Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Rifare l’ Italia” era il titolo di un celebre discorso pronunciato alla Camera da Filippo Turati il 26 giugno del 1926.
Nell’avvitarsi su se stessi degli eventi, in quella misteriosa conchiglia fatta a spirale che è la storia, ogni tanto si ripresenta la sfida di rifare e di tenere insieme questo strano stivale, così lungo e diversificato che a qualcuno ogni tanto viene la tentazione di dividerlo a metà.

Proprio l’anno dedicato alle celebrazioni dell’ unificazione italiana era stato segnato dalla minaccia di un colpo di scure, mai l’identità di popolo insieme alla solidarietà e alla coesione sociale erano state insidiate dal rischio di una decomposizione territoriale. Mai come quest anno era stato accreditato quell’infame stereotipo di una nazione disomogenea nella quale il Nord somiglia, come diceva Adolfo Omodeo, a un Belgio grasso, e il Sud a una colonia mafiosa.

Ma ieri è successo uno di quei prodigi sorprendenti della storia. Pacifico, meditato, atteso e al tempo stesso insperato: il pingue Nord nel suo archetipo più espressivo e rappresentativo e il Sud conteso tra legalità e criminalità, tra disordine e bisogno di sviluppo equilibrato, tra arbitrarietà e istanze di efficienza, hanno fatto la stessa scelta.

A volte i risultati elettorali sono come quadri astratti, ognuno può leggerli a modo suo. Stavolta no, perché questo voto ha espresso il consolatorio comune intento di non cedere alla tentazione di liquidare il sogno di un Paese unito e determinato a sottrarsi alla deriva autoritaria dello svuotamento della democrazia e delle sue istituzioni, della divisione, dell’incertezza, della diffidenza, della paura, del sospetto, del rancore, del nord contro il sud, dei garantiti contro i marginali.

Ieri le due città che i burattinai volevano manovrare l’una contro l’altra nel teatro della secessione, dello scontro, dell’iniquo perpetuarsi della sopraffazione dei privilegiati quelli che nella casualità della lotteria naturale sono nati dalla parte “buona” su quelli per disperazione lasciano la parte “ingiusta”, hanno dimostrato di non avere paura dei loro fantasmi, evocati con spregiudicata malignità: una borghesia “radicale” e dissipata, zingari, islamici, gay e terroristi.
Non è retorico o illusorio vedere in questo voto anche il rifiuto di un sedicente federalismo che sa tradursi solo nel rifiuto degli “altri”, solo nella rivendicazione separatista, solo nel criminale abbandono della questione meridionale – che è questione di tutti – in nome di un nordismo provinciale, miope sia rispetto al venir meno di un impulso che giova a tutto il paese, sia rispetto alla minaccia che grava su tutto l’Italia, di diventare un “Mezzogiorno d’ Europa”, esposto alla dissipazione assistenzialistica e alla pressione corruttrice, potenziale centro nevralgico della grande rete della criminalità mondiale.

Si, questo voto significa anche che i cittadini di Milano e di Napoli non si pentiranno di aver rinsaldato quel patto storico tra il Nord e il Sud, che potrebbe saldare finalmente l’ Italia in una autentica unità nazionale.
Piace pensare che abbia vinto la gente dei comuni non quella dei campanili, quei comuni che il vero Cattaneo, non quello fittizio dei leghisti, definiva luoghi di ogni comunale provvidenza, plessi nervosi delle vita vicinale, evocandone le virtù solidali e la qualità sociale ed equa.

Se a Milano il sindaco uscente è stato congelato sotto il 45 per cento vuol dire che i milanesi non vogliono più essere gli abitanti cinici e indifferenti della capitale “immorale” del berlusconismo.
Se a Napoli De Magistris ha vinto con il 65,4 significa che i napoletani non credono alle bugue e alla scorciatoie del malaffare, degli abusi, dell’illegalità e vogliono invece riprendersi un futuro fatto di faticosa ma dignitosa crescita condivisa con il resto del Paese impegnato ad uscire da una crisi economica e morale.

Se la Lega perde nelle sue roccheforti, il novarese o a Gallarate, facendo esplodere malcontento e contraddizioni nel corpo affaticato del più “pesante” alleato, si dimostra che alla prova di governo il partito di Bossi rivela la incapacità d’azione, di gestione del consenso, di contenere l’irruente, coattiva e distruttiva ossessione del premier di assicurarsi i suoi salvacondotti.
Si, “rifare l’Italia” non sarà un’impresa facile, assomiglia molto a quell’utopia che ci manca tanto. Tocca affrontare la complessa governabilità di una società complessa, combattere la rivincita degli interessi corporativi che soffocano l’interesse generale e il primato di oligarchie economiche, politiche, accademiche, castali; allargare lo spazio limitato della democrazia che non ha saputo penetrare il tutti gli interstizi statali. Si tratta di scardinare il potere occulto che contrasta con l’esigenza civile che si mostri in pubblico, rompendo quello schema di “doppio stato” uno visibile e uno invisibile consegnato a interessi opachi. Bisogna ridurre l’apatia politica, isolare intolleranza e fanatismo, limitare l’esuberanza tecnocratica, videocratica e burocratica, quella forma di plutocrazia, la vera anomalia italiana, che ha concentrato enormi ricchezze e potere nelle mani di un magnate avido anche dei beni collettivi, trasformandosi in cleptocrazia.
Ma ci piace pensare che da ieri una forza tranquilla e ardente renda possibile anche l’utopia.