Anna Lombroso per il Simplicissimus

Piazze chiuse a violenti, black bloc o vandali (con l’esclusione della Befana,che altrimenti gli portava il carbone). Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha firmato un’ordinanza in cui si vieta il rilascio di concessioni di suolo pubblico per eventi e manifestazioni da svolgersi nell’area di piazza Navona e della Fontana di Trevi. Il divieto, che è in vigore da oggi e fino al 31 dicembre 2011, non si applica: al «Mercatino di Natale e Festa della Befana» in Piazza Navona; per l’esercizio di professioni artistiche regolamentate (pittori, ritrattisti, caricaturisti ed artisti di strada) in Piazza Navona; per l’esercizio della professione degli artisti di strada in Piazza Fontana di Trevi; per le riprese cinematografiche e televisive.

La motivazione a prima vista è nobile: la sofferta decisione sarebbe stata presa, dopo i recenti atti vandalici contro la fontana del Moro e la fontana di Trevi, per tutelare il patrimonio pubblico della città di Roma, e in special modo quello artistico e monumentale del Centro Storico dichiarato «patrimonio dell’umanità» dall’Unesco.
A parte che l’Unesco è sempre più come dire di bocca buona e tra un po’ potrebbe essere patrimonio dell’umanità anche il ponte sullo stretto, il tunnel della Gelmini e il piano rialzato di Scaiola, sarò maliziosa ma mi suona poco credibile tanta sensibilità artistica e così lodevole amore per i beni comuni dal sindaco che meglio esprime e interpreta quella maggioranza che lascia sgretolare Pompei spregiando e impoverendo cultura, sapere, bellezza, istruzione e conoscenza.

Eh si nemmeno Piazza Navona si mette in mezzo a due fette di pane, ma è bene invece conservarla, cito dall’ordinanza “per gli eventi e/o manifestazioni promossi ed organizzati dall’Amministrazione Capitolina, in ragione della loro insita rilevanza pubblica”.
Ecco in questo si che sono nel solco della tradizione. Nel vedere cosa ci può essere di redditizio utile profittevole insomma di uso personale o di maggioranza nella “rilevanza pubblica” che sia l’acqua, i voti, la costituzione.
Così anche le piazze devono essere ad personam. L’avevamo capito quando hanno cominciato a rubarci quelle del 25 aprile, in nome della ricomposizione delle fratture, dell’equivalenza tra partigiani e repubblichini o per denunciarne l’usurpazione da parte dei soliti immarcescibili comunisti. O quando hanno cercato di soffiarci quelle del primo maggio insieme ai diritti e alle conquiste che vi si celebravano. O il 2 giugno in attesa di padania santa subito.
È caricaturale questo senso della difesa a mezzo interdizione di una pretesa unità della nazione da parte del mangiatore di pajata con Bossi, che interpreta così bene, dopo un passato così vivace che gli costerebbe l’auto-interdizione dalle piazze, quel presente di un’Italia “vecchissima e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come la chiamava Bobbio, che considera la critica un peccato contro lo spirito della nazione, la discussione un lusso superfluo e morboso, e le dissonanze un male oscuro da mettere a tacere.

Non si sa bene perché vogliano le piazze avendo la Tv. Devono essere ancora incantati dalla vecchia propaganda: le piazze piacciono loro per altri usi, per plaudire un padrone, per riempirle di folle oceaniche e zittite dalla fame da inebriare con sogni dissipati di prevaricazione su affamati più di loro, per farne dei santuari del culto di un capo. Si le vogliono per riunirci i fan delle loro retoriche disumane, quelle del rifiuto, del respingimento, che ormai viene riservato a altri “colorati”, stranieri, agli invisibili, ma anche a quelli che grazie a loro lo diventeranno, marginali, abbandonati, sommersi, esclusi. E sempre più arrabbiati. È di loro che hanno paura è a loro che chiudono le piazze come in paesi del privilegio hanno fatto con i loro ghetti di lusso diventate fortezze inespugnabili, come in tanto posti del mondo hanno tentato. Ma forse non hanno capito che servono muri sempre più alti, recinti sempre più offensivi.
Non bastano più le ordinanze per difendersi dalla collera. Anche da noi Speriamo.