Don Umbè, baciamo le mani

Il capo non parla perché proprio non ce la fa più, ma alzando il dito medio e limitandosi alla coprolalia impedisce anche a tutti gli altri di parlare, se  non espressamente autorizzati. Così il partito radicato sul territorio, frase rituale pronunciata con compunzione per anni dagli operatori dei media (vedi alla voce giornalisti) non fa parlare i suoi sindaci incazzati, i suoi presidenti di provincia o di regione allarmati e in crisi di nervi, i suoi militanti inviperiti e i suoi parlamentari. Che non si lamentino per la ferrea determinazione di salvare Berlusconi, anche se si tratta di baciare le mani ai poteri mafiosi. Che non dicano nulla sulla scure che si abbattuta sugli enti locali. Che non favellino, ma votino e basta.

Un comportamento suicida  che accelera la fuga dell’elettorato già in atto da tempo e divenuta chiarissima con le amministrative. Anche Maroni così baldanzoso nell’esigere l’eredità di Bossi e nello scompaginare il cerchio magico, si è azzittito e ha accettato i rospi del salvacasta e novità assoluta, dopo aver fatto il miles gloriosus della battaglia contro la criminalità organizzata, anche il salvamafia nella persona di Saverio Romano.

Insomma è qualcosa di politicamente inesplicabile che forse trova le sue radici in altro, al di fuori della politica propriamente detta: in un acquisto del partito e del simbolo da parte di Berlusconi. La cosa a grandi linee è nota  fin dal 2007, al tempo in cui vennero fuori i dossier illeciti di Telecom e più volte ribadita e spiegata da Rosanna Sapori giornalista e pasionaria di Radio Padania Libera, ma mandata via durante la malattia di Bossi: si tratta di 70 miliardi che Berlusconi diede ai leghisti, prima del 2001 per salvarli dalle peste finanziarie in cui si erano cacciati con la Credieuronord, con le radio e il giornale di partito e le relative querele a raffica.  Aiuto che avrebbe avuto come contropartita l’acquisto da parte di silvio dello stesso simbolo della lega.  La vicenda è ben riassunta qui .

In realtà la storia non è mai stata realmente smentita e, a parte un «È un mondo di merda… che a uno gli passa la voglia di far politica» da parte di Bossi, sembra non aver avuto seguito, come se una specie di cortina fosse calata su un’enormità del genere. La Lega non ne parla, nemmeno per aborrire questa ipotesi, le interviste della Sapori, scivolano come pioggia sul vetro, l’opposizione stessa non ne fa mai cenno: insomma si è inabissata, come fosse in sonno.

Non so se tutto questo sia vero, di certo  è verosimile nell’Italia berlusconiana dove Silvio governa proprio con parlamentari acquistati. Ma potrebbe esserci una spiegazione più politica: anche se la Lega sui media ha sempre fatto fatto una parte di protagonista per i suoi atteggiamenti, le provocazioni, i gesti inconsulti, l’ambiguità tra governo e opposizione,  è in realtà un partito di spalla: può vivere solo dentro un ambiente favorevole che ne accrediti in qualche modo i mal di pancia, le mitologie, la fumisteria evidente e sparsa a piene mani. Quell’ambiente è stato dapprima la dissoluzione della prima repubblica, il voto di protesta e successivamente il berlusconismo, prima ancora come mentalità che come ensemble politico.

Potremmo quindi trovarci di fronte a un cortocircuito, all’impossibilità di scegliere se contribuire alla fine di un ecosistema politico in cui il leghismo è vissuto ma che ora si mostra venefico oppure continuare a cercare di conservarlo ad oltranza, fidando e sperando nel potere piuttosto che nel “popolo” troppo spesso evocato a sproposito. Diventando così ancor più casta della casta. Ed è cosi che si passa da senatur a don Umberto. Tanto varrebbe  che mettessero più cura nell’alterare i cartelli stradali: altro che Milàn, lo dovrebbero correggere  in Malano.

 

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