La coerenza dei miei stivali

Dopo la batosta, succede come nel teatro dei burattini che vedevo da bambino: qualche sonora bastonata finisce pure sulla groppa di chi sugli spalti dell’opposizione, si è dissociato e ha detto no. I vari Testa per il nucleare, ma molti di più sull’acqua pubblica. Ora questa costellazione di personaggi i più diversi, da Bassanini a Renzi, invece di ripensare al catastrofico errore politico che hanno commesso, cercano di appuntarsi al petto la medaglia della coerenza. Erano per la privatizzazione prima e lo sono rimasti.

Invece io sostengo che si tratta di una medaglia di cartone, anche mal ritagliata, di una patacca: sono stati incoerenti sui principi e cioè sul concetto di bene comune che a sinistra dovrebbe ancora suscitare qualche sensibilità, sono stati incoerenti nel merito insistendo su una strada rivelatasi sbagliata e sono stati congruenti solo con logiche politico-spartitorie.

  • Sui principi non c’è nemmeno da parlarne, è fin troppo ovvio che affidare per un ventennio o trentennio l’acqua a un privato in regime di monopolio e con un profitto per legge, significa di fatto sottrarre il bene alla comunità, trasformarla in un merce a consumo e metterla al centro di una contrattualità opaca e clientelare. Altro che concessione, è una regalia.
  • Nel merito i nostri coerenti sono patetici. Si sono dimenticati, se mai l’hanno saputo, che la Banca Mondiale, principale sponsor planetario delle privatizzazioni idriche, al punto di ricattare interi Paesi negando loro prestiti se non avessero ceduto la gestione idrica alle multinazionali, già nel 2005 ha  dovuto ricredersi e ha  ammesso, in un proprio documento ufficiale, che non esiste nessuna significativa differenza di efficienza e qualità tra distribuzione pubblica e distribuzione privata. La stessa cosa è detta in uno studio della Banca d’Italia sullo stato dei servizi pubblici, uscito proprio quest’anno.
  • E infine non hanno minimamente preso in considerazione né le ragioni del ripensamento di Parigi e Berlino, che non sono proprio due borghi di campagna, né il verminaio che è saltato fuori in Gran Bretagna dove si è accertato che venivano chiesti aumenti delle tariffe a fronte di “investimenti” che erano solo frutto di ingegneria di bilancio e che l’Autority preposta al controllo si faceva bagnare il naso e le tasche per non dire nulla. Qualcosa che in Italia sarebbe naturalmente inconcepibile, come sappiamo bene.

Mi permetto di dire che il Paese ha bisogno di ben altre coerenze, coerenze con le idee, con i principi e con i fatti, non coerenze con modelli importati e con abbagli pervicacemente sostenuti quando l’epoca politica che li ha creati è al tramonto.

Non a caso la polemica antireferendaria ha avuto uno dei suoi centri di irradiazione  e quasi mi verrebbe da dire uno dei suoi covi, attorno alla fondazione Italianieuropei, ovvero la parte della sinistra che dopo la caduta del muro, invece di nuove elaborazioni, si è lasciata irretire dal liberismo e si è poi appassionata al blairismo dal quale non sa più uscire nonostante sia ormai un caro estinto.

Si ci vorrebbe un po’ di coerenza, ma col futuro.

 

 

 

 

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One response to “La coerenza dei miei stivali

  • antonella policastrese

    Ci vorrebbe coerenza in molte cose. Ripensare a cosa sia l’Europa, e decidere che i paesi Europei non sono l’ombrello della speculazione finanziaria, protesa a proteggere dal sole i forzieri degli affaristi rendendoli ricchi sfondati e affamando le economie di stati come L’Italia. La globalizzazione ha solo portato alla sua massima espansione il sistema di un capitalismo teso a depredare e ad avvelenare aria e pozzi. I referendum hanno sottolineato un aspetto ignorato di un sistema che deve ricominciare a considerare cosa avviene all’interno dei propri confini e che le lobby non possono prendersi l’oro della collettività per investirlo e guadagnarci il doppio, tramite i papponi politici. Credo che il tempo dei traslulli sia finito, il Bunga Bunga una musica che sta sfumando le sue ultime note sull’ arpa berlusconiana e che nessuno può mettere in discussione la nostra democrazia, il nostro senso di appartenenza ad uno Stato che ci deve rappresentare, il nostro comune sentire il nostro essere cittadini non solo per pagare le tasse ma per contare e partecipare alla distribuzione della ricchezza nazionale.

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