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Uno Stadio che viene da lontano

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Panda ‘ndoppia fila e du’scontrini. Ma li mortacci vostra”.  Con la sua proverbiale sobrietà l’ex sindaco Marino, che il blog che ha ospitato la sua esternazione   vernacolare definisce “probabilmente il più grande sindaco di Roma in assoluto dopo Ernesto Nathan”,  ha commentato  così la tempesta giudiziaria che ha investito il Campidoglio a Cinque Stelle, scoppiata quando nel  2018 gli inquirenti Ielo e Zuin hanno portato a galla la rete di improprie relazioni che Luca Parnasi, dominus di Euronova e Luca Lanzalone, l’avvocato genovese consulente dell’amministrazione Raggi, avevano stretto per accelerare l’approvazione  dello stadio a Tor di Valle.  L’arresto di De Vito, che va a coprire definitivamente l’arco costituzionale dei beneficati da Parnasi – che ha sempre rivendicato un approccio bipartisan: «Ho pagato profumatamente tutti i partiti politici….sono i politici a cercarti per essere finanziati, e se non lo fai sei fuori dai giri che contano» –  è stato salutato con esultanza sulla stampa, in rete e fuori.

Perché finalmente si dimostra che l’appropriazione dell’onestà da parte dei 5stelle è indebita e che la virtù in oggetto, che pare non possa proprio far parte della cassetta degli attrezzi di un politico, è soggetta a graduatorie  e classificazioni.

Se vale l’osservazione di Brecht “cos’è rapinare una banca a fronte del fondare una banca?”, siamo legittimati a ritenere che sia almeno paragonabile utilizzare a fini propri un’opera – che questi ultimi eventi dimostrano chiaramente essere una macchina del malaffare e della corruzione –  e il promuoverla, imporla, obbligarci a contribuire alla sua realizzazione. Mentre invece è considerata azione meritoria, forza motrice di sviluppo, occupazione, competitività, anche se si tratta di uno stadio addirittura meno presentabile di una ferrovia, altrettanto superflua se non per l’accesso di qualcuno alla greppia dell’affarismo illegale autorizzato dalle leggi che hanno convertito interventi privati o profittevoli solo per i privati, in opere di interesse generale e prioritario.

Ieri il capogruppo del Pd, Andrea Marcucci, ha simbolicamente consegnato, tra lazzi e dileggi, a Toninelli – che se li merita tutti – l’elenco delle opere italiane non compiute e ancora senza un cantiere. E dire che, fosse vero,  sarebbe invece l’unico motivo per riservare al ministro applausi e consenso: nel decreto Sblocca Italia, uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi, erano previsti 112 milioni per combattere il dissesto idrogeologico e 4 miliardi per le grandi opere; se davvero non abbiamo un computo dei costi effettivi sostenuti e prevedibili del treno ad alta velocità (prendiamo per buone le previsioni dei Si-Tav  che stimano in 24,7 miliardi i costi dell’opera), o del Mose (a spanne 5 miliardi più 80 milioni l’anno di manutenzione), sappiamo che per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia  sono stati stanziati 350 milioni. E sempre per fare riferimento all’arguta massima di Brecht potremmo paragonare i fondi stanziati per il salvataggio degli istituti di credito criminali e dei loro vertici effettuato dagli esecutivi, quello in carica compreso, e le risorse irrintracciabili promesse per la messa in sicurezza del patrimonio residenziale dal  rischio sismico.

Perciò la colpa più grave che dobbiamo attribuire alla giunta Raggi, ben più delle buche o della monnezza, è quella di aver proseguito nella pratica di alienazione del bene comune e di violazione dell’interesse generale, che, nella città, ha visto la trasformazione della programmazione urbanistica in suk, in contrattazione tra amministrazione e privati, che vede sempre il sopravvento dei secondi. La “pianificazione” neoliberista, ma meglio sarebbe chiamarla col suo nome “speculazione” che ha prodotto l’abnorme cementificazione squallida delle periferie, ha determinato il fallimento della città con l’accumulazione di un debito di 22 miliardi (né stanno meglio città piccole: Alessandria con un buco di 200 milioni, Parma 850 milioni).

