Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ultimamente mi è successo di rivalutare l’ira, sentimento rivoluzionario se è stata la Rivoluzione francese ad aprire l’epoca della democratizzazione della collera, non più privilegio dei potenti, inibito alla borghesia e al popolo minuto.
Riappropriarsi dell’ira può significare riscatto: ne può fare un uso ribelle e liberatorio chi ha smesso di aver paura dei potenti e dagli sberleffi passa alla furia, anche funesta, che proprio in quei tempi perfino un compassato osservatore britannico,sgranocchiando una superstite brioche definì: eccesso di sentimenti virtuosi.
L’indignazione popolare nei confronti dell’arroganza, della corruzione e dell’ingiustizia può essere raccolta da chi nutre una certa simpatia per i Giacobini per farne uno strumento di trasformazione del mondo.
Mentre mi sono pronunciata sui pericoli di un eccesso di indignazione, che rischia sempre di mutarsi in un sentimento morale moderato e scolorito, con una inquietante predilezione per una altera e sprezzante inattività.
Si sono piuttosto incollerita e quindi vedrei con un certo interesse il passaggio dallo stato di tricoteuse della nostra opinione pubblica a quello di adirato.
Insomma preferisco sentimenti focosi. E temo l’eclissi della nobili passioni basate sull’eccesso così bene descritta nell’apologo di Shopenhauer sui porcospini persuasi della paura del dolore inflitto a vicenda, a ripiegare su una moderata e algida distanza.
Ma al tempo stesso sono preoccupata da chi l’ira la costruisce, organizza, soprattutto se come succede da noi i registi sono proprio tali, così da metterla in scena anche nel reality della politica e da convincerci che i conflitti devono necessariamente sfociare in guerre, il dialogo in rissa, il linguaggio in turpiloquio.
Una delle star incontrastate della sceneggiata governativa della collera estrema e cieca, è stata da sempre la signora Santanchè che farei volentieri oggetto di una ricerca ispirata dal mio prozio. Schiumante rabbia, schizzante umori mefitici come uno di quegli animali marini urticanti, inesorabilmente e implacabilmente proterva nell’esprimere senza alcun pudore le infamie più bieche che vuole attribuire non solo ai suoi elettori ma a tutti gli italiani, la laureata in patacche bocconiane sta però subendo una mutazione.
Perché a volte le donne si lasciamo incantare da cattivi esempi, rappresentazione e testimonianza di altri sentimenti altrettanto violenti e infiammati. Quelli della consegna totale, folle e dissipata a un uomo forte che si trasforma in fedeltà annichilita nel momento della nuova debolezza fino a diventare “eroico” sacrificio nell’ultima scena della tragedia.
Scioccamente attribuiamo al soldato giapponese nella giungla la patente della irriducibilità: sono le Petacci e le Braun a interpretarla al meglio, con più vigore e potenza scenica.
E a vedere le immagini di ieri della Santanchè, al tempo stesso badante, visitandina col pane e cioccolata e mai esausta baccante che delira in difesa del premier, si direbbe proprio che aspiri all’ultima magnifica performance. Quella di essere la Petacci, come d’altronde ha detto esplicitamente. E che dire se non che siamo così irati che lo vorremmo anche noi?