Anna Lombroso per il Simplicissimus

È una femmina, è nata nelle Filippine, è il numero sette miliardi.
Può darsi che il Padreterno non se l’aspettasse. In fondo non è che gli uomini diano molta retta ai suoi dieci comandamenti. E invece sembrano seguire scrupolosamente le sue prescrizioni: siate fecondi e moltiplicatevi. Soggiogate il cielo e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. Siate fecondi e moltiplicatevi. Riempite la terra e soggiogatela.

Siamo stati ubbidienti a questi comandi: ci siamo moltiplicati. Secondo le cifre delle Nazioni Unite, gli abitanti dell’Asia raggiungeranno un picco intorno al 2052, con 5,2 miliardi di persone, per poi iniziare a scendere lentamente, mentre gli incrementi maggiori riguarderanno l’Africa, dove i tassi di fertilità, pur essendo in calo, rimangono i più elevati del pianeta (il record spetta al Niger, con 7,2 figli per donna in età fertile). Il ritmo di crescita della popolazione africana è del 2,3 per cento all’anno, contro l’uno per cento dell’Asia; le proiezioni prevedono quindi un aumento degli abitanti del continente da un miliardo nel 2011 a tre miliardi nel 2100. Il resto del mondo – Americhe, Europa e Oceania – dovrebbe invece conoscere un leggero aumento solo fino al 2060, passando da 1,7 miliardi di persone di oggi a circa 2 miliardi, e poi declinare. L’Europa però si fermerà prima: le stime prevedono il raggiungimento di un massimo storico di 740 milioni di abitanti nel 2025, seguito da una progressiva diminuzione.
Quanti saremo per la fine del secolo? Il divario tra le proiezioni è molto ampio: si va da poco più di 10 miliardi a quasi 16 miliardi di abitanti del pianeta, un margine incertezza dovuto al fatto che una variazione anche piccola nella fertilità, specialmente nei paesi più popolosi, può portare a risultati molto diversi.

Saremo tanti e anche sempre più vecchi, benché l’età media sia uno dei terreni più esposti all’iniquo opportunismo delle disuguaglianze. Oggi, 893 milioni di persone nel mondo hanno almeno 60 anni, ma entro il 2050 il loro numero salirà a 2,4 miliardi. La speranza di vita media, che era di 48 anni nel 1950, oggi è salita a 68, un dato strettamente collegato al trend relativo alla mortalità infantile, che da 133 morti per ogni 1000 nati vivi negli anni cinquanta, è calata a 46 per 1000 negli anni 2005-2010. In termini di rapporto tra popolazione attiva e anziani, questi dati si traducono, in proiezione, con la presenza di tre persone in età lavorativa per ogni persona oltre i 65 anni entro il 2050: un secolo prima, il rapporto era 12 a uno.

Il comando di Dio è stato seguito alla lettera Il mondo è molto affollato e in un circolo perverso l’incremento demografico accelera la povertà diffusa, le differenze, sociali e di genere, i problemi ambientali legati ai consumi, alla pressione delle attività antropiche e alle tecniche di produzione non sostenibili.
C’è chi dice che è necessario uno stato “stazionario”. Quello di una auspicabile condizione stabile, salda e costante. Che rischia però di congelare anche le aberrazioni: disuguaglianze, fame, sete, in un equilibrio di forze inique.
Se proprio volessimo ricorrere a una metafora esemplare, dovremmo pensare non a uno stagno immoto ma a un lago, non a un sistema chiuso, ma a un organismo aperto in continuo ricambio e fermento e nell’equilibrio di emissari e immissari. E quindi in condizioni di sostenibilità sociali, ambientali e biologiche, attraverso meccanismi di selezione e controllo, forme di adattamento più o meno stabili e viventi in contrapposizione a un equilibrio solo termodinamico che è uno stato di quiete mortale.

È fermo eppur si muove, questo sistema desiderabile. Il cui principale antagonista è il sistema economico indirizzato alla crescita esponenziale come condizione “normale” e voluta dell’economia e non come fase eccezionale.
Si la nemica dello sviluppo sostenibile è l’insostenibilità. Quella fisica e ecologica, che non tiene conto della finitezza delle risorse. Quella sociale, dipendente dalle disuguaglianze e insoddisfazioni rese ancora più percepibili dall’incremento delle ricchezze di pochi e dalla misera dei molti edagli effetti disgreganti provocati nella coesione sociale dalla competitività delle gratificazioni individuali e collettive. Quella finanziaria, derivante dalla pretesa di accumulare nel presente risorse ancora inesistenti, anticipate da debiti accesi verso il futuro.

Combatterla è inevitabile: produzione e popolazione non possono continuare a crescere smisuratamente, esponenzialmente e eternamente. E il raggiungimento di una condizione di equilibrio è obbligatorio prima che l’umanità si autodistrugga. In anni lontani il Club di Roma profetizzava che il problema degli anni 2000 era quello di accelerare la tendenza naturale della curva demografica all’appiattimento, che alcuni dati confermerebbero, entro il momento nel quale la popolazione umana avrà aggiunto al nostro un “altro pianeta”.

Ma se esiste un concorde pensiero intorno alla necessità di un riorientamento dell’economia per realizzare l’obiettivo dello sviluppo sostenibile, nella produzione ideologica dell’ecologismo e anche dell’economia ecologica, il controllo demografico resta un tabu, denunciato da Martinez Alier come da Amartya Sen. Attribuibile nel migliore dei casi a complessi di colpa post coloniali, laddove libertà significa licenza di procreare come di inquinare, consumare, produrre senza limiti, come manifestazione emblematica dell’allineamento a obiettivi di crescita. Ma nel peggiore dei casi riferibile all’istanza delle economie industrializzate e di una finanza rapace di creare sterminati bacini di prestazione d’opera a basso prezzo e di aspirazioni di benessere da appagare con prodotti immateriali.

Il risultato è lo stesso auspicato da un Chiesa spregiudicata e cinica che preferisce anime condizionate dalla necessità e oggetto di carità anziché di uguaglianza. E le affidano a una Provvidenza alleata alla Tecnologia, impegnate a nutrire, vestire e intrattenere, mentre al tempo stesso tuonano contro la barbarie, la violenza, l’aggressività delle nostre metropoli congestionate e piangono per le vittime di fenomeni che non hanno più nulla di naturale e di ineluttabile.

Il Padreterno si è fatto uscire di bocca quell’inopportuna e imprudente raccomandazione, rivolgendosi e due peccatori in un mondo vuoto. E dovrà prima o poi spiegare a un pontefice di Roma, magari un po’ più attento a ascoltarlo di questo, che il raddoppio del gregge delle sue pecore ogni 30 o 40 anni è un crimine contro la natura ma anche contro le pecore.