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Poste: lavoro precario, software precario

La fila alle poste è qualcosa che entra nell’immaginario italiano, fa parte di quell’abitudine ad essere sudditi che non è stata cancellata né dall’introduzione dell’informatica, né da quello spirito da piazzista o da mercatino delle pulci  che aleggia negli uffici in magnifico accordo con il governo.

E l’incredibile blocco informatico che va avanti da quasi una settimana, qualcosa di inedito per lunghezza nel mondo occidentale, fa ritornare non soltanto le file chilometriche, ma anche l’arroganza, le scuse insincere, l’evasività riguardo alle cause e insieme  quella sudditanza, quella marginalità del cliente che dopo essere stato blandito a parole torna ad essere nella sostanza un vassallo. Un suddito punto 2, ma sempre suddito.

Il guaio, troppo lungo,  per essere un inconveniente  è stato causato da un nuovo software costato la bellezza di 40 milioni di euro e che ha la pessima caratteristica di essere estremamente centralizzato rispetto a quello precedente. Una scelta demenziale per chi deve gestire migliaia di sedi diverse, una decisione che non consente elasticità o margini di manovra in casi di malfunzionamento.

Per carità forse è stato solo un errore di filosofia, ma a sentire lor signori, senza angoli opachi, perché le Poste fanno sapere che il software impallato, con qualche catastrofico bug o infiltrato da virus, è stato scelto con una gara europea vinta da un raggruppamento temporaneo di imprese con Ibm capogruppo e per soci “soci”  Hp e Gepin.  Già, ne sappiamo qualcosa dei raggruppamenti temporanei.

Però chissà perché non sono affatto stupito che non si riesca a venire a capo di un problema che forse si è creato in corso d’opera. Non mi ha affatto stupito dopo che ho letto Gepin, una società che una volta si sarebbe definita del parastato e che in questi anni è salita alla ribalta delle cronache per aver costantemente sostituito i propri dipendenti esperti   con  persone assunte a progetto e con le altre formule dell’universo precario, per non parlare della costante diminuzione degli stipendi. Lavoro precario, software precario perché se c’è un settore dove le competenze specifiche sono essenziali è proprio questo.

Così ci si è dovuti rivolgere direttamente all’Ibm e ai suoi esperti tutt’altro che precari per tentare di venirne fuori. Questo succede, quando la sudditanza si estende oltre la fila allo sportello e finisce anche dietro: è la società stessa e le sue strutture che diventano precarie.

Qui un video che da esattamente l’idea di ciò che volevo dire.

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One response to “Poste: lavoro precario, software precario

  • FP

    Di questa vicenda se ne è raccontato poco e male;troppi gli aspetti folcloristici e di mera apparenza e poca sostanza.
    Il mio anonimato deriva dal fatto di essere dipendente di Poste e di aver vissuto in prima persona la genesi di questo sciagurato progetto.
    Esistono responsabilità precise sia dei vertici di Poste Italiane che dei fornitori, il Raggruppamento Temporaneo d’Impresa; le più gravi sono da attribuire al management di Poste che ha “tirato dritto” nonstante tutti i segnali che chi, come me, lavorando su quella infrastruttura mandava.
    Questo “tirare dritto” è il segno evidente di incapacità e, talvolta, di stupidità: un esempio per tutti: un anno fa, quando si stava già distribuendo sul territorio questa nuova piattaforma si è deciso di applicarla ai principali uffici postali (2) del comune di Ischia con il risultato di bloccarli per una intera giornata; il buonsenso avrebbe voluto che la prova si fosse fatta solo su uno, lasciando così l’altro funzionante.
    E’ chiaro, ma non dimostrabile, che dietro questi fatti ci siano forti interessi economici che per essere salvaguardati vedranno capri espiatori di ogni genere (IBM, HP e GEPIN); ma il lavoro duro, onesto e nascosto dei lavoratori di Poste e non, “garantiti” e non, passerà sotto silenzio. Anche perchè un bel titolo sulle file alle Poste serve anche a nascondere un po’ l’importanza del voto referendario.

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