Le mani sulla città sono diventate via via più avide e potenti, dai condoni di Craxi e Berlusconi, dalla Legge Tognoli che mette in campo un serie di deroghe  e l’artificio dell’istituzione dei Consorzi di imprese che si dividono la tavole degli appalti delle opere pubbliche, e poi il Codice Bassanini sugli appalti che colloca alla pari gli interessi di costruttori e amministrazioni pubbliche, e poi la Legge Obiettivo del Cavaliere, il ripristino da parte di Monti dell’imposta sulla casa mentre rinvigorisce il finanziamento delle grandi opere (i 110 miliardi in tre anni saranno nel prosieguo ancora iscritti in bilancio). Nel 2008 si produce un esemplare intervento di carattere semantico: in una delle leggi di privatizzazione si cancella il conetto di “case popolari”, sostituite da “alloggi sociali”, in qualità di abitazioni private a canone concordato bel collocate all’interno del libero mercato. E se prima dello Sblocca Italia, Franceschini accoglie di buon grado un emendamento Pd che istituendo i Comitati di Garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici segnando la fine della tutela, dobbiamo al Ministro Lupi quella modifica della disciplina urbanistica che mette sullo stesso piano pubblico e privato, instaurando l’indennizzo della conformazione della proprietà privata e la revisione degli standard edilizi.

Dobbiamo a questi trascorsi che scandalizzi di più chi rubacchia nelle more di una speculazione di chi la compie, in questo caso promuovendo un’opera inutile, che esercita una formidabile pressione sull’ambiente, in una collocazione sensibile e vulnerabile, con una cubatura che supera di 550mila metri cubi i limiti dela  Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), con un forte impegno pubblico per le infrastrutture viarie: potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, e per le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, in modo da accontentare le smanie e appagare gli appetiti di personaggi discutibili, già in forte sofferenza con banche e sotto osservazione da parte dell’autorità giudiziaria che non sono in grado di assicurare la copertura delle spese della megalomane iniziativa.

Il tutto in un comune dichiarato ufficialmente fallito nel mese di aprile del 2014, tanto che il più degno successore di Nathan, il sindaco Marino, il grande promotore dello Stadio, nell’agosto successivo approva un piano di rientro del debito ulteriore che si era accumulato di 440 milioni di spesa sociale, cancellando tra l’altro 54 linee di collegamento tra centro e periferia e avviando la svendita di altre a operatori stranieri.

E’ che tutti i comuni sono indebitati e tutti più o meno per gli stessi motivi: opere pubbliche irrazionali, espansioni urbane insensate, società di servizio impiegate come bacino elettorale a finanziamento occulto della politica. Senza contare i debiti contratti con il racket delle banche d’affari sottoscrivendo titoli tossici (che dieci anni fa si calcolò ammontassero a oltre 35 miliardi) e che hanno prodotto la svendita del patrimonio immobiliare (tra gli acquirenti non solo emiri, anche Soros con il suo Fondo Quantum Strategic Partners che aspira a una fetta del Fip, Fondo immobiliare pubblico, secondo quando denunciato da fonte autorevole, Paolo Maddalena) e lo smantellamento del welfare urbano.

Manette o no, il nuovo Colosseo si fa comunque. Sarà per metterci dentro i leoni, che a fare i poveri cristi pronti per essere mangiati ci pensiamo noi.

 

 

 

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Di acqua (privata) si muore

acquaPrivata-129x300L’altro giorno è successo che un pensionato sia morto d’infarto mentre gli stavano staccando l’acqua. La sua colpa era quella di non essere riuscito a pagare gli ultimi 150 euro di una rateizzazione per cui i monatti della Girgenti acqua Spa, si sono presentati a staccare il contatore e non hanno voluto sentire ragioni, nonostante le vivaci proteste dell’uomo. Non è colpa loro, ma della logica che fa di un bene pubblico e di un servizio universale di base un affare esclusivamente privato, a costi crescenti ed efficienza in calo per l’utente  (la Girgenti garantisce l’erogazione solo per alcune ore e in determinati giorni), ma a profitti in crescendo per i gestori. Se non paghi è esattamente come se non avessi onorato la rata dell’auto.

Non si tratta dunque di un episodio, ma di una realtà generale, peraltro divenuta concreta e attiva, alla faccia del referendum, prima con lo sblocca Italia e poi con la legge di stabilità che consente ai comuni di spendere le cifre ricavate dalla vendita delle quote nei servizi pubblici. Il partito di centro destra che risponde al nome di Piddì  è pienamente implicato in questo processo di trasformare i servizi universali in affare privatistico con la concentrazione dei servizi idrici ed energetici ( così che se non pagate una bolletta qualsiasi vi staccano tutto) in quattro o cinque grandi società di mercato con un  ambito territoriale minimo su base regionale, come ha sostenuto di recente Franco Bassanini, presidente di Federutility.  Del resto che il partito fosse apertamente ostile al referendum sull’acqua non è un mistero, che  fosse saltato sul carro all’ultimo momento temendo che la forza di trascinamento della consultazione sul nucleare lo portasse a una sconfitta in compagnia del Pdl  è storia, che poi abbia fatto di tutto prima per sabotare la volontà degli italiani – anche in virtù del fatto che la “ditta” ha grossi affari nel settore, vedi Hera – e poi per renderla ufficialmente carta straccia con Renzi, è cronaca.

