Guardando La 7 ieri sera quando Mentana ha espresso il dubbio che la retromarcia di TiMedia su Santoro possa essere attribuito a pressioni esterne, mi sono chiesto una cosa, ho voluto fare un esperimento mentale. E se domani l’azienda impazzisse e dicesse, sì, vero, abbiamo ricevuto minacce di ritorsioni sulla Telecom da un misterioso gruppo di potere che ha sede a Palazzo Grazioli,  Mentana cosa farebbe?

E cosa farebbero tutti quelli che tentano di nascondere un conflitto di interesse inaccettabile e corrotto? Quelli che minimizzano o che glissano? E cosa farebbe l’opposizione dopo il primo comunicato di indignazione?

Il fatto è che non farebbero nulla, non succederebbe niente: qualche giorno di maretta e poi tutto ritornerebbe come prima. Lo stesso Mentana, che per un quindicennio è stato nel fulcro del conflitto, minimizzandolo e affidando alla sua coscienza la garanzia di un’ indipendenza impossibile anche se simulata con professionalità,  sarebbe il primo a lasciar perdere.

Ormai ci siamo talmente abituati alla prepotenza, all’ingiustizia e al furto di democrazia e d’informazione che ogni nuovo inquietante evento non è che una fitta: poi passa. Ci stiamo abituando anche all’indignazione e lo sanno bene proprio quelli che giorno per giorno hanno mitridatizzato l’opinione pubblica.

Non so davvero come si possa  pensare che il padrone dell’informazione lasci che una rete concorrente prenda il largo o che certe voci ossessivamente combattute tornino a parlare. Che questa non sia una società di ricatti. Non si può far finta che i metodi e le prassi di Silvio ci siano sconosciuti o siano solo un fatto degli ultimi tempi, che gli editti bulgari non siano esistiti assieme ai loro esecutori. Non si può far credere di aver guardato dall’altra parte per 15 anni e soprattutto non ci si può indignare per l’indignazione che si è collaborato a spegnere.