Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come tutte le donne che si sono sentite in vari modi e con varie aspettative, cittadine della polis – fosse un’utopia, un’appartenenza, una speranza, una lotta, o tutte queste passioni insieme – ho una lunga esperienza di 8 marzo. Ammetto di aver anche ho maturato un certo fastidio nei confronti della celebrazione, sempre in bilico affacciata all’orrido del supermercato e della promozione emozionale di cioccolatini piuttosto che di mimose, tra la festa della mamma e san valentino.
Sono una snob, ho lasciato appassire con entusiasmo lo striminzito mazzolino dei miei svariati padroni e direttori, evitato accuratamente la cena in pizzeria con le amiche, arricchita in qualche caso dal valore aggiunto depilatissimo e lustro degli spogliarellisti di centocelle. Non mi sono invece sentita esente dal dibattito in sezione dopo film soporiferi e sottotitolati in bulgaro, dalla tavola rotonda con le compagne somale, o dal comizio volante a Testaccio. Perché su quel fronte tutto serve e non c’è da fare le irridenti con i diritti violati e la dignità a rischio.

Così quest’anno ho deciso di dimenticare altri 8 marzo troppo cerimoniosi, compreso quello promosso da quel sindaco della riviera del brenta che mi invitò a un pistolotto in piazza seguito da ballo all’aperto. E che, anticipatore rispetto agli usi odierni, piazzandomi una mano sul lato B esclamò sfrontato “vien qua compagna che te adopero!”.
Perché l’irruzione del malessere delle donne nel teatro della politica più narrata e rappresentata in tv e nei media che vissuta e partecipata è un segnale potente. Io credo che le donne e molti uomini siano già svegli da molti anni, io come molti altri da 17 per la precisione, più colpiti magari dal caso Mills che dal bunga bunga, colpevoli certamente di essere stati troppo a lungo sotto il giovane susino a guardare le nuvole anziché riappropriarci del diritto alla critica attiva ed esercitare in ogni modo partecipazione, responsabilità e opposizione.
Con qualche distinguo – ma non vedo cosa ci sia di criticabile nel non adeguarsi ad un unanimismo che spesso sconfina nel conformismo – penso dunque che tocchi munirsi di mimosa come di un’arma. Non poi tanto simbolica. Francamente ritengo invece troppo simbolico e alla fin fine addirittura marginale il primato attribuito alle ferite inferte dal commercio dei corpi femminili, essendo più preoccupata da quello delle menti, degli intelletti e della cosa pubblica.
La mia dignità e i miei diritti di persona e di cittadina sono offesi di più dalla caduta dei valori del lavoro, dall’affronto recato alla bellezza e alla cultura, dall’erosione dei principi della solidarietà e della coesione sociale, dallo svuotamento dell’intero sistema dell’istruzione e della formazione che condanna il nostro paese all’esclusione della modernità, dalla perdita di senso del futuro prodotta anche dal progressivo impoverimento dei modi del dialogo, del senso dello Stato, della credibilità e dell’autorevolezza delle istituzioni, dell’appartenenza a una collettività, del rifiuto morale dell’illegalità.
E in quanto persona e cittadina non voglio più avere paura. Quella alimentata artificiosamente nei confronti di chi è diverso da me e mi viene mostrato come un nemico perché attenta a ormai sempre più labili privilegi, perché arriva qui con la sua rabbia e la sua fame, o perché ha usi, abitudini e attitudini diverse dalle mie. E paura di una violenza che intride e avvelena tutto, quella domestica favorita certo dall’espropriazione del potere femminile di autodeterminarsi. Ma anche quella indotta dalla considerazione rinnovata a proterva del corpo della donna, ma di tutte le persone, come “luogo pubblico” invaso dal legislatore che impunemente interviene con diritto di vita e di morte.
Ma come donna mi accorgo che oggi la democrazia ha bisogno delle donne per compiersi e le donne hanno bisogno di democrazia. Perché in tutti questi casi, fatti salvi comportamenti individuali e storie rappresentative di segmenti di privilegio e sopraffazione “intersessuale”, tra i sommersi e gli irregolari le donne sono sommerse due volte, tra i vulnerati le donne lo sono doppiamente, tra gli esclusi le donne lo sono talmente da essere recluse nell’isolamento e l’emarginazione, così nelle professioni, nel lavoro, come nell’accesso all’istruzione, delle politiche salariali, nelle carriere. E quel legislatore che invade il nostro privato finisce per incarnare la logica del potere maschile sui temi della procreazione, della maternità, dell’assistenza, della cura, delle sessualità, temi espulsi dall’agenda politica dell’intera classe dirigente troppo scottanti di un ceto politico che ha scelto di sacrificare la realtà al realismo politico.
Perché nell’essere donne si esalta il paradosso di un sistema politico in cui tutti sono all’apparenza liberi e eguali politicamente, ma nel quale restano profondamente divisi da ineguaglianze di reddito e di opportunità di accesso al potere.
In questi giorni stranamente, ma non poi tanto, viene dato meno risalto alle nostre ineguaglianze di cittadini e di genere e molta enfasi invece alle divisioni tra donne, come se l’8 marzo dovesse rappresentare la celebrazione del frazionismo come malattia infantile, dalla quale nemmeno crescendo in consapevolezza e rabbia fossimo guariti. È ora di dar loro torto. E di presentarsi uniti, tra donne e con gli uomini, finalmente umani e persone, quel giorno come ogni giorno a venire.