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Francia in rivolta, Italia rivoltante

buiniohoihioh-720x300Oltre un milione di persone sulle strade di Francia, secondo le stime ufficiali che come sempre nell’Exagone sono un terzo di quelle reali per lo sciopero generale contro la riforma pensionistica di Macron; la regione parigina dove vive  un quarto della popolazione francese è rimasta letteralmente paralizzata facendo risaltare il fallimento totale della mobilitazione macroniana delle dite private come Flixbus per surrogare il trasporto pubblico; la radicalizzazione della base sindacale che ha quasi trascinato le organizzazioni dei lavoratori in uno sciopero a oltranza; la rivolta dei corpi intermedi sempre più sacrificati e abbandonati a cominciare da Sarcozy, ma umiliati definitivamente da Macron. Insomma una miscela incendiaria che da un anno a questa parte alimenta un ritorno alla lotta sociale slegata dalle “compatibilità”  col sistema che è stata la stella polare degli ultimi 20 anni e che appunto non è stata lotta, ma compromesso al minimo livello perché è il potere e l’economia che devono essere compatibili con la civiltà, non il contrario. Tutto questo ha avuto l’effetto di collegare tra loro tra di loro gilet gialli e sindacati, ma soprattutto di smentire nei fatti quella frattura tra giovani e vecchi  che è stata la favola assurda e cretina raccontata dal neoliberismo in maniera da dividere e comandare, da spezzare i diritti e confondere le ultime generazioni.

Qui si impone un paragone impietoso con l’Italia, visto che la riforma pensionistica contro cui un intero Paese è sceso in strada  più o meno analogo a quello che si è consolidato da noi con la Fornero e con il montismo, ovvero un sistema che non solo vuole spazzare via questo segmento fondamentale del welfare, non solo vuole alzare l’età della pensione oltre ogni credibilità lavorativa, testimoniata del resto dalle aziende stesse che tendono a disfarsi di chi ha superato i cinquant’anni, ma prescinde dalle effettive contribuzioni e dalle retribuzioni più alte perché si possa meglio lucrare sui fondi pensione a danno di tutti, ma soprattutto dei precari e delle donne. Ed è persino inutile dire l’ovvio: in società che invecchiano si tratta solo di una tecnica suicida. Da noi le resistenze sono state poche ed essenzialmente corporative a dimostrazione che siamo un Paese senza visone, senza spina dorsale se non quella morbida e inconsistente delle sardine che si mangia tranquillamente nel fritto di paranza.  E che dire della drammatica differenza di ambiente culturale: in Francia è uscito un manifesto a favore dello sciopero generale sottoscritto da oltre 180 intellettuali tra cui spiccano Annie Ernaux, Danièle Sallenave, Alice Zeniter, Etienne Balibar, Robert Guédiguian et Thomas Piketty, mentre da noi si assiste al mellifluo gioco della visibilità, alla cortigianeria del potere, all’arrampicata sugli specchi per dare credibilità all’ultimo rampollo del milieu, si affollano le Leopolde, si soffia sulle candeline di Greta  e si accendono gli incensi nauseabondi persino per il trivellatore Santori: le fumerie d’ oppio erano ambienti più vivaci e meno compromessi. Dove caspita possiamo leggere da noi le parole dell’appello comparso su Le Monde ” il nostro presente e il nostro avvenire emergeranno dalle lotte sociali e politiche. Occorre dire  che malgrado l’intimidazione costante, l’estrema repressione divenuta sistema, la democrazia non deve più avere paura del popolo”.

Invece il popolo è la principale paura della nostra esangue cultura da salotto che produce poco o nulla che si compiace di essere contro mentre è sempre con lo status quo quando arriva il momento delle scelte come il giullare del re. Non a caso ciò che spicca in Francia ancora più delle manifestazioni fiume è il completo isolamento del macronismo che è riuscito a vincere le elezioni, ma non è riuscito a legittimarsi, che non ha nemmeno uno straccio di maggioranza silenziosa da poter contrapporre alle lotte popolari. Dalla sua ha soltanto la polizia, i media e naturalmente l’oligarchia europea che del resto è la creatrice di Macron messo insieme con il fango bancario. Non ci vuole molto per comprendere che ciò che sta accadendo in Francia è il sintomo della dissoluzione dell’Europa trasformatasi con l’euro in semplice egemonia tedesca dentro la finanziarizzazione: firmare per il nuovo Mes, contro cui persino Macron è stato costretto ad obiettare,  non è solo suicida, ma è come l’essere l’ultimo morto di una guerra.


