Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stamattina sorseggiando il caffè avevo deciso di concedermi lo spettacolo di quelle facce di impuniti puniti per la seconda volta da eventi previsti che non avevano saputo prevedere. Quando ecco che fa irruzione in veste di referendologo Mario Segni con quella faccia un po’ così a fare un mai abbastanza rapido excursus dei referendum nella storia, per giungere alla conclusione che il più bello era il suo. Io me lo ricordo Segni detto Mariotto in quegli anni. Lavoravo in un ufficio contiguo al suo e assistevo a tutto quel movimento, quell’affaccendarsi dei suoi fan, molte signore che evocavano le eleganti scalmanate intorno a Mazzini o Garibaldi, molti disillusi già allora dalla “partitocrazia”, alla scoperta della democrazia diretta.

Non voglio fare come l’angelo della storia di Benjamin, non guardo a quali vari passi più o meno dissennati abbiano condotto poco a poco al Porcellum. Mi interrogo invece sull’uso inappropriato che fanno del pronunciamento degli elettori i vari padri dei referendum, perché succede che poi, di fronte a questa forma di espressione dell’opinione così estrema e esplicita da risolversi in un si o un no apodittici e definitivi, ci sia, inevitabile, uno scatto difensivo degli interessi, della lobby, delle rendite di posizione dei professionisti della politica.
Spiazzato dal suo stesso successo, Di Pietro ieri ha scelto toni di soave cautela. Bersani dice che “per ora” non si chiederanno le dimissioni del premier. Come se gli italiani, tanti, si fossero davvero pronunciati sull’acqua privata e sul no al nucleare e solo casualmente sulla smania di impunità di un impunito. E non avessero con il loro si detto no al governo a tre prodotti di questo regime inaccettabili per i cittadini che vogliono essere liberi, perché esemplari e simbolici della deriva autoritaria, iniqua, plutocratica e chi più ne ha più ne metta.
Questa democrazia incompleta e minacciata ha prodotto un suo piccolo momento eroico. Ha mostrato che non siamo stanchi di essa ma del malessere che è stato prodotto dai vizi che vi si annidano, che non ci accontentiamo di paternalismi e «patronati» dietro ai quali si occultano violazioni della legge uguale per tutti. La democrazia, mancando uguaglianza e legalità, stava diventando una dissimulazione di sistemi di potere gerarchici, basati sullo scambio ineguale di favori tra potenti e impotenti, e sulla generalizzata illegalità a favore di chi appartiene a oligarchie secondo un processo che mai come oggi è stata esteso, capillare, omnipervasivo. Abbiamo solo sollevato il velo abbiamo guardato dietro la rappresentazione di questa politica che è soprattutto rappresentativa di interessi di parte e di partito, di ceti, di patti e sodalizi spesso opachi, altrimenti non si spiegherebbero tante resistenze al ricorso allo strumento referendario, mascherate da lungimirante ragionevolezza.

Facciamo attenzione alla prudenza difensiva dei partiti, perché vuole negare la cosiddetta società civile fingendo che sia costituita da “i salotti” dove s’incontrano quelli che si accreditano come élite del Paese e si auto-investono di qualche ruolo salvifico, se non lobby più o meno occulta o gruppo d’interesse settoriale. Può esserci anche questo, ma bisogna diffidare da chi vuole difendere il circolo chiuso della politica e i suoi sistemi di cooptazione screditando o solo isolando, dopo il momento eroico, l’insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l’utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze, risorse e energie a ciò che chiamiamo il bene comune.
Finita la festa gabbato lo santo? Oggi dopo il bellissimo sentire comune del trionfo, è il momento di rialzare i livelli di vigilanza. Non facciamoci convincere che è meglio attardarsi perché un brutto presente certo è preferibile a un futuro, sconosciuto e incerto. Che è desiderabile e vivo se ce lo facciamo finalmente noi.