Questa volta comincio da me. Un anno fa o poco meno mi è capitato di dover fare un lavoro sul web per il Pd di una città piccola ma molto nota. E dovendo disegnare dei contenuti, mi capitò di discutere sulla assurda posizione del partito in merito al referendum sull’acqua pubblica. Non mi rendevo conto del perché ci fossero tante resistenze ad appoggiarlo e tanta voglia di affossarlo. Il pretesto ufficiale era che il referendum sarebbe fallito. E io, facendo finta di credere che non vi fossero più opache e corpose ragioni, ribattevo che invece era un tema che coinvolgeva tutti e che le probabilità di vittoria erano molte.

In questo caso si coniugavano due elementi: non solo non lo si voleva credere, ma davvero non lo si credeva, tanto che dopo la recente “conversione” referendaria del Pd, si pensava che fosse il nucleare ad essere trainante. Invece come vediamo, sia pure per poche virgole e tuttavia significative la privatizzazione dell’acqua è stato il tema più fortemente rigettato.

E non è un caso che la città nella quale l’affluenza alle urne è stata più alta sia stata proprio Firenze, governata da Renzi ex volto nuovo del Pd, che si è fatto paladino della privatizzazione. Un personaggio francamente ambiguo, che il 10 giugno dichiarava “è sbagliato caricare i referendum di significati politici” e oggi dice ” dato politicamente significativo”. Un uomo con le idee chiare e i quattrini distinti.

Ora tutto questo non lo dico per la meschina soddisfazione di avere avuto ragione, ma perché ha a che vedere col futuro: non c’è dubbio infatti che la botta referendaria segni la fine dell’era berlusconiana, anche se ci sarà ancora una coda velenosa e speriamo non drammatica. Ma segna anche la fine della politica di apparato che è poi quella che si appella ai fantomatici “moderati” per evitare le scelte radicali e di principio: le scelte politiche vere che sono sempre in qualche modo contrastanti con gli interessi costituiti.

Così ci troviamo con le ceneri di vent’anni di berlusconismo e leghismo, due facce della medesima medaglia, senza però essere entrati in una nuova prospettiva che va tutta costruita. E non ce la si venga a menare con i volti nuovi, nati e cresciuti dentro le vecchie logiche che appena raggiunta la poltrona invecchiano di trent’anni, con lo spaccio di tattiche parlamentari vendute come strategie politiche, con le ambiguità a tutto campo. Ciò che le persone non sopportano e l’elettorato non sopporterebbe è che tutto l’intreccio di interessi personali, di gruppo, di cricca, dentro i partiti di opposizione facciano ancora aggio sui problemi e sulle necessità del Paese e ancora una volta soffocassero le speranze in un cambiamento reale. Questa è la strategia per perdere e per inaugurare un’era di tensioni, di disgregazioni  anche di rivolte perché ciò che è morto ieri non è soltanto la favola dell’imbonitore, è la politica come corpo separato.

I referendum ci dicono questo: che la moderazione oggi esige di non essere moderati.