Anna Lombroso per il Simplicissimus

La giornalista di Newsweek Barbie Latza Nadeau è stata denunciata da ‘Striscia la notizia’ per diffamazione, a seguito di un suo articolo apparso a novembre 2010 sul settimanale, dal titolo “Italy’s Women Problem”. L’Espresso ne dà conto: Nella sua documentata inchiesta sulla sconfortante situazione delle donne italiane, lontane dalla parità in tutti gli ambiti, Nadeu notava che persino nel programma più visto del prime time italiano, ‘Striscia la notizia’, la rappresentazione femminile era affidata alle Veline. Signorine “con addosso un abito ornato di lustrini fornito di tanga e profondo scollo a V che arriva oltre l’ombelico” a cui i conduttori possono dire “Vai, girati, fatti dare un’occhiata” toccando loro il didietro.
E la descrive come una giornalista esperta, abituata più alla chiarezza delle testate anglosassoni che a bizantinismi dei nostri media.
E in effetti potremmo considerare piuttosto “bizantino” lo sconcerto per seni al vento e sederi esposti dell’autorevole settimanale, noto per copertine “acchiappafrustrati”, se non fossimo tutti malati di malintesa correttezza politica.
Così per non dare ragione a Ricci facciamo finta che l’Espresso e le veline e i concorsi della Rai e i  format della Sette siano senza peccato e inoffensivi solo perché non sono targati Mediaset.
Ma pagata la doverosa ammenda per reato di ipocrisia, è davvero indecente che la trasmissione più sgangheratamente irridente, che rivendica una vena insolentemente anarchica e anticonvenzionale, tanto da far guidare piccole insurrezioni a un pupazzo e condurre inchieste pasticcione ma spinose a uno che lo sembra, ricorra agli strumenti giudiziari tanto invisi al padrone, per intimidire e tacitare la critica.
Una critica che è più difficile sottovalutare in visto dello svolgersi del format più ghiotto per le televisioni di tutti i Paesi: il processo Ruby.
Si Ricci rappresenta un genere che va “isolato” e al quale bisogna togliere il divertito consenso che riserviamo agli incantevoli mascalzoni, quelli che fanno professione di ridente indipendenza e di spregiudicata e sfrontata futilità, ma che dietro allo sberleffo irriverente nascondono la natura dell’embedded, dominata dall’avidità e dalla fedeltà al potente che paga.
In realtà a me “intimidisce” ben altro, ma è qualcosa di meno sguaiato forse, meno perentorio, e che proprio per questo ha un superiore potere di contaminazione.
Mi fa paura che il corpo sia diventato uno spazio pubblico, sul quale circolano appetiti, quattrini, repressione, contrapposizioni in nome dalla morale e della moralità, scambi di favore e prebende, un territorio sul quale si consuma l’imbarbarimento culturale, il nostro malinconico declino, il voyeurismo morboso di spettatori in pantofole che guardano svolgersi riti pornografici, sessuali ma ancor più bellici, seduti sul divano in tinello.
E forse è davvero il momento di interrogarsi sulle distorsioni prodotte dalla vita in diretta e dal Grande Fratello, proprio quello che scorre in Tv ancor più che quello di Orwell, e che segna il tramonto della distinzione e la separabilità tra pubblico e privato, tra ciò che si pensava non dovesse essere esposto alla vista di tutti e ciò che si riteneva meritasse la luce della sfera pubblica.
È stato manomesso qualsiasi principio ragionevole di trasparenza, rendendo opache le azioni che presiedono il governo della vita pubblica alle quali viene messo il silenziatore, tramite giurisprudenza, e vengono esposti e violati gli ambiti squisitamente personali, in modo che autorità dispotiche invadano le nostre esistenze imponendo regole che ne riguardano lo svolgersi libero e la dignità fino alla fine.
Tutte queste cosce nude, dice la Nadeau, questa esibizione di corpi manda un messaggio subliminale continuo all’uomo italiano: che le donne hanno a che fare con il sesso, che non sono una controparte seria e affidabile in politica o sul lavoro.
Ancora una volta cadiamo nell’equivoco che il consumo dei corpi sia questione di genere, dove sono ben distinti soggetti e oggetti, uomini e donne diversamente coinvolti.
In realtà siamo coinvolti tutti come cittadini ad ugual titolo. Si diventa oggetti quando diventano beni di consumo i corpi ma anche le emozioni, i sentimenti, le pulsioni, le fantasie ridotti a prodotti commerciabili. Quando l’eros si riduce all’omaggio ridicolo e osceno ad una statuina, quando le donne sono cosce e tette oppure ancor peggio cocoritine che recitano un copione grottesco in difesa di un capo che le ha usate e promosse sul campo delle prestazioni sessuali. E gli uomini degradati a stalloni ripetitivi grazie alla chimica, ossessionati dal rendimento delle loro performance spaventati di “non riuscire”, soggiogati da una giovinezza e invulnerabilità artificiale e da un’utopia di immortalità da praticare mediante una sfrenatezza folle, dissipata e disperata.
Al processo in atto bisognerebbe opporre una democratizzazione della visibilità” che dia cittadinanza alle differenze, siano generazionali, estetiche, sessuali, comportamentali, tradizionali. Perché quello che è in atto è qualcosa di orribile e lugubre, un processo che induce una ferita alla bellezza della vita, delle relazioni, della socialità, del ragionare insieme, del volersi bene. Che è una ferita al futuro, alla capacità di sognarlo e di viverlo.