Anna Lombroso per il Simplicissimus

In questi tempi percorsi da malanimo, risentimento, rancore, rifiuto degli altri, solitudine e solipsismo, paura e diffidenza mi succede di avere una specie di pudore della contentezza. Ho una vita piena: un uomo che amo, persone care una delle quali molto piccola ma capace di stregare, amici. Belle memorie. Ho avuto un dono, non so da quale divinità, saper godere della bellezza e della conoscenza. Ma non occorre essere Hirschman per essere consapevoli che non può esistere felicità privata nella pubblica infelicità.
Si sa che alcuni addetti ai lavori della scienza triste cercano di redimersi elaborando un indice nuovo che misuri la felicità, una specie del Pil della soddisfazione morale, la Felicità Interna Lorda, che tenti di colmare la divaricazione tra la curva della crescita economica misurata dal Pil e quella della felicità pubblica, ricavata dalla misurazione dei sentimenti collettivi. Ambedue – dopo una fase di dinamica parallela – ora sono precipitate pare senza rimedio.
È certamente sorprendente che ad effettuare sperimentazioni e ricerche speculative sui modi e gli obiettivi della felicità siano gli economisti. Sembrano aver dato le dimissioni da questo impegno coloro che per missione dovrebbero invece proporci le radiose visioni del futuro: i politici e quelli “progressisti” in particolare. Direbbe Marx a questo proposito che il problema non è quello di misurare correttamente le cose, come nel caso di una “revisione” virtuosa del Pil, ma di cambiarle.

Ma se l’esercizio sul cambiamento è timido, appare rinunciatario, remissivo, se non dimissionario o almeno inespresso quello sul diritto alla felicità.
Abbiamo goduto un’età dell’oro in cui la felicità, nelle nostre utopie concrete, sembrava poter essere egregiamente sostituita da un benessere economico e sociale di formidabile portata storica, anche se disegualmente distribuito. In una lista delle nostre “entrate” in benessere (se non felicità) possiamo enumerare l’allungamento delle speranze di vita, l’attenuazione del dolore, una certa umanizzazione delle pene e un inalzamento dei livelli dei diritti civili e degli standard dei diritti sociali; un innegabile miglioramento della condizione della donna. E innegabilmente il superamento della fase del puro soddisfacimento dei bisogni primari con un insperato incremento dell’accesso non solo ai beni ma anche a bellezza, sapere, conoscenza.

Ma alla lista delle entrate fa da contrappunto la lista delle uscite, delle perdite anzi: la devastazione dell’ambiente; gli squilibri distributivi delle risorse; il deterioramento delle relazioni sociali; la dissipazione delle ricchezze reali in attesa di improbabili profitti futuri; l’impoverimento delle risorse morali.
E al tempo stesso sono cambiati i bisogni: l’aumento della ricchezza, l’accelerazione dei consumi, sembrano essersi tradotti in maggiore angoscia e forse addirittura maggiore malinconia. Man mano che sono aumentati i consumi si sono ridotti i bisogni e il piacere della loro soddisfazione, che diventa competitiva e agisce in un orizzonte illimitato, improntata al desiderio di superare gli altri in presenza di un mercato che diventa sempre più uno strumento di produzione di necessità relative e di invidia sociale.

La crisi mondiale che stiamo attraversando esalta, insieme a quelle “perdite”, una distorsione che era prevedibile: il perseguimento della felicità privata produce una crescente infelicità pubblica così come all’opulenza personale corrisponde una miseria generale. Viviamo in un contesto economico che genera esclusione e disuguaglianze con un governo che è ostile a correggerle e compensarle, creando solchi aperti nel cuore della civiltà, secondo l’uso dei governi non illuminati di convivere con queste fratture alzando muri di difesa, come in una regressione medievale. Nella quale gli esclusi man mano che il tempo passa e aumentano la loro passività politica la loro disperazione e la loro turbolenza finiscono per essere criminalizzati.
Si alimentano e autoalimentano insicurezza, paura, sfiducia, un carico cioè di formidabili pressioni che erodono i vincoli di coesione sociale, che hanno l’effetto di mutilare l’aspettativa e il futuro, trasformato da attesa fiduciosa in minaccia.
La democrazia stanca, è faticosa, bisogna addomesticare, in tempi difficili, le tentazioni autoritarie. Ma la sua assenza affatica ancora di più e ci rende ancora più tristi e d’altra parte se esistesse un elisir dell’eterna contentezza una democrazia non potrebbe costringerci ad assumerlo. E forse manifesteremmo forme di resistenza contro un’eventuale coercizione.
Ma quello che mi angoscia è l’inclinazione ad abbandonarsi a una patologia paralizzante della coscienza contemporanea, che potrebbe farci accontentare di una forma di felicità indifferente alla politica. E che non cerca e non trova in essa la fonte e il luogo della realizzazione di sé e delle proprie tensioni, ma che aspira a non farsi condizionare o guastare la vita proprio da quello che attiene alla sfera “pubblica” allo stare con gli altri, a desiderare con gli altri, armoniosamente.

Quelli che ci hanno disamorato della politica vogliono persuaderci che si può vivere anche senza felicità, che è sufficiente una soddisfazione di desideri attraverso accumulazione ed oblio. Ma senza speranza, senza utopia, senza promesse, senza libertà, quello che ci danno e profetizzano è solo un’imitazione della vita, lo spot di un prodotto taroccato, un futuro senza bellezza, senza dignità, senza amore. Spegniamo quell’emittente.