Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte il brutale realismo viene scambiato per cinismo: Weber che scrive che chi vuole visioni è meglio che vada al cinema. O quel conservatore inglese noto per aver detto “se volete la morale, rivolgetevi all’arcivescovo”.
E oggi nel guardarci intorno in questa nostra contemporaneità, potrebbe soccorrerci Robert Merton: la pretesa di applicare l’onestà ai rapporti tra politica e affari è pura coglioneria. In un tempo di emergenza occupazionale hanno la meglio i mestieri più vecchi del mondo, corruttori, affaristi opachi, dirigenza e manovalanza criminale.
La mercatizzazione estrema all’apparenza così aerea e volatile e immateriale è stata molto concreta nell’incoraggiare attività molto materiche e redditizie, quelle illegali e criminali. Quando estende la sua area sociale e soprattutto quando, come da noi, le remore morali sono superate da motivazioni acquisitive e dall’ossessione dell’accumulazione, le prospettive di successo della libera iniziativa criminosa sono più ampie, le tentazioni più irresistibili.
Negli ultimi decenni la globalizzazione dei mercati si è accompagnata con un esplosione di attività illegali, a carattere industriale: la droga prima di tutto il commercio delle armi, il gioco d’azzardo clandestino, lo sfruttamento organizzato della prostituzione – ma non dimentichiamo la ricomparsa del commercio di schiavi e il traffico di disperati – costituiscono formidabili mercati organizzati con un giro d’affari incommensurabile. Qualche anno fa l’Onu calcolò che l’insieme di questi circuiti assorbisse oltre il 6 per cento del Pil mondiale, ma è sicuro che si trattava di una stima bonaria.

In modo molto semplicistico ci potremmo chiedere chi è nato prima il capitalismo selvaggio o la criminalità organizzata e che grado di interdipendenza ci sia tra di essi. Per formazione sono propensa a credere che i fenomeni malavitosi organizzati siano talmente funzionali e organici al profitto a un mercato intemperante da trovarvi origine e alimento, basterebbe pensare alla cosiddetta borghesia della mafia presente nel nostro Paese e alla crescita di un ceto di colletti bianchi della criminalità, usi a fare i killer finanziari combinando attività illecite e mediazioni apparentemente lecite o almeno non sanguinose. E sospetto che così sia sempre stato. Forse con una differenza.

Il capitalismo è sempre stato “immorale” ma ha avuto bisogno nei secoli di una legittimazione etica, per incrementare consenso e adesione alle sue scelte. Qualcuno credo Fred Hirsch tra gli altri, ha detto che onestà e conseguente fiducia negli affari non sono prediche, ma “inputs necessari all’outopout economico”. Senza queste compensazioni, questi freni incorporati il perseguimento puramente egoistico dell’interesse individuale sarebbe autodistruttivo: il cointeresse non teologico della Chiesa di Roma ha messo le basi di una specie di compromesso storico; il calvinismo ha esaltato un risvolto meritocratico che ha fatto bene al rigore e all’efficienza;il doux commerce di Montesquieu ha esaltato quella armoniosa convivialità che lo scambio esercita sulle relazioni tra gli uomini e l’utilitarismo di Adamo Smith poteva far pensare che si potesse giungere alla virtù attraverso il vizio e al benessere attraverso il liberismo e il suo egoismo.
La grande rivelazione di questi tempi, da Gekko alla Tatcher fino ai profeti sciagurati del neoliberismo selvaggio, piazzisti di derivati e indebitamenti odierni e futuri, è la spavalda ostentazione dell’immoralismo estremistico del denaro come un valore moderno. Si il vero Gekko, Ivan Boetski, è passato alla leggenda per aver proclamato: l’avidità è cosa sana e giusta. Una frase esemplare della latitanza nel capitalismo contemporaneo di quella inibizione che chiedeva ora alla religione ora alla morale borghese una ratifica più che una giustificazione etica.

In questo primato del neocinismo sono battaglioni i capitalisti che passano trionfalmente attraverso le crune degli aghi e troppi i ministri che rianimano la borsa abbassando le tasse dei ricchi e non solo sotto la presidenza Bush. Un capitalismo molto maleducato ha trasformato l’egoismo e l’avidità da beni strumentali e beni finali.
Ce l’hanno fatta grazie alla seduzione esercitata dalla grande illusione dell’arricchimento, in virtù della fascinazione maligna del cinismo senza scrupoli, per via della nostra acquiescenza e soprattutto per il dissolvimento del blocco sociale che si era costituito intorno alla classe operaia e comunque a forze antagoniste. Non ripongo grande fiducia in questa insurrezione soprattutto virtuale contro la casta. Preferirei una più proficua ribellione contro le sue politiche improntate all’iniquità. Non basta Robin Hood, figuriamoci Pasquino. Ma se la disaffezione, la demoralizzazione sapranno trasformarsi in una collera responsabile allora può essere il tempo di quella piccola utopia che è la speranza.