Viviamo in un Paese di scarsa memoria e quindi anche la signora Marcegaglia può tentare di confondere le carte in tavola. Però io ricordo come se fosse ieri queste assemblee di imprenditori nelle quali l’odore del cachemire ti prendeva alla gola che tifavano appassionatamente per Silvio e gridavano meno Stato più mercato.

E Silvio il suo dovere l’ha fatto, non tutto ovviamente, ma insomma, la precarizzazione di un’intera generazione, la divisione dei sindacati, il continuo attentato ai diritti attuato o minacciato, l’impoverimento generale che genera ansia e sottomissione. Per non parlare dei condoni fiscali e non, dei controlli diminuiti facendo mancare il personale, del caos istituzionale, della persuasione occulta. Certo non ha modernizzato il Paese  e le sue strutture perché non ci badava, perché i soldi era meglio spenderli in altro e perché ogni cambiamento è sempre un pericolo.

Meno stato più mercato. Ma non è bastato per nulla, anzi è stato controproducente: gli investimenti dell’imprenditoria italiana sono stati molto inferiori a quelli dei Paesi concorrenti, molti si sono ingrassati negli appalti e altri hanno delocalizzato, molti altri ancora si sono accontentati di vivacchiare. Pigrizia, paura del rischio, carenza di iniziativa, poca fantasia e preveggenza, poca innovazione. E paradossalmente però anche più soldi, che però non hanno costituito una ricchezza comune,  ma che giacciono chissà dove, nelle foreste di bit delle operazioni finanziarie.

E dunque la Marcegaglia, annusando il vento, ora dice che è delusa da Silvio e che ora vuole più Stato e meno mercato. Dice, udite udite, che abbiamo perso dieci anni, proprio lei. Vuole le infrastrutture, minori tassazioni, meno burocrazia: tutte cose certo utili, che si dovrebbero assolutamente fare, ma che non sono certo il cuore del problema produttivo italiano.Vorrei ricordare per chi non lo sapesse che il boom del dopoguerra, proseguito per quasi un quindicennio è avvenuto con aliquote di tassazione che nella fascia superiore, oltre i 60 milioni,  arrivavano al ‘90%. Ma comunque sia, comunque la si rivolti non si può sostenere, come Confindustria fa, la irresponsabilità delle imprese quando poi si scopre che il loro funzionamento dipende dal complesso della società. Non si può tenere il mercato per sé lasciando gli oneri agli altri.

Diciamo che hanno prevalso la cultura rozza e l’egoismo immediato che sono tipici del berlusconismo, la comodità delle posizioni acquisite o di monopolio di fatto, l’abbondanza di soldi pubblici da spartirsi, la voglia di accumulare più che di investire, la scarsa propensione a pensare in tempi lunghi. Tutti vizi che il berlusconismo ha accentuato con la promessa fatta da leader politico e da imprenditore dei media di sedare e distruggere le resistenze sindacali e popolari verso le richieste di salario e diritti. Però siamo cresciuti poco lo stesso e ora ci affanniamo per vedere i fanalini di coda degli altri, carichi di occasioni perdute e di cassetti vuoti.

Oggi tra le vittime di questo disegno grossolano non ci sono soltanto  gli operai, ma anche ingegneri, architetti, tecnici che vengono sacrificati sull’altare della deindustrializzazione del Paese, per non parlare del terziario che ormai comincia a contare i propri caduti sul campo e la propria caduta di reddito reale. Insomma l’ansia comincia a coinvolgere i ceti che sono stati entusiasti fautori del berlusconismo.

La caduta dell’idolo prefigura, per l’ennesima volta in questo sciagurato Paese, l’alienazione delle responsabilità che sono sempre di altri e in mancanza di meglio del destino. Infatti la Marcegaglia a nome e per conto dei suoi affiliati sta facendo proprio questo: sta cercando l’assoluzione senza nemmeno confessare i peccati, anzi facendo finta di essere arrivata ora. Fingendo di non sapere l’appoggio che Confindustria ha sempre dato al suo pupillo. Nemmeno è ipocrisia, è proprio solo protervia.

Ma anche il disarcionamento del Cavaliere e della sua cricca, servirà a pochissimo se non si mette in questione ciò che gli ultimi quindici anni hanno rappresentato, se non si torna indietro dal sentiero interrotto nel quale ci siamo cacciati. E in questo ogni moderazione sarebbe un delitto.