Quando si abbandona il cammino della realtà e si disegna per anni un Paese immaginario, accadono cose che gli umani non possono immaginare. Così di fronte a una manovra iniqua e depressiva, scioperano i milionari in braghette del calcio, accompagnati da dibattiti e ossessiva attenzione, pur di non pagare qualche spicciolo, mentre sorgono dubbi amletici tra sindacati e parte di quello che si chiama centro sinistra sull’opportunità della sciopero generale proclamato dalla Cgil.

La cosa è talmente assurda e grottesca che diventa lo specchio fedele delle deformazioni cui è andata incontro l’Italia in questi lunghi anni di berlusconismo. E se il menù del Senato può fare impressione, se le caste  sembrano aver perso ogni ritegno, io ritengo assai più meritevole di indignazione il fatto che sindacati ormai sedicenti in questa situazione drammatica esprimano dubbi e scetticismo assieme a brandelli di forze politiche che sono nominalmente all’opposizione, ma pienamente complici del disegno di macelleria sociale.

Perché qui non c’entrano i ragionamenti su opportunità, strategia ed efficacia che vengono contrapposti, sia pure con argomenti deboli e pretestuosi, si tratta di un’altra evidenza: il fatto che lo sciopero stesso venga ormai ritenuto quasi “scandaloso”, una cosa che per carità non si fa. E soprattutto non serve, ecco la parolina magica . Nemmeno più si bada al significato simbolico di uno sciopero generale o forse ci si bada al punto da doverne proteggere il governo.

E così come Confindustria vuole distruggere i contratti nazionali, i sindacati bianchi e un vasto fronte politico vogliono a loro volta  eliminare gli scioperi generali e concepire solo azioni di settore, locali o aziendali. Il perché è ovvio: bisogna impedire che i lavoratori ritrovino coscienza della loro forza, è necessario frazionare, dividere, ridurre in briciole isolate di incertezza e di egoismo i ceti popolari ora che il tempo delle vacche magre rischia di far ritrovare consapevolezza, speranza e riconoscimento dei problemi e dei bisogni comuni.

Poco importa che Chiamparino o Bonanni e quant’altri, si prestino lucidamente a questo disegno o non capiscano proprio, come gli è accaduto per la Fiat (ops, a proposito ora anche i piani per Mirafiori hanno subito uno stop da Marchionne): ormai volontariamente o meno vedono tutto attraverso lo specchio deformante del berlusconismo. Che vadano negli spogliatoi dei milionari a chiedere voti e tessere. Il calcio è quello che meritano.