Stasera da Fazio, Zygmunt Bauman, l’inventore della società liquida, presenterà il suo ultimo saggio dedicato al “personaggio” più in vista degli ultimi due anni, cioè a Facebook. E, credo, dimostrerà due cose: che la stampa, come sistema di diffusione delle idee, rischia di diventare irrimediabilmente lenta per voler essere qualcosa di differente dalla nottola di Minerva e che è sempre pericoloso parlare di cose di cui non si ha esperienza diretta.

Questo libro “Il trionfo dell’esibizionismo nell’era dei social network” nasce antico e non tiene affatto conto delle trasformazioni che il web e i social network hanno portato e permesso, compresa quella “rivoluzione mediterranea”  che ha mandato all’aria parecchie delle nostre miserevoli certezze.

Sono pronto a sottoscrivere una per una le cose  che dice Bauman: la differenza tra comunità che costituisce una “casa” e una rete dove si hanno troppi “amici”  per poterli considerare tali, visto che la nostra stessa struttura genetica ci rende capaci di avere rapporti significativi con un numero limitato di persone (150 secondo l’antropologo Dunbar). Sono d’accordo sul fatto che la rete è l’ultimo atto del passaggio tra il desiderio di privacy e invece l’esibizione di sé, anche se il fatto che questo significhi la fine dell’intimità è un pura astrattezza sociologica. Se Bauman stesse un po’ su Facebook non avrebbe alcun dubbio in proposito.

Non so se sono d’accordo sul fatto che nella società dei consumatori la costrizione a fare uso di tecnologie per i rapporti personali trovi nei social network un equilibrio con la libertà, decretandone così lo straordinario successo.

Ma ciò che manca in questo approccio sociologico e psicologico è la dimensione concretamente politica, senza la quale il discorso si fa scivoloso, evanescente e forse alla fine solo un rifugio dentro una teoria generale.  Perché i social network sono usati come strumenti di aggregazione orizzontale che si oppone all’informazione verticalizzata. E lo sappiamo benissimo in Italia dove la situazione di quasi monopolio pesa come un macigno: i social network  non ci fanno trovare né una comunità, né una semplice rete, ma qualcosa di intermedio: un ambiente nel quale scambiare opinioni e umori, senza per questo richiedere rapporti “significativi”, qualunque significato vogliamo attribuire alla parola. E nel quale ci si possono scambiare opinioni al di fuori delle narrazioni ufficiali, imposte o suggerite da una qualche autorità che spesso s’identifica col mezzo stesso.

Del resto non c’è dubbio che il problema dell’informazione, della sua diffusione, del suo pluralismo, della sua reale libertà sono diventati il vero problema delle democrazie e anche il territorio dove le Costituzioni storiche sono carenti perché nate o ispirate quasi tutte a un diverso paradigma di acquisizione di sapere sociale.

I fenomeni ai quali assistiamo in questo periodo e in questi giorni, non sono stati creati dalle reti, ma sono inconcepibili senza di esse, senza un sapere orizzontale che riaggrega con altre modalità gli individui parcellizzati e abbandonati solo al destino personale.

Paradossalmente i social network finiscono per rendere un po’ meno liquida  la società, meno solitaria e divisa l’espressione, anche se continuano ad implicare individui come consumatori di prodotti e di tecnologie. E’ l’Aufhebung della società liberista,  la confutazione del monismo del mercato. Ed è un po’ anche la nostra speranza.