Così non va

Sciopero Generale, corteo di CGIL e UILLeggere le cronache dello sciopero generale è come salire sulla macchina del tempo e ritrovarsi di trent’anni indietro. Proteste, naturalmente finte  e mediaticamente organizzate per i disagi inflitti a un’improbabile maggioranza silenziosa, sottili disquisizioni sulle frange violente e insomma tutto l’armamentario morale e intellettuale che cominciò a imporsi col craxismo. Il mondo è radicalmente cambiato, ma non il piccolo mondo del potere e dell’informazione italiano: quello rimane attaccato a questi cliché come l’ascidia che perde il sistema nervoso centrale dopo aver trovato lo scoglio a cui aggrapparsi.

Inutile dire che il groppone al quale si attacca è il nostro e ce lo meritiamo. Ci prenderanno per noia nonostante non manchino gli elementi paradossali tipo lo sciopero generale non prima, ma dopo l’approvazione del job act e tutto ciò che lo ha preceduto, a ” babbo morto” come ha detto qualcuno, segno di una difficoltà della Cgil a rompere i propri riferimenti politici  tale da creare una corposa incertezza riguardo allo sciopero stesso: se cioè sia stato voluto dal vertice della Cgil, colta di sorpresa dall’accelerazione renziana, per fare da spalla a gruppi politici tradizionali o sia stato in qualche modo reso necessario da una base sempre più delusa e inquieta? Il che ormai si traduce nell’incapacità di riconoscere il nemico e con esso la realtà stessa.

Ma quest’ultima è facilmente decifrabile, se solo si supera il chiacchiericcio anni ’80 con cui ci stordiscono i dagherrotipi viventi dell’informazione e si costruisce attorno ad un’antinomia: la Cgil non sembra aver indetto lo sciopero generale per ridare forza al lavoro, già svenduto da molti anni e i lavoratori non sembrano aver partecipato per riconfermare la legittimazione del sindacato. E’ come se tra le due cose ci fosse uno scollamento e ormai un’eterogenesi dei fini. Così non va, tanto per riprendere lo slogan bonario e generico costruito per l’occasione.

Del resto , tanto per citare un nome emblematico, com’è possibile che uno dei più infaticabili smantellatori delle conquiste e della dignità del lavoro, sia proprio l’ex dirigente della Cgil, Ichino? Uno che come parecchi altri ha costruito la propria carriera correndo scompostamente sulla cinghia di trasmissione tra sindacato e i derivati del Pci. Ci sarebbe da chiedersi allora come mai tante critiche di sapore stantio cadano addosso alla Cgil da parte del circolo Pickwick dell’opinionismo liberista, così come degli inqualificabili figuri del berlusconismo culturalmente straccione, visto che ormai il lavoro è stato messo all’angolo con la fattiva collaborazione del sindacato? Proprio perché s’intuisce che la situazione sta sfuggendo di mano, perché il controllo delle tradizionali strutture intermedie viene visibilmente  meno assieme alla loro credibilità. E perché si vuole definitivamente impedire che la percezione della crisi e del declino civile esca fuori dalla dimensione individuale e si riconosca per quello che è, vale a dire come conflitto sociale e processo collettivo.

Se questo accadesse il sindacalismo – e già lo si vede – prenderebbe strade, organizzazioni e dirigenze diverse rispetto a quelle fin qui praticate e assai meno condizionabili e condizionate. Le critiche che cadono come le foglie morte sullo sciopero generale tardivo sono dunque funzionali a dare l’impressione che il sindacato esiste,  vive e lotta assieme ai lavoratori come accadeva molti anni fa, con la stessa efficacia e virulenza. Così che il conflitto sociale stesso continui ad esistere all’interno della governance che lo produce.

 


Sciopero generale, per fortuna

Per fortuna c’è lo sciopero generale. Per fortuna c’è qualcosa di sensato in Italia. Per fortuna ci siamo. Perché se una cosa è diventata sempre più chiara in questi anni e poi sempre di più negli ultimi mesi è che né la maggioranza, né il ceto politico nel suo complesso, né l’intera classe dirigente sono in grado affrontare i cambiamenti di cui il Paese ha urgente bisogno: la riscoperta del lavoro come valore centrale della Repubblica, un ritorno alla sua dignità e alla sua tutela, un nuovo patto sociale che riporti l’evasione alla sua fisiologica marginalità, un risanamento etico e un nuovo welfare. Tutti motori di economia oltre che di civiltà.

E del resto proprio questa è l’abiezione più profonda di questi tempi, quella di credere che con meno civiltà ci sia più economia. qualcosa che ad analizzarlo suona ridicolo e avvilente, anche se si è ficcato dentro le menti come un parassita.