La scusa ufficiale per questa operazione è che il pubblico non ha i soldi per gli investimenti necessari, ma è naturalmente una mascheratura e una bugia: da quando sono cominciate le privatizzazioni  delle aziende che svolgono un servizio universale in questo campo e le quotazioni in Borsa gli investimenti sono calati a circa un quarto di quelli precedenti e le bollette aumentate di molto, in qualche caso raddoppiate o triplicate con incredibili guadagni di pochi. Ricordo che ogni investimento significa anche lavoro. E anche adesso chi metterà i soldi per finanziare questo piano, invece che la rete idrica?  Di fatto le vittime, ovvero gli italiani attraverso la Cassa Depositi e prestiti  che raccoglie il risparmio postale e poi alcuni gruppi esteri, compresi  quelli cinesi, naturalmente in cambio di ampi profitti da spillare alle famiglie per gli stratosferici stipendi dei manager come è già accaduto in qualche caso. Ma se si deve fare affidamento sulle esperienze europee, clamorose quelle di Berlino e di Parigi, le privatizzazioni dei servizi universali si sono rivelate un fallimento: nelle due grandi capitali dopo disastrose esperienze in cui gli investimenti li faceva il pubblico, mentre i profitti rimanevano privati e le bollette salivano, il sistema è stato rifiutato.

Del resto questa modernizzazione verso il passato è grottesca perché   ha già raccolto le lacrime di coccodrillo del capitale, insuperabile in questo: la Banca Mondiale che per decenni aveva ricattato interi Paesi del Sud America e dell’ Africa perché rinunciassero alla gestione pubblica dell’acqua e accogliessero le più efficienti multinazionali, nel 2005 ( e da allora è passato quasi un decennio), ha ammesso di essersi sbagliata e che sul piano degli investimenti e dell’efficienza dei servizi non c’era stato alcun progresso. Nel frattempo però milioni di persone erano state escluse  e in molti casi lo sono ancora dal servizio universale, mentre sono stati  realizzati enormi profitti privati a spese delle famiglie e anche delle economie locali.

Così il caso del pensionato morto per infarto nell’Agrigentino non è affatto un caso eccezionale, ma la semplice logica delle cose verso la quale veniamo trascinati. E l’acqua privata è solo l’inizio.

 


Comitato Elettori Truffati dal Pd

1328010481001_2480711781001_video-still-for-video-2480682544001Mentre la tarda estate si aggrappa all’ultima spiaggia e cerca ancora un po’ di oblio dalla realtà, ci troviamo di fronte a un altro caso Parmalat, ancora più clamoroso perché riguarda la politica. Non c’è più alcun dubbio che i piccoli azionisti del Pd, ossia i primaristi affezionati e i semplici elettori siano stati defraudati e truffati, indotti a votare un partito che si è finto di centro sinistra, socialdemocratico, riformista (progressista non hanno osato nemmeno dirlo) e si ritrova con un pezzo di solida, adamantina destra, pronta a sostituire Berlusconi e la sua corte dei miracoli.

Approfittando della calura e della disattenzione, persino della condanna dell’ex Cavaliere, una classe dirigente invecchiata tra i suoi giochi e i suoi affari, ha perso ogni ogni inibizione e si rivela finalmente per ciò che è, la faccia nascosta del berlusconismo. In pochi giorni abbiamo sentito Franco Bassanini, presidente della Cassa Depositi e Prestiti, quella che dovrebbe essere la risorsa principale della spesa pubblica e dunque la realizzatrice del referendum sull’acqua pubblica, sostenere che “i due referendum sull’acqua rappresentano – purtroppo – un pessimo esempio di abuso di una importante istituzione democratica quale è il referendum abrogativo”. I risparmi postali degli italiani che la Cassa gestisce ormai nell’interesse delle banche che sono azioniste di minoranza solo apparente, sono così negati a ciò che la volontà popolare ha deciso.

Con questa splendida dichiarazione uni ex arruffone socialista, finito nel Pci e dunque anche nel Pd, rivela tutta la sua anima di merchant banker, mettendo fine alla sofferenza di apparire di sinistra. Ma poche ore dopo ecco che gli prende la scena l’eterna Angela Finocchiaro è stata “beccata” dal renziano Giachetti a truffare gli elettori, scippando la Camera della discussione sulla legge elettorale e spostandola al Senato dove la diversa composizione delle forze obbliga ad un accordo col Pdl e dunque permetterebbe di apportare solo pochissime modifiche al Porcellum. Altra truffa sottobanco perpetrata alle spalle degli elettori.

