Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri Nadia Somma proprio su il Simplicissimus, a proposito delle esuberanze di Anthony Weiner, il deputato dello Stato di New York, reo confesso di aver inviato via Twitter  ad alcune elettrici, qualche primo piano non particolarmente desiderabile di quelle che una volta venivano definite le vergogne, ritorna con tagliente ironia sul tema del rapporto tra potere e esteso e tra abuso di potere e abuso sessuale.

Tema antico, ma talmente presente nella nostra contemporaneità da trasmettere l’effetto aberrante di essere semplicemente vecchio.
Da quando il premier è diventato universalmente e ridicolmente Papi siamo regrediti come ormai ci succede spesso in questa sedicente modernità segnata dalla regressione anche morale. E dà sconcertante attualità al j’accuse di Mary Wollstonecraft contro una cultura imperante che preparava le ragazze ad un futuro funzionale alla società patriarcale: educate a essere cocotte appetibili mentre erano giovani, per poi finire schiave a procreare figli e servire mariti. E ci proietta nelle Lettere persiane di Montesquieu con le sue rappresentazioni della vita di corte, più sordida preferibile secondo l’autore di quella dell’ harem, dove almeno a fare da intermediari tra le donne e il sultano c’ erano eunuchi, quelli dei quali Papi sembra essersi dotato con una certa liberalità.
Lo scambio tra sesso, potere e denaro rappresenta, attribuendoci un triste primato, un sintomo cruciale del degrado della cosa pubblica.

Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica. E denuncia nella rappresentazione che ne viene data uno dei noccioli del suo svolgersi : la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ed è vistosa e prepotente nello scambio fra sesso, potere e denaro, la degenerazione delle relazioni tra sistema politico, pubblica amministrazione, poteri locali, imprese, finanza. L’anomalia italiana risiede nella potenza invasiva che ha assunto quel circuito parallelo nel quale il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti e nel quale si appella al «gradimento degli italiani», pubblico e privato, per ottenere consenso in audience o in voti anche grazie a uno sussurrata o esplicita complicità sulla sua prestanza sessuale.

Nadia Somma ricorda l’antico detto “ comandare è meglio che sfottere” che rivelerebbe lo stretto nesso che c’è tra potere e sesso e soprattutto tra l’abuso di potere e l’abuso sessuale.
Ed è certamente vero. Ma si tratta di un indicatore della qualità del potere, che in tempi di esplicita plutocrazia, è ancora più segnato in modo evidente dall’intreccio con la ricchezza, il possesso e l’accumulazione del denaro, con il profitto, con il primato del mercato e con il conseguente consumo. Di beni e di corpi, femminili e maschili, da abusare nel sesso e da abusare in un lavoro che, in un capitalismo senza occupazione, perde sempre di più valori e dignità.

Perché il progresso, chiamiamolo sviluppo, abbia un “esito felice” dovrebbe avere come obiettivo la libertà, dovrebbe essere “un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli essere umani”. Ed invece misuriamo come si sia persa l’occasione di realizzare la libertà, quella che sa integrare eguaglianza e disuaglianza, garantendo le opportunità all’origine, ma permettendo l’equo e certo svolgersi delle differenze.
L’equità negata riguarda dunque tutto, genere, lotteria naturale, appartenenza geografica, classe.
Tanto che chi detiene il potere politico ed economico o i suoi intrecci lo esercita secondo modalità egemoniche, omogenee, trasmesse o mutuate come in un processo naturale e fisiologico.

Tempo fa, commentando i comportamenti di alcune imprenditrici e manager, mi sono lasciata tentare dal paradosso che il capitale e il potere al suo servizio siano maschi. E infatti Marcegaglia, Lei, Le Pen, ma perché no, certe direttore non solo di Vogue che vestono Prada, applicano un approccio “virile” se con questo identifichiamo una remissione di valori tradizionalmente attribuiti all’identità di genere femminile.
Ma francamente mi sono annoiata dell’interpretazione benevola che si tratti di una specie di mimesi necessaria ad affermarsi, di uno scotto da pagare per arrivare.

Perché il problema resta sempre lo stesso: quello del permanere di modelli di sviluppo, di produzione, di consumo, che premiano cupidigia, profitto, indipendentemente dal sesso di chi li detiene e li applica. Attraverso un esercizio di sopraffazione e sfruttamento che usa il potere per ottenere sesso e il sesso, di sovente trasfigurato in amore, per accedere al potere, ai privilegi, ai beni, alle garanzie che assicura.
Argutamente Nadia Somma propone “indiciamo pubbliche erezioni dove i candidati politici ci presentino direttamente non più i loro programmi, ma le loro qualità sessuali, si guadagnino l’alloro sul campo, e siano eletti sulla base di voti di gradimento di milioni di elettrici (o di elettori). Si fottano pure il mondo: ma se sopravvivono gli basterà”.

Il fatto è che in gran parte del mondo una oligarchia vecchia e spaventata, più o meno dedita a passatempi discutibili, si è già giocata il nostro futuro e quello dei nostri figli. E uomini e donne in un sacco di luoghi meno opulenti dei nostri, se lo vogliono prendere e la loro ansia disperata e vorace di libertà riguarda anche l’appropriazione di diritti e dignità di genere, perché sono un ingrediente indispensabile dell’umanità e della civiltà. E credo guarderebbero i nostri “se non ora quando” come a non oziose, ma certo riduttive rivendicazioni a fronte dell’offesa prodotta sul destino, l’avvenire, la libertà di tutti. E anche sulla capacità di amarsi, di godere dell’amicizia, di conversare in condizioni di felice reciprocità e comunanza .