Anna Lombroso per il Simplicissimus

La seconda corte d’assise di Torino ha condannato Harald Espenhahn, amministratore delegato della Thyssen, a 16 e sei mesi; Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Cosimo Cafuerri a 13 anni e 6 mesi e Daniele Moroni a 10 anni e 10 mesi. I giudici hanno dunque accolto le richieste dell’accusa, aumentando la pena al solo Moroni (per il quale i pm avevano chiesto 9 anni). I giudici hanno accolto in toto le richieste dei magistrati, confermando l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale per l’amministratore delegato e quella di cooperazione in omicidio colposo per gli altri manager. Immediata la reazione dell’azienda, che in un comunicato ha definito la condanna di Herald Espenhahn “incomprensibile e inspiegabile”. “Per l’ulteriore corso del procedimento – si afferma ancora nella nota – si rimanda alle dichiarazioni degli avvocati difensori”. Uno dei difensori della Thyssen, ” Faremo appello, dice, ma non credo che otterremo molto di più, vedere cose di questo tipo è sconsolante”.

Invece stamattina io, e credo di parlare a nome di molti, mi sono sentita confortata. Il verdetto che condanna l’iniquità di un profitto che uccide per avidità, segna la storia del diritto e sancisce un cambiamento di sensibilità collettiva nei confronti delle morti bianche. Le immagini dell’uscita dall’aula della corte d’Assise sono simboliche. Facce emozionate e commosse dei familiari, composti e forti, quelle degli avvocati, stereotipi del cinismo algido di chi è aduso a difendere soprusi e quei frigidi volti dei padroni e dei loro manager, ancora ben collocati in un disegno di Grosz.. Per una volta nel conflitto perenne lavoro e capitale, garanzie e profitto, ha vinto la giustizia. Magra consolazione perché non hanno vinto i diritti, sono stati riconosciuti, ammessi a buon titolo sulla terra, in questo caso la terra di un cimitero. Si è stabilito un principio: non è legale uccidere in nome del denaro.
Si siamo confortati ed è sorprendente che basti così poco, perché è ben poco il riconoscimento di un caposaldo tanto elementare da sembrare arcaico, accettato e assimilato universalmente.
Ma evidentemente non siamo più abituati alla giustizia, alla legalità, alla legittimità, all’equità e quando ci imbattiamo in queste colonne del sistema democratico, siamo stupiti che possano essere ancora in piedi e sappiano ancora reggere l’impalcatura fragile e minacciata del nostro assetto istituzionale.
C’è da sospettare che siamo sorpresi perché nel farci dimenticare i diritti di giustizia, abbiamo preferito rimuovere i doveri di giustizia, perché richiedono alti standard morali di tutti gli attori del loro agire. E per dirla con Cicerone, poco apprezzato nella nostra “modernità arretrata”, richiedono che “ciascuno adoperi le cose comuni come comuni e le cose private come private”.
E prevedono che l’incapacità di evitare un’ingiustizia è essa stessa un tipo di ingiustizia. Non una semplice omissione, ma un crimine che oggi noi stiamo quotidianamente e indifferentemente compiendo: contro chi arriva in questo paese mosso dalla disperazione, comunque si materializzi, contro chi non gode dei nostri stessi privilegi, contro l’ambiente e la bellezza, contro la cultura e la conoscenza, contro la solidarietà, contro la pace, contro la felicità e contro il futuro. Siamo tutti colpevoli e tutti da condannare.