ambiente manomesso e ferito.
Per guarire la nazione corrotta e infetta non basta un governo di salute pubblica, occorre la politica sana.