E mentre Letta di fatto lancia una sorta di opa amicale su Cl, considerata assai vicina al governo, arriva la mozione congressuale di Boccia, quello che credeva che gli F35 fossero elicotteri,  il cui testo sembra scritto da un talebano del Bilderberg.  Si parte dall’ attacco al  “totalitarismo giudiziario” responsabile dei guai di Berlusconi per sfociare  in un crescendo che attacca il principio di eguaglianza e  qualsiasi forma di sostegno sociale. La solidarietà non conta nulla, non è importante difendere i deboli, quanto premiare il merito. Un bel collage di frasi fatte, di pensierini elementari senza sostanza, un documento di una sconcertante rozzezza e volgarità intellettuale che suscita un bell’interrogativo: ma quali sono i meriti di questo ottuso ignorante, di questo miserando e miserabile lettore di risvolti di copertina , per essere in Parlamento e tra gli attori dei giochi nel Pd?

Ad ogni buon conto allego il Documento Boccia in pdf perchè non si perda traccia e memoria di questa vergogna, di questo prodotto di una cultura orecchiata e pappagallesca che nemmeno riesce ad accorgersi della grottesca impressione che suscita. E dell’imbarazzo che crea fra gli stessi amici, convinti delle medesime vuote amenità, ma non abbastanza cretini da metterle nero su bianco e scoprire così l’inganno. Una boccia persa

In ogni caso è più che evidente il raggiro nei confronti dell’elettorato i cui voti, così come i denari nel caso Parmalat, sono stati utilizzati per tutta’altri scopi e di certo contro gli interessi di chi ha votato Pd. Si devono chiedere i danni, come nel caso delle grandi truffe, bisogna formare un comitato per recuperare almeno il poco che rimane da questa disastrosa bancarotta delle idee.


La coerenza dei miei stivali

Dopo la batosta, succede come nel teatro dei burattini che vedevo da bambino: qualche sonora bastonata finisce pure sulla groppa di chi sugli spalti dell’opposizione, si è dissociato e ha detto no. I vari Testa per il nucleare, ma molti di più sull’acqua pubblica. Ora questa costellazione di personaggi i più diversi, da Bassanini a Renzi, invece di ripensare al catastrofico errore politico che hanno commesso, cercano di appuntarsi al petto la medaglia della coerenza. Erano per la privatizzazione prima e lo sono rimasti.

Invece io sostengo che si tratta di una medaglia di cartone, anche mal ritagliata, di una patacca: sono stati incoerenti sui principi e cioè sul concetto di bene comune che a sinistra dovrebbe ancora suscitare qualche sensibilità, sono stati incoerenti nel merito insistendo su una strada rivelatasi sbagliata e sono stati congruenti solo con logiche politico-spartitorie.

  • Sui principi non c’è nemmeno da parlarne, è fin troppo ovvio che affidare per un ventennio o trentennio l’acqua a un privato in regime di monopolio e con un profitto per legge, significa di fatto sottrarre il bene alla comunità, trasformarla in un merce a consumo e metterla al centro di una contrattualità opaca e clientelare. Altro che concessione, è una regalia.
  • Nel merito i nostri coerenti sono patetici. Si sono dimenticati, se mai l’hanno saputo, che la Banca Mondiale, principale sponsor planetario delle privatizzazioni idriche, al punto di ricattare interi Paesi negando loro prestiti se non avessero ceduto la gestione idrica alle multinazionali, già nel 2005 ha  dovuto ricredersi e ha  ammesso, in un proprio documento ufficiale, che non esiste nessuna significativa differenza di efficienza e qualità tra distribuzione pubblica e distribuzione privata. La stessa cosa è detta in uno studio della Banca d’Italia sullo stato dei servizi pubblici, uscito proprio quest’anno.
  • E infine non hanno minimamente preso in considerazione né le ragioni del ripensamento di Parigi e Berlino, che non sono proprio due borghi di campagna, né il verminaio che è saltato fuori in Gran Bretagna dove si è accertato che venivano chiesti aumenti delle tariffe a fronte di “investimenti” che erano solo frutto di ingegneria di bilancio e che l’Autority preposta al controllo si faceva bagnare il naso e le tasche per non dire nulla. Qualcosa che in Italia sarebbe naturalmente inconcepibile, come sappiamo bene.

Mi permetto di dire che il Paese ha bisogno di ben altre coerenze, coerenze con le idee, con i principi e con i fatti, non coerenze con modelli importati e con abbagli pervicacemente sostenuti quando l’epoca politica che li ha creati è al tramonto.

Non a caso la polemica antireferendaria ha avuto uno dei suoi centri di irradiazione  e quasi mi verrebbe da dire uno dei suoi covi, attorno alla fondazione Italianieuropei, ovvero la parte della sinistra che dopo la caduta del muro, invece di nuove elaborazioni, si è lasciata irretire dal liberismo e si è poi appassionata al blairismo dal quale non sa più uscire nonostante sia ormai un caro estinto.

Si ci vorrebbe un po’ di coerenza, ma col futuro.

 

 

 

 


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