Noi non lo sapevamo, vivevamo spensierati e felici, certi che nessuno ci avrebbe messo le mani in tasca, confermati in questa  terra promessa della nostra scarsa attitudine ad essere cittadini. Avevamo trascurato che le tasche in qualche modo bisogna anche riempirle e che quando alcune cominciano a vuotarsi e poi sempre di più come un’epidemia, anche le altre soffrono, si crea un circolo vizioso. E allora quel liberalismo italiano fatto di spietata concorrenza darwiniana all’erario e di strenua resistenza alle regole ha cominciato a vacillare.

Forse non ci eravamo accorti che Piazza Affari e Wall Street si stavano riempiendo di pericolosi comunisti interessati ad affondare l’Italia che dell’elmo di Silvio si era cinta la testa. Non ce ne siamo accorti nonostante i maggiori giornali della finanza internazionale guardassero con orrore a quell’elmo di moquette color castano topo: anzi anche quelli erano pieni di comunisti che obbedivano a Franceschini e Bersani manco fossero i padroni del Comintern.

Difficile crederlo, ma così comodo crederlo. Bastava non sentire le mani nelle tasche e nemmeno dover temere sguardi troppo indiscreti. E non avere a che fare con quelle facce strane che si affacciano ormai numerose nelle nostre piazze e strade. Visibilissime per la loro diversità, che ci inquieta, ma invisibili per il loro lavoro e per il loro destino. Ma bastava credere come allocchi, come si dice e si tenta di fare anche adesso, che bisogna privatizzare in favore del capitalismo di ventura senza capitali, spesso senz’arte, ma con molta parte in collegamenti e rapporti opachi con la politica. Liberalismo guatemalteco, fatto di consociazione e conflitti di interesse e cricche e favori.

Guatemalteco anche per un welfare assolutamente non all’altezza dell’Europa e sempre più ridotto perché dopotutto e ingiusto che si mettano le mani in tasca alla gente per qualcosa che non si mangia come diritti, solidarietà, dignità. Era facile crederlo, anche se era indegno crederlo. In fondo gli emarginati se la sono voluta.

Cose che non ci riguardavano. Poi hanno cominciato pian piano a riguardare i figli e nipoti tenuti dentro l’illusione di un futuro migliore, ma inequivocabilmente e stabilmente precari, quelli costretti a lavorare in nero e indotti a credere che è meglio così, perché non si pagano tasse. Però non era ancora sufficiente, non ci riguardava abbastanza. E poi sono arrivati gli operai, sempre più stretti dentro salari tra i più bassi del mondo occidentale e in predicato di divenire cassaintegrati e poi i quarantenni e i cinquantenni licenziati,  senza speranza e reclutabili a buon mercato e infine i primi autonomi travolti dal denaro mancante.

Così nel giro di pochi mesi le cose che riguardavano solo i marginali riguardano drammaticamente tutti, salvo il 10 per cento di ricchi e benestanti verso cui è fluito il denaro senza bisogno di mani che li trasportassero direttamente, ma solo grazie alle manipolazioni dell’informazione.

Così finisce il sogno e la spensieratezza: il sistema implode e  molti si ritroveranno con le tasche vuote e la nausea del dopo sbronza, molti soli, molti senza futuro. Da chi aveva indicato la via dell’arricchimento generale, dal pifferaio di Hamelin, uno dei pochi per i quali si è avverata la promessa, oggi viene l’invito a investire nelle sue aziende come ancora di salvezza. Ma peggio per noi, nessuno ci rivelerà che siamo su scherzi a parte. E’ tutto vero: e anche questo ormai non è difficile crederlo. E’ solo penoso e avvilente per un intero Paese.