La classe dirigente non è in grado di uscirne perché essa si è creata e affermata  proprio sulla base di un’anomalia italiana, esplosa con il berlusconismo, ma le cui radici erano presenti già prima. Perché si è votata ad un immobilismo di rapina nelle sue espressioni di destra e a un immobilismo migliorativo in quelle di sinistra. Gli unici disgraziati cambiamenti sono stati in peggio, essendo suggeriti dalla “modernità” del pensiero unico o indotte da risibili e disastrose imitazioni  di ciò che avveniva in società diverse. Anche per questo le manovre si abbattono sempre su chi ha di meno e purtroppo sempre di meno.

Per fortuna che siamo in piazza, di nuovo ad affermare la volontà di riprendere le redini. Perché sarebbe una distrazione pensare che tutti i guai derivino dall’eccezionale corruttela e cialtroneria del berlusconismo grazie alla quale siamo diventati una barzelletta mondiale. Occorre una radicale presa di distanza da questo modello, al di là delle deformazioni e distorsioni a cui abbiamo assistito nell’era del Cavaliere e che in parte sono state introiettate, in parte sono state  un vantaggio per cricche e corporazioni che ora non vogliono rinunciarvi. E la cricca numero uno è proprio quella di governo.

Certo uno sciopero generale è assieme un ritrovarsi e un segnale, ma di per sé è solo l’inizio di un cammino  che in questa fase ha molte strade da percorrere: l’organizzazione di nuove forze, una pressione sempre più forte sui partiti tradizionali  perché badino all’elettorato, piuttosto che alle loro logiche  interne di potere, pressione anche sui media perché escano dalle loro scacchiere di potere piuttosto che andare a traino degli stessi, cercare nei limiti del possibile di rendere reali piuttosto che esclusivamente virtuale la trama di scambio di idee permessi dalla rete.

Paradossalmente è un’azione che richiede di sporcarsi le mani, non è un tempo di duri e puri contro molli e corrotti, ma di idee chiare e decisione perché si tratta di salvare il Paese e la sua civiltà buttando via la troppa acqua sporca che si accumulata. E questo non potrà venire dall’alto, perché ormai è troppo basso. Per fortuna che siamo in piazza.


Ma andate negli spogliatoi dei milionari

Quando si abbandona il cammino della realtà e si disegna per anni un Paese immaginario, accadono cose che gli umani non possono immaginare. Così di fronte a una manovra iniqua e depressiva, scioperano i milionari in braghette del calcio, accompagnati da dibattiti e ossessiva attenzione, pur di non pagare qualche spicciolo, mentre sorgono dubbi amletici tra sindacati e parte di quello che si chiama centro sinistra sull’opportunità della sciopero generale proclamato dalla Cgil.

La cosa è talmente assurda e grottesca che diventa lo specchio fedele delle deformazioni cui è andata incontro l’Italia in questi lunghi anni di berlusconismo. E se il menù del Senato può fare impressione, se le caste  sembrano aver perso ogni ritegno, io ritengo assai più meritevole di indignazione il fatto che sindacati ormai sedicenti in questa situazione drammatica esprimano dubbi e scetticismo assieme a brandelli di forze politiche che sono nominalmente all’opposizione, ma pienamente complici del disegno di macelleria sociale.

Perché qui non c’entrano i ragionamenti su opportunità, strategia ed efficacia che vengono contrapposti, sia pure con argomenti deboli e pretestuosi, si tratta di un’altra evidenza: il fatto che lo sciopero stesso venga ormai ritenuto quasi “scandaloso”, una cosa che per carità non si fa. E soprattutto non serve, ecco la parolina magica . Nemmeno più si bada al significato simbolico di uno sciopero generale o forse ci si bada al punto da doverne proteggere il governo.

E così come Confindustria vuole distruggere i contratti nazionali, i sindacati bianchi e un vasto fronte politico vogliono a loro volta  eliminare gli scioperi generali e concepire solo azioni di settore, locali o aziendali. Il perché è ovvio: bisogna impedire che i lavoratori ritrovino coscienza della loro forza, è necessario frazionare, dividere, ridurre in briciole isolate di incertezza e di egoismo i ceti popolari ora che il tempo delle vacche magre rischia di far ritrovare consapevolezza, speranza e riconoscimento dei problemi e dei bisogni comuni.

Poco importa che Chiamparino o Bonanni e quant’altri, si prestino lucidamente a questo disegno o non capiscano proprio, come gli è accaduto per la Fiat (ops, a proposito ora anche i piani per Mirafiori hanno subito uno stop da Marchionne): ormai volontariamente o meno vedono tutto attraverso lo specchio deformante del berlusconismo. Che vadano negli spogliatoi dei milionari a chiedere voti e tessere. Il calcio è quello che meritano.

 


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