Nei giorni precedenti la manifestazione di sabato si poteva toccare con mano, sia in rete che sui giornali, la necessità di nuove forme di lotta che integrandosi alla piazza, alla discussione nei partiti o a qualsiasi altra forma di partecipazione civile, scuotano questo Paese dalla claustrofobia nella quale vive. E io metto al primo posto la battaglia per la conoscenza.

Ovvio, ma non troppo perché non parlo direttamente dell’anomalia italiana che tutti conosciamo e che fa parte di una più ampia malattia dell’informazione, ma di una lotta volta a forzare i media, compresi i pochi che ancora sono fuori dal controllo governativo, a parlare di argomenti specifici che sono di fatto del tutto misteriosi per la quasi totalità delle persone, ancorché ne coinvolgano in maniera decisiva e spesso drammatica la vita.

Una di queste battaglie è quella per far conoscere i sistemi di welfare in vigore nei Paesi europei e che sono enormemente più sviluppati che da noi: quando si parla di pensioni, di sussidi di disoccupazione, di aiuto alle fasce più deboli con sostegni all’affitto e alle spese per energia e alimentazione, bisogna sbattere di fronte al milieu politico italiano il fatto che nulla di tutto questo esiste in Italia. E sbattere in faccia ad imprenditori, manager col maglioncino ed economisti veri o sedicenti la realtà spesso così dura e impietosa con le astrazioni, le teorizzazioni, le pigrizie della ragione o le semplici astuzie: che l’Italia possiede un welfare africano e che quando se ne chiede la riduzione per rilanciare l’economia si commette un doppio errore e si pratica un doppio inganno. Quello di far credere che il nostro stato sociale sia equiparabile a quelli europei e che una sua ulteriore riduzione possa apportare un vantaggio al Pil: se così fosse l’Italia avrebbe stracciato i suoi concorrenti europei invece di essere al palo da 15 anni.

La cosa non è stata mai così chiara come nei giorni precedenti la manifestazione degli indignati: infatti, incredibilmente, alla vigilia è cominciata una bizzarra e inaspettata canea di alternativi e antagonisti doc volta a demolire le richieste “indignate” e in particolare il default controllato e il reddito di cittadinanza. Un trappola in cui sono cadute anche persone intelligenti e che stimo.

Si è detto, per esempio, che il reddito di cittadinanza è qualcosa di impossibile sul piano finanziario ed è  peraltro non auspicabile perché rischierebbe di rendere  inattive molte persone. Purtroppo di fatto ad eccezione di Italia, Grecia e Ungheria, tutta l’Europa ha il reddito di cittadinanza anche se sotto forma di illimitato sussidio di disoccupazione. L’unica condizione è quella della ricerca attiva di un lavoro. Possibile che nessuno lo sappia e pur sapendolo non lo dice?

E’ vero che c’è il rischio di una disaffezione al lavoro, ma tra i rimedi proposti, al contrario di quanto si pensi, c’è quello di slegare completamente questo reddito dal lavoro o dalla sua ricerca, e di renderlo automatico in quanto di cittadini. Sembrerebbe a prima vista una cosa enormemente dispendiosa, ma non è così: il sussidio di disoccupazione in moltissimi Paesi, compresa la Germania, dove esso è molto vicino al reddito standard da lavoro, comporta anche una serie di benefit quali aiuti per l’affitto, per le bollette, per eventuali figli, per le cure. Eliminando tutto questo e dando un credibile reddito di cittadinanza da una parte non si spenderebbe molto di più di oggi, ma dall’altra non si istigherebbe alla pigrizia perché  il reddito di cittadinanza non sarebbe alternativo a quello da lavoro, ma verrebbe gradualmente diminuito a seconda delle entrate fino ad azzerarsi per i redditi medi ed essere invece un sovrappiù di tassazione per quelli alti.

Non è che questo me lo sia inventato io stanotte: c’è un’intera scuola economica che fa queste proposte: il maggior rappresentante di questa corrente di pensiero è  Philippe van Parijs, economista e filosofo belga che insegna a Lovanio e ad Harvard, il cui  Reddito minimo universale è stato pubblicato in italiano dall’insospettabile Bocconi. Anzi mi permetto di allegare un pdf con un lungo articolo divulgativo di van Parijs (in inglese) comprensivo della bibliografia economica di base A Basic Income for All

Ma naturalmente ha poca importanza che queste cose ce le diciamo fra di noi, bisogna premere perché queste prospettive non vengano affondate nell’ombra, così come occorre combattere perché i media diano notizie precise sul welfare nel resto d’Europa. Quando per esempio qualcuno in merito alle pensioni dice che in Germania l’età è stata portata a 67 anni, nessuno dice però che uno può andare in pensione anche molto prima, perdendo lo 0,3% di pensione per ogni anno di anticipo e che può tranquillamente cumulare il reddito con altre attività. Insomma ritirandosi a 60 anni si perde in totale il 2,1 % della pensione.  Il che cambia completamente il senso del discorso.

Ecco pretendere che finalmente se ne parli, compresi quei media, quei giornali che dovrebbero farlo, ma non lo fanno mai. Et pour cause: da troppi decenni le classi dirigenti hanno preferito quella specie di welfare familistico che è l’evasione fiscale, molto più controllabile politicamente e in tutti i sensi. Ma in generale il reddito di cittadinanza non è amato dal liberismo, non per i suoi costi, quanto perché rende il lavoro più libero, meno subordinato, meno schiavizzante. E rende anche la flessibilità una scelta e non una maledizione precaria. E questo proprio è intollerabile per il capitalismo.