Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come al solito commentatori e osservatori si sono fatti cogliere di sorpresa: l’Italia è in miseria.
11 milioni di poveri, di questi 3 milioni e 129 mila persone si trovano al di sotto della soglia “minima necessaria” per “una vita minimamente accettabile”.
Incantati dal pensiero unico monetaristico e dalla sua muscolarità, sedotti dall’imbroglio neoliberista, ingannati dalla potenza prometeica della finanziarizzazione si sono svegliati dai sogni scoprendo che erano incubi. Che il futuro disegnato dalla mercatizzazione è una convenzione avvelenata, dalla quale tutti siamo esclusi: il volume complessivo dei titoli derivati è più di undici volte il Pil mondiale, ogni giorno solo sul mercato dei cambi avvengono operazioni per 14 trilioni di dollari vale a dire per qualcosa che pari al prodotto interno lordo degli Stati Uniti, ma noi non ne beneficiamo.
Ve lo ricordate il gergo della grande illusione? Sfida, scommessa, parole buone per grandi giocatori, mentre invece era Monopoli e i soldi di carta, le azioni del Parco della Libertà si sono rivelate una galera.
Quello che sconcerta è che l’impoverimento del ceto medio, il crescere delle disuguaglianze non sono certo un fenomeno recente. Ma che in troppi anche tra quelli che dovrebbero saper guardare, avevano creduto alla narrazione ammiccante che proiettava sul grande schermo dell’immaginario collettivo e sul piccolo schermo dell’affabulazione televisiva la rappresentazione allucinatoria di un benessere rassicurante, quello dei primi, e rampante, quello dei vincenti, raccontata dall’illusionista al governo e testimoniata dai simboli rutilanti dell’ostentata opulenza: televisori sempre più magnum e telefonini sempre più mini.
Ma sarebbe bastato girare l’occhio intorno per vedere l’arretramento rispetto alla realtà precedente e soprattutto alla proposta visionaria e dinamica di accumulazione e arrivismo, per percepire la regressione sociale coeva di quella civile e morale, per rendersi conto del declassamento, una metamorfosi del condizione di vita e della sua capacità di aspettativa, contrassegnate dalla perdita. Una perdita che è privazione di privilegi, beni, socialità, una sottrazione che colpisce – equamente nell’iniquità – tutto il Paese nella sua lunghezza. Una frustrazione che infelicita Opera in provincia di Milano, noto per essere il comune con la più alta densità di Suv ma investito da uno stravolgimento sociale che l’ha espropriato della vocazione industriale e in una cittadella commerciale minacciata sempre di più dalla contrazione dei consumi, irriconoscibile ai suoi abitanti e refrattario all’abitare perché consegnato solo al comprare e al vendere.
E altrettanto spossessati sono gli inquilini di quel Sud, dell’area napoletana dove si registra in assoluto il più basso rapporto tra occupati e popolazione in età da lavoro e il più alto debito delle famiglie, dove non si è contadini, non si è operai e diventa lo sbocco possibile diventare manovalanza della criminalità.
Si non ci voleva molto per vedere in cosa si sono trasformati i naufraghi del fordismo, quelli rimasti spaesati dopo la liquefazione della grande fabbrica, e anche quelli beneficati dal capitalismo molecolare, campi e lavoro nero in casa, donne soprattutto come forzate di un sogno accumulatore, quello dei distretti cui sin guardava come al nuovo miracolo italiano. O gli ex salariati riciclati per scelta o obbligo in autonomi. Bastava osservarli, e osservarsi un po’ tutti, all’infuori di èlites sempre più esclusive e inclusive, cavie nelle gabbiette a correre per essere confermati nel loro posto, rassicurati nella mediocrità sempre più regressiva, fidi bancari sempre più precario, mutuo sempre più esoso.
Si in quel gergo della crescita senza limiti e senza ragione lo chiamavano sistema-paese per trasmetterci l’impressione di un disegno armonioso e omogeneo mentre l’unica cosa che alla fine era destinata a unirci era la coabitazione, solitari e rissosi, in una bolla di opulenza virtuale.
Qualcuno l’aveva detto, qualcuno aveva svelato l’inganno apologetico dell’ebbra e dissipata belle époque del nuovo secolo. Ma è difficile smentire le illusione comode delle quali questo paese si è pigramente accontentato, tra navi da crociera e Transatlantico, quando invece qualcuno ci preparava il Titanic.
E non ci consola che adesso siamo travolti dalla narrazione della nostra miseria come di una grandiosa terribile epopea di disperati, naufraghi né più ne meno come tanti altri, tanto mal comune è mezzo gaudio. È che vogliono significarci che la loro inquità è necessaria alla nostra sopravvivenza, che l’ingiustizia serve a riconsegnarci al benessere perduto. Non dovevamo credere loro allora, non dobbiamo credergli oggi.